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In quel tempo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.

Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: “Riempite d’acqua le giare”; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: “Ora attingete e portatene al maestro di tavola”. Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”.

Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Con Cana si è al sesto giorno della settimana inaugurale del Vangelo di Giovanni e ciò vuol dire che Gesù compie un gesto particolarmente grande: il sesto giorno è quello della creazione dell’uomo e della donna.

Ebbene al sesto giorno troviamo la festa; è Gesù che fa festa e vuole che la festa degli uomini continui, che non finisca la gioia di due giovani sposi. Il Dio annunciato da Gesù è il Dio della festa, è il Dio che agisce perché il banchetto possa darsi, perché non finisca la gioia dell’uomo. Anche per questo Giovanni chiama questo miracolo un “segno”, perché non si esaurisce nella soluzione del problema immediato, ma rimanda al suo significato, cioè alla salvezza che Gesù è venuto a portarci.

Il racconto del “segno” di Cana è poi assolutamente singolare, proprio perché si avvale del simbolismo nuziale. Qui lo Sposo è il Cristo, la sposa è la Chiesa, ossia la comunità dei discepoli, chiamata alla comunione intima con lui. Questa comunità è simboleggiata dalla figura di Maria. Qui ella rappresenta l’atteggiamento autentico del popolo d’Israele quando attende con cuore sincero l’arrivo del Messia-Sposo. Questa è la ragione per la quale il vangelo si esprime in questi termini: “Ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù”. Allo stare di Maria, che è lo stare della fede, si contrappone lo stare dei sei recipienti di pietra, simbolo di un cuore indurito e dominato da un peccato che sembra invincibile; tanto è vero che essi sono vuoti.

La richiesta di Maria non è respinta da Gesù, bensì egli le chiede di chiarire il senso della domanda: va da lui in nome di una relazione parentale o della fede? Maria non si sente respinta dalla risposta di Gesù e le basta sentire la parola “ora” per intuire che egli non si sottrarrà alla sua supplica. L’ora è quella del pieno dono di sé, che si realizza compiutamente nella morte in croce. I servi accolgono l’indicazione della madre che li esorta a fare ciò che Gesù dirà. Non solo eseguono il suo ordine, ma lo fanno con generosità totale, riempiendo fino all’orlo gli otri. E’ questa una figura dello stile del servizio nella comunità.

Infine abbiamo la sorpresa del vino migliore. Esso è simbolo dello Spirito, fonte della novità della vita cristiana, del nuovo che Dio riesce sempre a immettere nella nostra storia, anche quando noi non vediamo più altre possibilità.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Maria è la sposa posta da Giovanni di fronte al Messia-Sposo: non dà ordini, men che meno istruzioni. E’ la sposa che esprime il bisogno: “Non hanno più vino”. E’ lei deputata a sentirlo, a viverlo; lo Sposo è chiamato a vedere che il limite, il bisogno di due normalissimi sposi è un bisogno della sposa-Chiesa. E’ così che lei intercede senza potere, senza pretese (nemmeno di far fare all’altro ciò che è bene). E Gesù la chiama “donna”, la stessa parola con cui dalla croce le affiderà la sua nuova famiglia, nata non dal sangue, ma dalla fede. E’ così che la sposa intercede, presentando allo Sposo il bisogno dei figli, ai quali può dire: “Fate quello che lui vi dirà”, come sta facendo lei stessa davanti al Messia-Sposo.

Preghiamo (ORATIO)

Maria, tu che interpreti i bisogni profondi della casa di Israele e della Chiesa, presenta al Messia-Sposo il bisogno di noi coppia, porta a lui nell’ora della croce i nostri smarrimenti e i nostri traviamenti e riporta alle nostre orecchie il comando: “Fate quello che vi dirà”. E’ solo facendo quello che lui, infatti, dirà al nostro cuore che potremo il cammino del banchetto eterno verso cui ci stiamo dirigendo.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Cristo è lo sposo, la sua sposa è la Chiesa, i figli dello sposo o delle nozze sono uno per uno tutti i suoi fedeli; il tempo delle nozze è il tempo in cui, in virtù del mistero dell’incarnazione, egli ha unito a sé la Chiesa. Il fatto poi che le nozze furono celebrate a Cana di Galilea significa simbolicamente che sono soprattutto degni della grazia di Dio quelli che sanno essere ferventi con lo zelo della devozione, ambiscono a più grandi doni spirituali, sanno passare dal vizio alla virtù, perché operano il bene, dalle realtà terrene a quelle eterne perché sperano e amano. Mentre il Signore stava alle nozze venne a mancare il vino, perché, diventato grazie a lui il vino migliore per meravigliosa disposizione, si manifestasse la gloria del Dio nascosto nell’uomo e aumentasse e si perfezionasse la fede di quelli che credevano in lui. Perciò, fratelli carissimi, amiamo con tutto il cuore queste nozze di Cristo e della Chiesa, che allora erano prefigurate in una sola città e ora sono celebrate in tutto il mondo; uniamoci con indefessa intenzione di opere buone al loro gaudio celeste. Dato che, grazie alla fede, siamo venuti a queste nozze, celebriamole con la pura veste dell’amore e laviamo scrupolosamente le macchie delle nostre azioni e dei nostri pensieri prima del giudizio finale, perché non avvenga che il re, che ha fatto queste nozze per suo figlio, vedendo che non abbiamo la veste nuziale dell’amore, ci scacci e ci respinga nelle tenebre esteriori, legati con mani e piedi, cioè preclusi dalla possibilità di agire bene (Venerabile Beda, Omelie sul Vangelo, Roma 1990).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Traducete nella vostra vita coniugale questa parola: “Fate quello che vi dirà”

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Mi ha dato un fastidio incredibile l’insinuazione che Maria non sapesse danzare. Mi è parso, insomma, un enorme sacrilegio. Un oltraggio alla sua umanità. Un delitto contro ciò che ce la rende più cara: l’irresistibile dolcezza comune alle figlie di Eva. Che cosa si nasconde, infatti, sotto questa frase, se non l’affermazione che Maria non ha avuto un corpo come le altre donne, e che la sua era una femminilità per modo di dire, o, comunque, così disincarnata ed evanescente da renderle impossibile il prolungarsi gestuale nel vortice della danza?

E non vi sembra una bestemmia il solo sospetto che Maria fosse una creatura svigorita di passioni, povera di slanci, priva di calore umano, macerata solo da digiuni e astinenze, genuflessa sugli specchi frigidi delle contemplazioni, incapace di quegli struggimenti interiori che esplodono appunto nella grazia del canto e nella dilatazione corporea del ritmo? Che Maria fosse esperta di danza sta a dircelo una parola-spia, presa nel suo vocabolario: “esultare”. Viene dal latino “ex-saltare”, che significa appunto: saltellare qua e là. Sicché, quando lei esclama: “Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore”, non solo tradisce la sua straordinaria competenza musicale, ma ci fa sospettare che il “Magnificat” deve averlo cantato danzando (A. Bello, Maria, donna dei nostri giorni, Cinisello Balsamo 1993).