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Amoris Laetitia

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CPM e Coronaviruscoronavirus

 

Per la terza domenica consecutiva siamo stati impediti di partecipare alla Messa. Non per questo la nostra giornata non viene ad assumere valore: è sempre il giorno del Signore e le occasioni e gli aiuti per la preghiera non mancano.

 

Riceviamo poi un susseguirsi di contributi di preghiera e riflessione attraverso i social e quasi mi vergogno di aggiungere ulteriori parole a quanto già ricevete. Lasciatemi però fare con Voi alcune considerazioni su una realtà che questi ultimi giorni dell’emergenza coronavirus cominciano a mettere in evidenza, una realtà che riguarda tutti i discepoli di Gesù e, in particolare, coloro che sono chiamati al servizio degli ultimi.

Questa realtà, non nuova, ma che si presenta in modo nuovo, può essere riassunta in un’unica parola: “fame”.

E’ la parola pronunciata ieri dal Papa nella sua omelia, durante la Messa celebrata a Santa Marta. Papa Francesco parla spesso di fame nel mondo, ma questa parla di fame in un’accezione nuova, fame come conseguenza della pandemia: si incomincia già a vedere gente che ha fame perché non può lavorare in quanto non aveva un lavoro fisso, o per altre circostanze; si incomincia già a vedere il “dopo”, un “dopo” che verrà più tardi, ma che incomincia già adesso.

E’ la fame dei nuovi poveri, di quelle persone che fino a ieri se la cavavano: precari, lavoratori stagionali, lavoratori in nero, lavoratori confinati nella sempre più grande zona grigia del lavoro povero; ma è anche la fame dei dipendenti licenziati. Si tratta di una folla appiedata di colpo, che da un giorno all’altro non porta a casa più niente. Molte volte si tratta anche di gente che non ha mai visto la fame vera e profonda, gente che è attonita e si vergogna a domandare, e diventa anche difficile estorcere a fatica la verità: “Non abbiamo più niente da mangiare”.

Il Papa ci avverte che, appena finita l’emergenza pandemia, si profilerà all’orizzonte un’altra onda burrascosa: la fame, anche in zone d’Italia e dell’Occidente, dove, comunque, si mangiava.

La Chiesa, attraverso la Caritas, la Società di San Vincenzo, il Banco Alimentare e tutte le altre associazioni di volontariato, si stanno adoperando con tutte le loro forze, accanto alla Protezione Civile, per l’incipiente emergenza. Ma l’epidemia paralizza le città ed è difficile anche riconoscere e raggiungere chi ha bisogno. Si tratta di nuovi poveri che prima non hanno mai chiesto un aiuto e adesso non hanno il coraggio di farlo, magari non sapendo neanche bene come farlo. Abbiamo già avuto notizia di momenti di tensione davanti a banche o supermercati, ma personalmente sono colpito da testimonianze che parlano delle code davanti ai supermercati di Milano, dove alcune persone mormorano: “Fino alla settimana prossima ce la facciamo, ma dopo?”.

Ritorna la parla “fame” anche alle nostre latitudini, una parola per noi che si riferisce a qualcosa di remoto, di cui ci hanno raccontato i nostri padri e i nostri nonni e di cui erano esperte soprattutto le madri di famiglia, sempre in affanno per scongiurarla per i propri figli. Le generazioni dei nostri padri e dei nostri nonni raccontavano episodi che i nostri figli, cresciuto in un’abbondanza di merce che ci travolge, stentavano a credere: un frutto troppo maturo, che noi qualche volta buttiamo senza remore, in qualche caso poteva essere il pasto di una persona.

Il Papa ha pronunciato la parola “fame”, ascoltando il mondo, ma ascoltando anche l’Italia, e l’ha pronunciata con tutta la consapevolezza del caso.

Forse anche per questo, venerdì sera, il pellegrino Francesco aveva il passo lento e pensieroso, nella vastità del colonnato di San Pietro deserto, mentre saliva verso la basilica vaticana per pregare per il mondo intero. Il cielo cominciava ad imbrunire e su Roma cadeva una pioggia intensa. Si poteva parlare di “tempesta e buio”, come nel brano del Vangelo di Marco che il Papa aveva scelto di leggere, brano che comincia con “Venuta la sera”. Veramente è calata all’improvviso la sera, è calato un buio di cui la nostra generazione, tranne i più vecchi, non ha memoria: soffrono e muoiono in tanti, stanno cadendo a decine medici, infermieri, sacerdoti, anziani negli ospizi, persone di ogni età e condizione. Una delle tragiche istantanee di questi giorni è costituita dalle bare esuli sui camion dell’Esercito, in uscita da Bergamo, dove sono troppe per poter essere seppellite.

Ma un’altra tempeste incombe nei prossimi giorni: la tempesta delle mani vuote, la tempesta dei piatti vuoti. Il Papa ha chiesto a tutti di capire la situazione e di effettuare un serio discernimento su che cosa è necessario e che cosa è superfluo. E’ tempo di guardarsi intorno e aiutare coloro che stanno impiegando tutte le loro forze, la Chiesa e le sue associazioni di volontariato, ma anche lo Stato che si prepara a fare il molto che può e deve fare. Però è urgente rivolgere lo sguardo su chi ci vive vicino, senza lasciare che l’angoscia per il contagio, la morte e la disoccupazione ci sommergano. La fame ha fretta: almeno il superfluo può essere condiviso.

Sulla barca di Pietro che sta beccheggiando, Gesù domanda: “Perché avete paura?” e questa domanda ci è stata rivolta più volte venerdì sera da papa Francesco. Ai discepoli spaventati Gesù chiede ancora: “Non avete ancora fede?”. Il nodo, ha detto il Papa, è imparare a fidarsi di Gesù, lasciando che si sgretolino le nostre precedenti certezze e lasciando anche che la tempesta ci percuota. Però sappiamo che con Gesù a bordo non si fa naufragio, perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le situazioni tragiche di questo periodo. Sappiamo che i temporali, come quello che sferzava Roma in quel venerdì di questa inimmaginabile Quaresima, lasciano all’alba un cielo terso e un’aria nuova, un’aria di rinascita.

Vi chiedo di nuovo scusa se ho abusato della Vostra pazienza, ma accogliete tutto questo come segno del mio affetto e della mia vicinanza.

RingraziandoVi per il Vostro prezioso servizio, che nel prossimo futuro diventerà ancora più prezioso, chiedo su ciascuno di Voi la benedizione del Signore.

Il metodo CPM
1. Vedere
sforzarsi di prendere coscienza e di capire le proprie situazioni e atteggiamenti di vita, la qualità della relazione di coppia, i comportamenti della comunità ecclesiale e sociale e le maggiori problematiche odierne.
2. Giudicare
approfondire, conoscere e lasciarsi interpellare dalla Parola di Dio, ricordando che la Parola è Persona e Gesù stesso è Parola incarnata; confrontarsi dunque con Gesù vero interlocutore per poter entrare in intimità e vero dialogo con il coniuge e con gli altri, oltre che per leggere la nostra vita e le varie problematiche in esame con una visione di fede.
3. Agire
cercare di tradurre, con l'aiuto dello Spirito Santo, nella propria vita le acquisizioni maturate, contando anche sulla solidarietà delle altre coppie e del Consigliere spirituale.

L'accoglienza come stile di vita.

I sette punti di PAUL DERKINDEREN. L'Autore, sacerdote, teologo, psicologo, ha rappresentato per molti anni il Belgio in seno al bureau della Federazione Internazionale dei CPM;ne è stato l'Assistente.

Commenti al Vangelo della domenica di Paolo don Squizzato

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