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Io, Paolo, piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell’uomo interiore.

Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. A colui che in tutto ha potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Il brano conclude la prima parte della Lettera agli Efesini con una supplica in cui Paolo chiede a Dio la piena partecipazione dei cristiani ai doni ricevuti in Cristo. La supplica è solenne e per questo Paolo si pone nel gesto simbolico della preghiera, e cioè quello di mettersi in ginocchio.

Egli si rivolge a Dio chiamandolo “Padre” e affermando che da lui deriva ogni famiglia/paternità del cielo e della terra. Intende così dire che la paternità sovrana di Dio come creatore si estende all’intero universo e abbraccia ogni creatura.

Paolo invoca sui fedeli l’azione dello Spirito, affinché rafforzi in loro l’uomo interiore. Con questo linguaggio, proveniente dalla tradizione greca, egli indica il luogo privilegiato dell’azione dello Spirito: l’intelligenza, la volontà e la libertà umana. Soltanto lo Spirito donato con generosità e potenza dal Padre rende i fedeli sicuri e stabili nella nuova dimensione della vita cristiana.

In sinergia con l’azione dello Spirito è l’inabitazione di Cristo nei cuori dei credenti, la quale li porta alla piena maturità cristiana, che è appunto perseveranza e saldezza nell’amore. Il contesto del brano lascia trasparire a quale amore Paolo si riferisca concretamente, e cioè all’amore fraterno, che cementa i legami comunitari e che ha la sua fonte in Dio e in Cristo.

La successiva richiesta è quella che i cristiani siano condotti dalla grazia divina a comprendere l’amore di Cristo in tutte le sue dimensioni. E’ una comprensione non tanto intellettuale, quanto frutto di esperienza viva, che non si realizza in modo privatistico e solitario, ma nella comunione con tutto il popolo di Dio.

L’ultima richiesta di Paolo è la conseguenza cui tende il progetto salvifico del Padre, e cioè riempire della pienezza della sua vita divina tutti i credenti.

La preghiera di Paolo si conclude con un’entusiastica lode innalzata a Dio e a Cristo attraverso la Chiesa, lode che vuole attraversare i tempi e lo spazio, per irradiarsi nell’intero universo. La lode è come il bene: ha bisogno di espandersi e di coinvolgere ogni realtà.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Certamente lei non si esprimeva con questi termini, ma voleva “rafforzare l’uomo interiore” del marito, metterlo a contatto con la forza dello Spirito; e allora lo trascinava a incontri, conferenze, preghiere, acquistava libri in cui la Parola di Dio era spiegata così luminosamente che lei se ne beava; non poteva concepire che il marito non gustasse le stesse ricchezze e allora sottolineava diligentemente il libro e poi glielo metteva sul comodino e voleva che lui lo leggesse. Se lui ne leggeva qualche pagina, non sforzandosi certo di nascondere la sua mala voglia, allora lei diveniva luminosa, tenera con lui. Quasi a sua insaputa, le veniva più facile perfino il rapporto sessuale quando constatava che lui aveva continuato a leggerlo. Ma, con l’andar del tempo, incontri e letture che lei gli “propinava” (parole di lui) lo facevano diventare sempre più inerte e passivo, con grande sconcerto di lei che voleva “portarlo a Dio” (parole di lei). Questo non lo faceva arrendere, poiché, diceva, “dobbiamo condividere”. Era convintissima di avere ragione, di doverlo spingere, altrimenti lui sarebbe rimasto immobile come un masso.

L’intenzione, come riusciamo a immaginare, era buona, ma la strada era sbagliata: voleva “tirare” il marito, più che a Dio, a se stessa. E’ vero, ciascun coniuge può e deve aiutare l’altro ad andare verso Dio, chiedendo allo Spirito, nel linguaggio di San Paolo, che rafforzi il suo “uomo interiore”: la saldezza nella fede, la ricerca di Lui, la sua libertà, il suo desiderio di andar oltre la superficie delle cose. In questa avventura del dar voce al proprio “uomo interiore” non c’è miglior alleato del coniuge, che può “generare” per così dire lo sposo/la sposa alla fede, all’incontro con Dio. Ma non certo con i metodi dell’istruzione, del mettersi sul piedistallo, per controllare e misurare i suoi passi: con questi metodi si sviluppa soltanto la resistenza passiva, non certo “l’uomo interiore” che accoglie Dio. Il quale “sta alla porta e bussa”: chiedersi “Allora come si fa?” vuol dire chiudere occhi e cuore al suo metodo, che non è quello del dominio. Del resto, in questo desiderio legittimo e santo che il coniuge possa conoscere l’amore di Dio, lui “in tutto ha il potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare”. E allora, perché non lo lasciamo agire e noi rimaniamo discreti e gioiosi testimoni di quanto il suo amore ci faccia belli e lieti.

Preghiamo (ORATIO)

Voglio affidarti il mio coniuge, o amore di Cristo che sorpassi ogni conoscenza, desidero che lui/lei cresca in te e magari mi superi, nel suo cuore radicato e fondato nell’amore. Aiutami, o Signore, a vedere come agisci in lui/lei, tu che rispetti i suoi tempi e lo/la ami senza condizioni. Ti chiedo ancora, Signore, di lasciarmi aiutare da lui/lei a venire da te, nei modi in cui tu vuoi.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Un padre interrogò un sapiente medico e gli disse: “O sapiente, conosci per caso il rimedio a ogni dolore?”. Il medico gli disse: “Lo so perfettamente. Ascoltami: prendi lo zucchero della penitenza, il fiore dell’amore fraterno, la foglia dell’amore dei poveri, il frutto dell’umiltà e riempine il mortaio della misericordia; pesta il tutto in ginocchio, spremilo nel fazzoletto dell’afflizione e bevilo mescolato alle lacrime, al cuore di ogni notte. Questo è il rimedio a ogni dolore, poiché non solo risana l’uomo interiore, ma santifica, rinnova e purifica anche quello esteriore. (I Padri del deserto, Detti editi e inediti, Magnano 2002).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Se avete questa grazia, dire insieme una preghiera, ciascuno con la mano sul capo dell’altro, perché ciascuno possa adorare “la potenza di Dio che già opera in noi”.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Quando parliamo di “spiritualità familiare”, non intendiamo una cosa astratta o intimistica. Intendiamo la presenza contemporanea di due dimensioni: una famiglia che è in relazione con Dio nelle vicende della vita quotidiana e che attinge la comunione dalla sua radice, cioè dalla Trinità, nella quale la famiglia (cristiana e non) ha il suo riferimento primordiale; e una famiglia che, modellata da questa relazione, è presente nel mondo e lo trasforma, esportando ed espandendo la comunione che viene da Dio; la famiglia non è autosufficiente e non può chiudersi in se stessa; l’amore è fatto per espandersi, per diffondere comunione, per aprirsi all’orizzonte di Dio senza confini.

Azione e contemplazione, quindi, sono due dimensioni che caratterizzano la famiglia cristiana: non uno spiritualismo disincarnato, ma nemmeno un attivismo privo di anima, di progetto e di motivazioni.

Possiamo chiederci ora: come una famiglia oggi, nel concreto della sua vita quotidiana e nella varietà delle sue situazioni esistenziali, può lasciarsi modellare da una relazione profonda con Dio? Mettendosi in ascolto della sua Parola; la Parola, infatti, è lo strumento principale con cui, anche nell’esperienza umana, noi ci mettiamo in relazione con le persone. Ora la Parola della Scrittura ha lo scopo di metterci in relazione con Dio, di farci “conoscere il cuore di Dio”, di farci sentire amati da lui e di rispondere nell’amore alla sua offerta di comunione. Gregorio Magno esorta i cristiani: “Impara a conoscere il cuore di Dio nelle parole di Dio”.

Una famiglia cristiana è chiamata ad entrare in intimità con Dio per testimoniare un amore che porta l’impronta di Dio. Il contatto con la Parola libera la famiglia dal rischio di isolarsi e la fa diventare una risorsa che genera e sostiene la comunità (S. Nicolli, La Parola di Dio e la famiglia: una vocazione all’incontro, in Notiziario dell’Ufficio Catechistico Nazionale VIII, 2004).