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Io, Giovanni, udii una voce che mi diceva: “Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino”.

Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.

Colui che attesta queste cose dice: “Sì, verrò presto!” Amen. Vieni, Signore Gesù.

La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi! Amen!

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Siamo all’epilogo del libro dell’Apocalisse e viene presentata la comunità riunita in assemblea liturgica. Essa, dopo essersi purificata con un profondo esame di coscienza e aver imparato a discernere il piano di Dio nella storia, invoca ora un incontro pieno con il suo Signore.

Si ha una specie di responsorio liturgico, dove, da una parte, parla Cristo stesso, che si presenta come l compimento della rivelazione di Dio, come l’incontro tra il Primo ed il Nuovo Testamento. Dall’altra parte, l’assemblea liturgica, la Chiesa, mossa dallo Spirito ricevuto dal suo Signore, non si limita a rispondere, ma rilancia il dialogo con un’invocazione. La comunità ecclesiale è presentata come una sposa che brama l’incontro con l’amato e supplica perché egli venga presto da lei. Essa è pervasa dall’amore dello Spirito, che la fa gridare all’amato: “Vieni!”. Al suo grido lo Sposo risponde: “Sì, vengo presto!”. La risposta positiva dà ancora più coraggio alla sposa, che insiste fiduciosa: “Amen. Vieni, Signore Gesù”.

E’ un dialogo d’amore che rappresenta, per così dire, il compimento di quello cominciato già all’inizio della Bibbia, con Adamo ed Eva; là però parlava soltanto l’uomo e la sposa restava in silenzio. Qui, nel canto del compimento, nella pagina conclusiva dell’intera Bibbia cristiana, lo Sposo e la sposa parlano entrambi, comunicando in un dialogo d’amore. Tra l’inizio e la fine si iscrive tutta la storia dell’alleanza, che può essere paragonata a quella di un matrimonio travagliato, che però, alla fine, supera ogni crisi grazie alla fedeltà di Colui che in questo amore ha sempre creduto e che per questo amore ha pagato: il Dio che si è rivelato ad Israele e che si è donato a tutti nella Pasqua di Cristo.

La storia della salvezza, per essere compresa nella sua natura più profonda, ha bisogno di chiedere in prestito all’amore nuziale umano i suoi simboli più alti, quale unico linguaggio adeguato a dire la realtà trascendente del dialogo d’amore che Dio intesse con la sua Chiesa, quale segno del suo progetto di salvezza sull’intera umanità.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Oggi avanza la riscoperta della “lettera d’amore”, nonostante i miliardi di SMS e di e-mail che viaggiano nell’etere. “Vieni, non tardare...non farmi aspettare. Si vengo! Vengo presto! Quanto tardi? Desidero che passi in tempo il tempo che mi separa da te! Vorrei annullare ogni distanza per venire da te!”.

Una lettera autografa, che magari, con postacelere, si aspetta per ventiquattro ore (tempo lunghissimo per le accelerate comunicazioni di cui siamo tutti drogati) è deposta da qualcuno nella buca delle lettere: per venire da me non ha bisogno soltanto delle mie dita che digitano e del mio denaro, ma ha bisogno di un concreto lavoro altrui. Ebbene, una simile lettera, assieme alle relative risposte, fa parte a pieno titolo del “responsorio liturgico” dei tempi ultimi di cui parla il nostro testo. E non importa se i tempi si dilatano, se ci metteremo tutta la vita, e tutta la vita delle generazioni che ci hanno preceduto e che seguiranno, perché questo “Vieni presto” sia incarnato nel “sì” dello Sposo messianico. Ci vorranno tutte le generazioni e tutte le richieste d’amore che formano la sposa; la nostra lettera giungerà a destinazione alla fine dei tempi, eppure conosciamo già la risposta del suo sì, il sì dell’intimità senza tramonto.

Ma che significa dire “Vieni!” nel linguaggio d’amore di tutti i tempi? Significa esporsi, rendersi vulnerabili, dar voce al desiderio, “traslocare” nella presenza dell’altro tutti i significati, le ragioni, le prospettive della propria vita. “Vieni!” è il linguaggio della resa all’amore, della consegna, del non sentirsi autosufficienti, appagati; è introdurre nel proprio rapporto d’amore il “canto del futuro” un futuro bonificato dal senso dell’attesa dell’altro e perciò della propria non compiutezza.

Ma il “Vieni!” significa anche saper stare in piedi nell’attesa, riempire il frigo di cose buone per l’ora (insaputa, anche se cronometrata) in cui verrà, vivere nell’anticipo della gioia. Il nostro “Vieni!” ci rende veri, pienamente umani e aperti al divino. Colui che viene e che ha mandato avanti i suoi angeli per aiutarci ad attenderlo, è innamorato dei nostri “Vieni!” perché in essi riconosce la sposa. E qualche volta un angelo si può nascondere perfino in un postino.

Preghiamo (ORATIO)

Tutte le volte in cui diciamo “Vieni!” all’amato, all’amata, fa’ che sentiamo l’eco di questa liturgia cosmica, o Signore e Sposo! Ti ringraziamo per queste nostre piccole attese che ci plasmano nell’attesa di te, Sposo e Signore!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

L’apostolo Paolo, scrivendo agli Efesini, dice che Dio aveva prestabilito in se stesso, per realizzarlo nella pienezza dei tempi, di ricapitolare (cioè di ricondurre agli inizi) in Cristo tutte le cose, quelle nei cieli e quelle che sono sulla terra. Così il Signore ha applicato a se stesso la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, immagini dell’inizio e della fine che si incontrano in lui. Egli l’ha fatto per mostrare che, come l’Alfa scorre verso l’Omega e l’Omega verso l’Alfa, così in lui è il progresso di ogni cosa dall’inizio alla fine ed il regresso dalla fine all’inizio, affinché ogni disegno divino, trovando il suo compimento in Colui per mezzo del quale trovò il suo inizio (cioè per mezzo della Parola di Dio fattasi carne), avesse un termine identico al suo inizio. E così in Cristo tutte le cose vengono ricondotte agli inizi (Tertulliano, Le uniche nozze).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Oggi gli/le dirò “Vieni!” (sono consentiti gli SMS) anche quando fossi certissima/o del suo rientro.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

La conversione del cuore non può compiersi senza l’umile preghiera per ricevere da Dio quella trasparenza di sguardo che riconosce il proprio peccato e al tempo stesso la grazia che lo guarisce. In modo particolare si deve implorare la Vergine Maria, donna secondo il cuore di Dio, benedetta fra le donne, scelta per rivelare all’umanità, uomini e donne, quale è la via dell’amore. Solamente così può emergere in ogni uomo e in ogni donna, in ciascuno secondo la sua grazia propria, quella “immagine di Dio” che è l’effigie santa con cui sono contrassegnati (cfr. Gen, 1, 27). Solamente così può essere ritrovata la strada della pace e della meraviglia di cui è testimone la tradizione biblica attraverso i versetti del Cantico dei cantici in cui corpi e cuori celebrano lo stesso giubilo.

La Chiesa certamente conosce la forza del peccato che opera negli individui e nelle società e che talvolta porterebbe a far disperare della bontà della coppia. Ma per la sua fede nel Cristo crocifisso e risorto, essa conosce ancor più la forza del perdono e del dono di sé malgrado ogni ferita e ogni ingiustizia. La pace e la meraviglia che essa indica con fiducia agli uomini e alle donne di oggi che sono la pace e la meraviglia del giardino della risurrezione, che ha illuminato il nostro mondo e tutta la sua storia con la rivelazione che “Dio è amore” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chhiesa e nel mondo, 31 maggio 2004).