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Bisogna fare la guerra più dura
che è la guerra contro noi stessi.
È necessario giungere a disarmarci.
Io ho combattuto questa guerra per molti anni.
È stato terribile. Molto terribile.
Ma posso affermare che adesso sono disarmato.
Non ho paura di niente e di nessuno;
l'amore allontana la paura.
Sono disarmato
dal voler avere ragione,
dal giustificarmi
screditando gli altri.
Non mi chiudo nel mio castello
né m'inorgoglisco delle mie ricchezze.
Accolgo e condivido.
Non mi aggrappo assolutamente
alle mie idee e ai miei progetti.
Se mi si presentano
proposte migliori o almeno buone
Le accetto senza alcun impedimento.
Ho rinunciato a fare confronti.
Ciò che è buono, vero, reale, per me è sempre il meglio.
Per questo non ho paura.
Quando non si possiede nulla
non si ha paura di nulla.
Se uno si disarma,
se smette di possedere,
se si apre al Dio fatto uomo
che fa nuove tutte le cose,
allora Egli fa sparire
il passato negativo
e ci apre il panorama
di un tempo nuovo
in cui tutto è possibile.

Riflessione di Gianfranco Girola (Diacono di Torino e Assistente dei Centri di Preparazione al Matrimonio

pdf buttonLA GUERRA PIU’ DURA

La guerra più dura, la guerra contro noi stessi, può essere un buon inizio per il cammino di santità che il papa propone alla Chiesa e, quindi, a ciascuno di noi: una vita di santità, una santità incarnata e non incartata.

Se noi guardiamo come in filigrana il documento del papa, vediamo dietro il mistero dell’Incarnazione: la santità deve essere vissuta nel mondo contemporaneo, non nelle nicchie o sotto la campana di vetro.

Si tratta di una lotta contro noi stessi: offrire il nostro corpo (persona) a Dio, operando una profonda trasformazione del nostro modo di pensare e di agire, per discernere la volontà di Dio e decidersi per essa (santità).

Lottare contro se stessi, offrire i nostri corpi come sacrificio vivente, significa porre la nostra persona davanti a Dio, metterla a disposizione di Dio perché ne faccia quello che vuole. Tale atto presuppone una scelta libera e volontaria; chi offre, infatti, prende una decisione cosciente: egli si priva di ciò che dà, non si riconosce più padrone di ciò che dà, perché sceglie di darlo.

L’offerta è del corpo e corpo dice innanzi tutto la concretezza dell’essere umano, l’uomo nell’esistenza di ogni giorno. Il corpo richiama il cibo, il sonno, il caldo, il freddo, la stanchezza, la salute, la malattia, l’età, la vecchiaia, la giovinezza, la fanciullezza. Il corpo è ciò che ci contraddistingue dall’esterno attraverso la voce, il passo, il profilo e, soprattutto, il volto. Offrire il corpo vuol dunque dire mettere a disposizione di Dio, deporre davanti a lui, la concretezza della propria individualità in rapporto con il proprio esistere quotidiano.

In secondo luogo il corpo dice la capacità dell’essere umano di entrare in relazione con la realtà e, quindi, fa riferimento al vedere, ascoltare, parlare, sentire, toccare, muoversi. Offrire il corpo vuol dunque dire mettere a disposizione di Dio, deporre davanti a lui, l’intera esperienza relazionale, quell’esperienza che la persona compie attraverso la sua corporeità.

In terzo luogo il corpo dice attività, perché attraverso il corpo l’uomo opera. Ogni azione coinvolge il corpo e nel suo agire l’uomo, attraverso il corpo, si esprime, dando il proprio contributo alla storia e alla società. Tutto questo diventa offerta, cioè tutto l’agire è posto sotto il segno dell’offerta resa a Dio, non per avere qualcosa in cambio, ma ponendo a disposizione di Dio le proprie energie, facendo in modo che ogni atto corrisponda alla sua santità e volontà.

Infine, in quarto e ultimo luogo, il corpo è qualcosa di cui l’uomo dispone per realizzare ciò che ha nel cuore, che è il luogo della decisione, della riflessione, degli affetti, dell’immaginazione, della memoria. Offrire il corpo vuol dunque dire mettere a disposizione di Dio, deporre davanti a lui, la realtà misteriosa del proprio cuore. Non si può offrire il corpo senza in qualche modo andare a toccare il mistero profondo della persona umana, che è quello della sua interiorità.

Ma allora l’offerta del corpo implica di conseguenza anche una lotta, perché incontra la realtà del peccato, che abita nel cuore dell’uomo e che trova nella corporeità la sua esplicitazione. Attraverso l’offerta del proprio corpo, di tutto il proprio essere, nell’affrontare la realtà seria ed enigmatica del peccato, l’uomo fa pure l’esperienza di una liberazione, di una redenzione, giungendo progressivamente a realizzare il desiderio di Dio, quello che la vita dell’uomo sia un culto costante, che in tutto egli gli renda lode.

Allora comprendiamo quello che dice Atenagora all’inizio della sua preghiera: una lotta dura, la più dura di tutte, combattuta per molti anni, per arrivare a disarmarsi. Adesso che è disarmato si sente veramente libero e la libertà allontana la paura: non ho paura di niente e di nessuno, dice Atenagora.

Ad esempio, la paura di non essere considerati abbastanza, che altri ci passino davanti (in vari modi). “Non stimatevi sapienti da voi stessi” dice San Paolo. Una paura che diventa stizza, magari rabbia, quando queste cose succedono. Si può soffrire se vengono scelti altri, ma non è lecito “prendersela”: la lotta contro me stesso e la libertà che dovrebbe essere il risultato di quella lotta deve portarmi a lodare Dio, ringraziarlo perché è stata scelta quell’altra persona e pregare perché quell’altra persona

L’essere disarmati ci porta ad accettare “l’usa e getta” che esiste nel mondo e anche nella Chiesa: accettare questa realtà non vuol dire praticarla, ma vuol dire rimanere sereni e non stracciarci le vesti quando ne siamo oggetto. C’è un aspetto umano, in base al quale si può anche soffrire e ci si può anche confrontare nella carità, ma c’è un aspetto teologico nell’accettare “l’usa e getta” fatto nei nostri confronti: Gesù ci invita a dire “siamo servi inutili”, cioè senza diritti. Il servire non ci dà nessun diritto, non solo nei confronti di Dio, ma nei confronti di nessuno. La lotta è dura, ma su questo il Signore non fa sconti: la croce ne è la prova. Gesù dichiara necessaria la sua croce, ma, assieme alla sua, anche quella dei discepoli diventa importante e necessaria.

La lotta di cui parla Atenagora comporta un confronto con la realtà del mondo con cui ognuno si trova ad essere in contatto. Quello che accade e che si sperimenta attraverso la corporeità esercita su di noi un fascino, tante volte una specie di rimpianto; il mondo, che sappiamo essere evanescente e transitorio, tuttavia si presenta forte e risulta attraente, seducente, accattivante, capace di conquistare.

La lotta e la libertà raggiunta ci permettono di fronteggiare tutto questo.

Atenagora tocca dei punti essenziali, dove ci giochiamo la vittoria nella lotta contro noi stessi e la libertà che ne deriva, o dovrebbe derivare.

Sono disarmato dal voler avere ragione, dal giustificarmi screditando gli altri.

Negli ambienti di lavoro sovente si dice: “Se puoi dare la colpa a un altro, sei a posto”. Quanta difficoltà proviamo nell’ammettere di aver sbagliato; con quanta facilità a volte screditiamo gli altri con giudizi avventati o gratuiti, anche solo per far emergere noi stessi, anche solo perché non sono sulla nostra lunghezza d’onda, non la pensano come noi, o perché, avendo potere, non orientano le cose come vorremmo noi.

Non mi chiudo nel mio castello: non mi ritiro sull’Aventino, non mi siedo sulla riva del fiume aspettando che passi quel certo cadavere.

Non mi inorgoglisco delle mie ricchezze: ovviamente parliamo anche delle ricchezze di doti, di esperienza, di capacità, di militanza.

Accolgo e condivido: accolgo la decisione dell’altro e metto a disposizione quello che sono e quello che ho, sapendo che non posso obbligare nessuno ad accettare una mia proposta, un mio parere, una mia iniziativa: l’aiuto ad un altro deve essere fornito secondo quello che l’altro desidera o ritiene necessario, non posso obbligare l’altro ad accettare quello che io propongo e come io lo propongo.

“O fai come ti dico io, o ti arrangi”. Questo capita nell’aiuto ai poveri. L’esempio ci viene da Gesù quando incontra Bartimeo, il cieco di Gerico; a un cieco che gli domanda pietà, Gesù chiede “Cosa vuoi che io faccia per te?”.

Accetto le proposte buone degli altri senza difficoltà, senza che siano decisamente migliori delle mie. Pensiamo a quanto succede nelle riunioni di condominio o in certi consigli pastorali.

Gesù ci chiede il distacco da noi stessi, dalle nostre idee, dai nostri progetti: ciò che è buono, vero, reale, per me è sempre il meglio.

Il Signore non si è mai impegnato a realizzare i nostri progetti, ma ci chiede ogni giorno di aiutarlo a realizzare il suo progetto, che è sempre mediato da delle persone, che passa attraverso la mediazione di qualcuno. Non dobbiamo obbligare il Signore e venire dietro a noi, ma siamo noi che dobbiamo seguire lui.

Quando non si possiede nulla, neanche le proprie idee, i propri progetti, non si ha paura di nulla, non si ha paura di perderli o non ci si stizzisce quando li perdiamo, o quando li vediamo realizzati da altri o con altri.

Se uno svuota se stesso, può lasciare spazio a Dio, può aprirsi a colui che fa nuove tutte le cose: davanti a noi c’è un futuro impensato e impensabile, in cui tutto è possibile, anche quelle cose che fanno altri e che magari avremmo dovuto o desiderato fare noi.

Nel Salmo 89 si legge: “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio”. Questo vale per chi è avanti negli anni e pensa di fare ancora un mucchio di cose, ma vale per tutti: guardare al passato senza nostalgie o rimpianti, ma con gratitudine, e guardare al futuro con fiducia, leggendo i segni che il Signore sparge qua e là e ricordando che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie.

San Paolo dice di non conformarsi alla mentalità di questo secolo, di non schematizzarci, di non lasciarci schematizzare: gli schemi del mondo non possono essere i nostri.

La lotta contro noi stessi deve portarci a questa libertà: le problematiche della vita e del servizio devono essere affrontate con uno stile diverso da quello del mondo.

Guardiamo a due esempi veterotestamentari:

1) In Giudici 7 vediamo Gedeone che si prepara alla battaglia contro Madian. Il Signore gli dice: “La gente che è con te è troppo numerosa perché io metta Madian nelle tue mani; Israele potrebbe vantarsi dinanzi a me e dire: la mia mano mi ha salvato”. Secondo le indicazioni del Signore, Gedeone riduce, quindi, l’esercito dapprima da 32.000 uomini a 10.000 e poi da 10.000 ad appena 300. Questi 300 uomini, armati soltanto di corni per suonare e brocche vuote con dentro delle fiaccole, invadono l’accampamento nemico facendo gran chiasso. Allora “mentre quelli suonavano i trecento corni il Signore fece volgere la spada di ciascuno contro il compagno, per tutto l’accampamento”.

La Chiesa, confrontandosi con il mondo, deve reagire alle forze che si fanno strada con prepotenza. Ma, come Israele, una Chiesa troppo potente correrebbe il rischio di vantarsi, di cadere nel trionfalismo, di attribuire il proprio successo a se stessa.

Quelle “armi”, apparentemente assai ridicole, di colpo hanno prodotto un effetto inimmaginabile. Alla stessa maniera di Gedeone, una Chiesa che si abbandona interamente al mandato del Signore può ottenere risultati importanti senza grandi mezzi: può bastare un corno per annunziare la Parola di Dio, può bastare una fiaccola (la luce di Cristo risorto), a condizione che noi siamo brocche vuote. Non è detto, dunque, che il numero ridotto annulli necessariamente la forza di incidere della Chiesa.

2) Nel I Libro di Samuele, al capitolo 17, si racconta l’evento che ha reso improvvisamente conosciuto Davide e l’ha proiettato alla conquista del potere: la sua vittoria contro i Filistei e, in particolare, il suo duello con Golia. Golia cerca di mettere in ridicolo Davide, è ostile e provoca “Fatti avanti e darò le tue carni agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche”. Anche oggi la Chiesa si imbatte in Golia, un gigante terrificante che sembra invincibile. Di fronte a lui, come primo impatto, sperimentiamo un forte senso di impotenza. E non mancano coloro che sentono il dovere di rafforzare questa sensazione, dicendo come ha detto Saul: “Tu non puoi andare contro questo Filisteo”. All’inizio Davide prende la strada sbagliata: si riveste dell’armatura del potere e della forza, cioè segue il modo del mondo di difendersi. Ma questo paralizza l’azione di Davide che dice: “Non posso camminare con tutto questo, perché non sono abituato”. Proprio come la Chiesa quando ricorre all’arsenale del mondo. Per combattere, la Chiesa ha le sue armi e tra queste brilla un principio: “Tu, Golia, – dice Davide – vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti”.

La lotta contro noi stessi, inizio del cammino di santità, passa attraverso queste esperienze: puntare su Dio e non su noi stessi, mettere da parte gli schemi del mondo, non aver paura di rinunciare a noi stessi, al nostro orgoglio, all’apprezzamento della gente. “Sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5), Pietro si fida di Gesù: sfida il ridicolo dei colleghi, rinuncia ad una doccia con colazione calda e riposo, dopo una notte di lavoro senza risultati, ma riempie le reti.