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Senza mai perdersi d’animo

L’umiltà è l’aria, il clima, l’atmosfera dentro la quale noi dobbiamo collocarci come servitori di Dio: “Mio servo tu sei, sul quale manifesterò la mia gloria” (Is 49,3), cioè me stesso come Dio. Tutto da Dio e tutto per Dio; allora tutto quello che scende da Dio come espressione della sua grandezza, torna a lui come celebrazione della sua grandezza: il nostro lavoro insieme alla nostra persona che lo compie ringraziando.

Dobbiamo pregare perché questa dimensione spirituale penetri sempre più nei vari momenti della nostra esistenza, nelle varie condizioni del nostro servizio, nelle varie situazioni della nostra attività.

Non è facile e non sarà mai finito il lavoro per collocarci in questo atteggiamento di umili servi del Signore, come Maria. Però non dobbiamo perderci d’animo.

Questa parola è sempre di san Paolo: “Perciò, avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo. Al contrario, abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunciano apertamente la verità e presentandoci davanti a ogni coscienza umana, al cospetto di Dio” (2Cor 4,1-2).

Queste parole possono avere un significato più o meno forte secondo l’esperienza di ciascuno e dobbiamo usarle con un certo pudore. Io credo che a volte si esageri il peso della tribolazione che di tanto in tanto viene a visitarci (e in ogni caso verrà sempre a visitarci).

Non c’è nessuna vita senza tribolazione se è vero che la via della risurrezione è la via della croce. Non ci sarà mai per nessuno una situazione in cui il servizio sarà sempre senza fastidi, senza guai, senza fatiche, senza opposizioni, senza incomprensioni, senza ostilità.

 

Il coraggio della perseveranza

La perseveranza è una delle qualità ascetiche fondamentali del Nuovo Testamento, dove, tra l’altro, l’aggettivo “perseverante” è sempre coniugato con la preghiera: si parla di preghiera perseverante.

Ci vuole coraggio per restare in preghiera perché pregare è fatica.

La Lettera agli Ebrei ci dice: “Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso” (Eb 10,19-23).

E’ bella questa espressione: non si tratta soltanto di professare la fede, bisogna professare anche la speranza, perché Dio è fedele. La nostra esistenza risponde ad una chiamata, ed è come un pellegrinaggio: andiamo avanti verso il santuario dove saremo sempre con il Signore.

Il pellegrinaggio è aspro e difficile, in un deserto pieno di scorpioni e di serpenti velenosi, come dice il Deuteronomio, e dove mancano l’acqua e il pane. I fedeli sono esortati a perseverare, a non sedersi ai bordi della strada, a non ambire un riposo terreno come se non fossero chiamati ad un riposo eterno.