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Una voce! Il mio diletto!

Eccolo, viene

Saltando per i monti,

balzando per le colline.

Somiglia il mio diletto a un capriolo

o ad un cerbiatto.

Eccolo, egli sta

dietro il nostro muro;

guarda dalla finestra,

spia attraverso le inferriate.

Ora parla il mio diletto e mi dice:

“Alzati, amica mia,

mia bella, e vieni!

O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso è leggiadro”.

Il mio diletto è per me e io per lui.

Egli mi dice:

“Mettimi come sigillo sul tuo cuore,

come sigillo sul tuo braccio;

perché forte come la morte è l’amore,

tenace come gli inferi è la passione:

le sue vampe sono vampe di fuoco,

una fiamma del Signore!

Le grandi acque non possono spegnere l’amore

né i fiumi travolgerlo”.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Il Cantino dei Cantici è il capolavoro della poesia d’amore biblica. La potenza delle sue immagini, la forza con cui è cantato l’amore tra l’uomo e la donna sono la ragione profonda per cui esso è diventato anche parabola dell’amore del Signore sposo verso Israele vista come la sposa e, nel mondo cristiano, come simbolo dell’amore di Cristo per la Chiesa. Non è questione di opporre una lettura letterale ad una lettura allegorica, ma di cogliere la portata simbolica dell’amore. Il simbolo rende visibile qualcosa dell’invisibile, rende presente e concreto qualcosa che lo abbraccia e assieme lo trascende.

Se in Gn 2, 23 si è udita la voce dello sposo, che accoglieva la donna con il “carme nuziale”, ora in questo testo del Cantico si fa sentire la voce dell’amata: è lei che riferisce la voce dello sposo ed è lei che risponde a questa voce. Emerge così chiaro un primo tratto della sponsalità come alleanza

(2, 16) e cioè il dialogo che deve dare sostanza all’incontro tra i due.

Il Cantico raggiunge il suo vertice in 8, 6s., due versetti che ruotano attorno ad alcune immagini indimenticabili.

Anzitutto quella del sigillo (8, 6). Il sigillo nell’antichità era una pietra dura, spesso preziosa, lavorata in modo da poter imprimere un disegno sulla creta o su altro materiale. Il matrimonio non può restare segreto, un affare privato tra i due, ma pretende di espandersi ed essere riconosciuto.

La seconda immagine è quella del confronto con la morte. Nella vita si danno due assoluti. Amore e morte. Ora l’autore proclama una guerra eterna tra i due, in attesa che Uno proclami la vittoria definitiva dell’amore sulla morte. Certamente un tale amore non può che essere quello di Dio.

Ecco allora la terza immagine, e forse la più potente: l’amore tra l’uomo e la donna partecipa del grande fuoco dell’amore di Dio, in altre parole, usando un linguaggio catechistico, è “sacramento”. E poi l’immagine si svolge: acqua e fuoco si fanno la guerra e l’acqua sembra prevalere; ma l’autore ha in serbo una lieta notizia, e cioè che le grandi acque, figura del caos e del diluvio, non potranno prevalere. L’amore tra l’uomo e la donna è sempre il punto di partenza per ricostruire un mondo più vero e più giusto.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

E’ vero, oggi una donna può autoregalarsi tutti gli anelli che vuole, fedi comprese, e averne piene le dita. Quando, però, lui le infila la fede all’anulare sinistro (e lei a lui) scopre che questo non è uno dei tanti anelli: è una “fede”, cioè un sigillo. Talvolta le parole sono sbiadite dal loro consumo, eppure conviene riscattarle dalla loro consumazione: una fede indica la fiducia che l’altro/a mi porterà al dito come pegno, come legame, come memoria, come segno che io sono definitivamente nel suo cuore, come sigillo.

La donna dice: mettimi come sigillo, cioè metti me che ti amo, come a dire è il (mio) amore che può essere il tuo marchio. Il rovesciamento è sempre possibile e a portata di mano. Posso pretendere che tu porti l’anello al dito (il sigillo) poiché sei mio/mia, poiché mi appartieni, poiché ti metto il marchio di esclusiva (e in ultima analisi diventi merce), oppure, all’opposto, ti chiedo di mettermi sul tuo cuore (o sull’anulare) come dono: tu puoi “portare in giro” il mio amore donato come tua vanto, tua gloria, tuo diadema. Non sono io che ti possiedo e ti privatizzo, sono io che mi dono a te.

Tra i due modi del “mettimi come sigillo” c’è un abisso. E solo nel secondo caso, che nulla ha da spartire con il primo, il sigillo è il segno di una “fiamma del Signore”. Esso porta cioè il DNA dell’amore divino, diviene indice pubblico della vita di Dio, segno di come Dio è in se stesso, pur rimanendo inaccessibile. Dio è in se stesso non amore che fagocita e marchia, non colui che esige l’agnello per sé affinché l’agnello sia risparmiato, ma amore che si dona senza pretese, amore che si lascia perfino usare, misconoscere, ferire. E’ questo l’amore che è più forte della morte, come ha intuito, poco prima di morire, una ragazza ex-tossicodipendente: “Con un grande fuoco posso accenderne mille altri, senza che per questo diminuisca di intensità il mio, ma so che non posso e non devo aspettare che siano sempre gli altri ad accenderlo, a soffiarci sopra”.

Preghiamo (ORATIO)

O Signore, l’Amore che ci hai dato e che ci riscalda il cuore

è come un piccolo bambino che ha bisogno di cure,

che è esposto a molti pericoli per la sua vita.

Ma sarà forte e invincibile,

se tu compirai in noi l’opera della tua creazione

e il tuo Spirito risplenderà sul suo volto.

Rafforza in noi la fede,

per credere sempre di più

che l’opera della tua potenza e della tua fantasia

sia custodita nella fragilità del nostro amore.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

“Il mio diletto a me ed io a lui” (Ct 2, 16). Ciò che non può essere messo in dubbio in questo passo è l’ardentissimo, vicendevole amore di entrambi; ma in questo amore appare evidente la suprema felicità dell’una e la mirabile benevolenza dell’altro.

Infatti questa unione così stretta e così intima non si realizza tra due persone uguali. Del resto chi potrebbe presumere di conoscere, in questa forma di amore privilegiato, ciò che la sposa si vanta di ricevere in dono e ciò che a sua volta dà in cambio, se non chi, per un’assoluta purezza di mente e santità di corpo, avrà meritato di sperimentare in se stesso qualcosa di analogo? Infatti, qui è questione di affetto e non si giunge a coglierlo che per una conformità di affetti, non con la ragione.

Per ridurre sotto una forma in qualche modo comprensibile ciò che stiamo leggendo, bisogna proporre una considerazione tanto più accessibile a tutti, quanto più è di uso comune, che dia coerenza al discorso e comprensione ai piccoli. E mi sembra sufficiente che dicendo: “Il mio diletto a me” sottintendiamo “si rivolge”, in modo che il senso sia “Il mio diletto si rivolge a me ed io a lui” E che cos’è la sposa se non la generazione di coloro che cercano il Signore, che cercano il volto dello Sposo? Egli, infatti, non può rivolgersi a lei, senza che anche lei si rivolga a lui. Perciò essa esprime questa reciproca attenzione dicendo: “Lui a me ed io a lui”. Lui a me, perché è benigno e misericordioso, io a lui, perché non sono un’ingrata. Egli mi dà la grazia per grazia, io gli rendo grazie per la grazia; egli opera per la mia liberazione, io per il suo onore (Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Traducete nella vostra vita coniugale questa parola: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” (Ct 8, 6).

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Questo amore E che si sono amati

Così violento Sì io gli grido

Così fragile Per te per me e per tutti gli altri

Così tenero Che non conosco

Così disperato Fermati là

Questo amore Là dove sei

Bello come il giorno Là dove sei stato altre volte

E cattivo come il tempo Fermati

Quando il tempo è cattivo Non muoverti

Questo amore così vero Non andartene

Questo amore così bello Noi che siamo amati

Così felice Noi ti abbiamo dimenticato

Così gaio Tu non dimenticarci

E così beffardo Non avevamo che te sulla terra

Tremante di paura come Non lasciarci diventare gelidi

un bambino al buio Anche se molto lontano sempre

E così sicuro di sé E non importa dove

Come un uomo tranquillo Dacci un segno di vita

Nel cuore della notte (…). Molto più tardi ai margini di un

E io tremante l’ascolto bosco

E grido Nella foresta della memoria

Grido per te Alzati subito

Grido per me Tendici la mano

Ti supplico E salvaci

Per te per me

Per tutti coloro che si amano (J. Prévert, Parole, Parma 1989).