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Così dice il Signore Dio a Gerusalemme: “Tu sei, per origine e nascita, del paese dei Cananei; tuo padre era Amorreo e tua madre Hittita. Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico e non fosti lavata con l’acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti un sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita.

Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; ma eri nuda e scoperta.

Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; ti adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo; misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo.

Così fosti adorna d’oro e d’argento; le tue vesti erano di bisso, di seta e ricami; fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse tra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio”.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Ezechiele traccia un ampio quadro storico di Gerusalemme, servendosi della similitudine matrimoniale, come già qualche tempo prima avevano fatto i profeti Osea e Geremia. La ragione dell’uso di questo simbolismo è l’esperienza della realtà incommensurabile, trascendente. Di un amore divino, spesso misconosciuto da Israele, non corrisposto, mal ripagato.

C’è una sorta di passione quasi furibonda nel Dio che rimprovera Israele per questa sua incapacità di riconoscere l’amore di cui vive; perciò il profeta Ezechiele non si limita a ritornare al tempo del fidanzamento, ma addirittura si rifà agli inizi, riandando al tempo della nascita del popolo. Esso è paragonata ad una neonata abbandonata, che non viene curata, lavata, fasciata. I particolari del racconto sono estremamente realistici (vv. 5s), quasi brutali, e servono a porre in evidenza il passaggio di Dio in questa solitudine, passaggio che porta con sé affetto, calore, protezione e salvezza, permettendo alla piccola creatura di vivere e di crescere.

Si giunge così, quasi improvvisamente, all’adolescenza della giovane, che viene riconosciuta dal Dio che passa e che la sceglie fidanzandola a sé e sposandola. Stendere il lembo del mantello è un gesto che indica la decisione di fidanzarsi con una donna e di prenderla in sposa. In tal modo la povera ragazza, sola e diseredata, viene assunta come sposa prediletta.

Tutto il testo sottolinea come l’azione sia di Dio e sfoci nella formula di alleanza: “Divenisti mia” (v. 8). Ella viene gratificata di doni preziosissimi, che la rendono degna di un così grande sposo. Gli abiti riccamente ricamati, i preziosi gioielli, i cibi prelibati, dicono tutta la cura che lo sposo ha nei riguardi dell’amata, e come egli la circondi di affetti gratuito, impagabile. In ciò si scorge la similitudine di tutti i doni che il Signore ha elargito al suo popolo, ma è messa in evidenza anche quella generosità e gratuità che rende prezioso il rapporto nuziale.

Si avverte negli ultimi versetti una sorta di nostalgia del Signore per il fulgore della sua sposa, di quel popolo ora in esilio, desolato e demotivato, cui si rivolge Ezechiele perché si converta e torni così a quel Dio che desidera solo poterlo rivestire dei doni del suo amore.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Desideriamo fare due riflessioni.

La prima è questa: “Come oggetto ripugnante fosti gettata via” (v. 5) è la percezione dell’abbandono descritta qui in modo realistico, forse brutale per le nostre orecchie raffinate; ma è qui che dobbiamo sostare nell’ospitare il dolore di ogni figlio, anche in embrione, gettato via. Il testo ci suggerisce che ciò che viene così crudelmente abbandonato non è un puro ammasso di cellule, un urlante pezzo di pezzo di carne, ma è una “sposa”. Di nuovo Dio ci stupisce per questo Amore impotente e determinato: ogni umano è un essere su cui egli vuole “porre la sua gloria”

(cfr. v. 14), nessuno escluso; in ogni piccolo indifeso egli vede la sposa, colei che ama e per la quale è disposto, come ci rivelerà il Nuovo Testamento, a dare la vita.

La seconda riflessione è questa: ci sono dei “salvatori”, prevalentemente donne, disposti a scambiare il rapporto d’ amore con un rapporto di “salvataggio”, di cure unilaterale, per così dire “infermieristico”. “Il mio amore ti salverà”, diceva una lei sposando un tossicodipendente ancora tutto centrato sul “farsi”. “Io mi prenderò cura di te, ti guarirò da tutte le tue ferite, ti cambierò”, diceva un’altra lei sposando uno che no era in grado di tenersi un lavoro, e aveva fatto della violenza, anche contro se stesso, una logica di vita. Purtroppo sono in molti, preti compresi, a scambiare questi deliri si salvataggio per rapporti d’amore: e invece essi possono coprire il bisogno compulsivo di essere indispensabili, di ottenere gratitudine (che magari poi non arriva), di accumulare crediti: se faccio così tanto per lui/lei, sarò amata/o!

Non così dice il nostro testo! Nessuno si può erigere a dio onnipotente per l’altro. Qui passa un altro messaggio: tu coppia, sia quando ti senti rivestita di vesti preziose, sia quando ti senti abbandonata e sfiduciata, alza gli occhi e contempla quanto lo Sposo ha fatto per te. Ripercorri la tua storia e trova almeno un gesto della cura che Dio ha avuto per te. Il “Dio che passa”, come dice il nostro brano, è il Dio che si china su di te, ti riveste di doni, pone in te la sua gloria!

Preghiamo (ORATIO)

Crediamo di “esserci fatti da soli”, Signore, e ci illudiamo di bastare a pulire, a cicatrizzare, a sanare tutte le piaghe con cui ciascuno di noi è arrivato fin qui. Non lasciarci innamorare, Signore, dei crediti che uno crede di avere presso l’altro; lasciaci invece innamorare dei gesti inauditi, sorprendenti e immeritati con cui tu ci fai oggetto delle tue cure!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Anche allora, o Signore, sarai tu che riposerai in noi, al modo che ora sei tu che operi in noi, e sarà, quello, riposo tuo per nostro mezzo, al modo che queste sono opere tue per nostro mezzo. Ma tu, o Signore, sempre operi e sempre riposi, né vedi nel tempo, né ti muovi nel tempo, né riposi nel tempo. E tuttavia sei l’autore delle visioni temporanee e del tempo stesso e del temporaneo riposo (Agostino d’Ippona, Confessioni, XIII 37, 52).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Rivedete insieme un momento della vostra vita in cui lo Sposo ha avuto un gesto di cura, vi ha fatto un dono, vi ha tirato fuori da una situazione di abbandono. Solo così potrete scoprire con meraviglia di essere dono l’uno per l’altro.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

La categoria sponsale è ampiamente utilizzata nella Scrittura per esprimere il rapporto fra Dio e il suo popolo. E’ però opportuno precisare come la Scrittura considera il linguaggio allegorico e in che modo il medesimo viene utilizzato dai Maestri di Israele, in quanto lo sviluppo del pensiero occidentale, soprattutto dopo l’anno mille dell’era attuale, ne ha notevolmente variato il significato sottolineando la differenza tra “figura” e “realtà”.

Dal punto di vista biblico, l’amore umano vissuto nella sua dimensione autentica è “sacro” e “santo” in quanto originato dall’azione creatrice di Dio, ed è in virtù di ciò che può esprimere in maniera significativa il rapporto tra Jahvè e il suo popolo. Le possibili letture allegoriche del Cantico dei Cantici sono vere perché l’amore umano autentico è realmente segno dell’amore divino. I due pini di lettura, quello letterale e quello allegorico, appaiono così complementari e interdipendenti: è vero l’uno perché è vero l’altro, non c’è fra i due una relazione di “figura” e “realtà”, ma si tratta di “realtà” che reciprocamente si illuminano.

Ci troviamo pertanto di fronte ad una analogia che va compresa nell’orizzonte dell’allegoria biblica, cioè del rapporto fra il modello esplicativo e ciò che è rappresentato che, per essere valido, implica innanzi tutto che i due termini di paragone condividano la stessa natura. In altri termini: l’amore umano può essere “segno” dell’amore divino solo se è una realtà positiva creata da Lui e solo se gli uomini lo accolgono e lo vivono in maniera autentica, cioè come Egli stesso lo ha rivelato (E. Bartolini, Comunione nella tradizione ebraico-cristiana, in I. Beltramo – E. Beltramo, La Chiesa sposa, Cantalupa 2003).