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I quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.

Cantavano un canto nuovo:

“Tu sei degno di prendere il libro

e di aprirne i sigilli,

perché sei stato immolato

e hai riscattato per Dio con il tuo sangue

uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione

e li hai costituiti per il nostro Dio

un regno di sacerdoti

e regneranno sopra la terra”.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Dopo aver contemplato la sala del trono e il mistero divino che vi dimora (cfr. Ap 4), la visione di Giovanni si sposta sull’Agnello e sul rotolo dei sette sigilli.

In prima battuta viene constatato che il libro sottoposto a sette sigilli è chiuso ad ogni tentativo umano di lettura (il che significa che la creatura umana da sola non è in grado di comprendere il piano di Dio che si dispiega nella storia), la qual cosa addolora profondamente il veggente

(cfr. Ap 5, 1-4). E, tuttavia, ecco apparire l’Agnello che è l’unico in grado di aprire il libro

(cfr. Ap 5, 5s). Ora l’Agnello lo riceve dalla destra di Colui che è seduto in trono (cfr. Ap 5, 7). E’ evidente la teologia implicata in questa immagine: Gesù è la manifestazione del Padre e da lui egli ha preso tutto ciò che è e che dona.

Il nostro brano presenta quanto segue a tutto questo, e cioè la liturgia di adorazione che coinvolge non solo Colui che è seduto in trono (ossia il Padre contemplato nella sua regalità), ma anche l’Agnello. E’ interessante il particolare dei ventiquattro vegliardi (rappresentanti del popolo di Dio, costituito da Israele e dalla Chiesa), che tengono in mano un’arpa e coppe d’oro colme di profumo, identificato con le preghiere dei santi (v. 8). Sono cioè i segni della preghiera e della lode; per Giovanni la preghiera concorre all’avanzamento del piano salvifico di Dio sulla storia. Si può notare come la lode, l’adorazione e la preghiera verso l’Agnello implichino un riconoscimento della sua divinità, il che fa del cap. 5 dell’Apocalisse uno dei testi più importanti per il discorso sulla divinità di Gesù.

Il veggente Giovanni qualifica il canto innalzato come un “canto nuovo” (v. 9); la ragione di tale novità è nel motivo della lode, e cioè la redenzione attuata dall’Agnello, redenzione che ha come suo punto di arrivo la costituzione di un regno di sacerdoti (v. 10). L’Apocalisse esalta perciò la dignità regale e sacerdotale donata al popolo riscattato dal sangue di Cristo.

La dignità regale dei credenti in Cristo si mostrerà nella loro collaborazione fattiva al venire del Regno di Dio nel mondo, nonostante le opposizioni e persecuzioni ben presenti al libro dell’Apocalisse. La natura sacerdotale del popolo dei credenti in Cristo si manifesta come intimità con Dio, resa possibile dal sacrificio dell’Agnello, e come risposta fedele alla chiamata ad elevare a Dio il culto della lode e dell’adorazione.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Era arrivato ai più alti gradi della sua azienda; oltre alla segretaria personale, schiere di impiegate pendevano dalle sue labbra. Quando si riuniva lo staff aziendale, qualcuno, tra una pausa e l’altra delle discussioni serie, ammiccava, immaginando i “servizi” (linguaggio volgarmente svalutativo) che la bella segretaria non poteva non fargli; era così che si faceva ai vertici! L’amore alla famiglia? Non c’entrava, anzi: qualche scappatella lo rincuorava! Ma un giorno egli disse, con il tono di chi si pronuncia una volta per tutte: “Io amo mia moglie”. Dopo un attimo di sbigottimento, quasi parlasse una lingua straniera, qualcuno gli disse, con l’aria di sfotterlo come un povero cretino, privo di fantasia: “E tu fai l’amore con la stessa donna da venti anni?!”. E poi lo tennero alla larga, poiché sembrava di un altro pianeta.

Ma noi sappiamo che nella “coppa d’oro colma di profumo” (cfr. v. 8) c’è e ci sarà questa sua dichiarazione d’amore come preghiera dei santi. Ed è vero, per sempre, che tale profumo è presentato all’Agnello assieme ai miliardi di gesti di amore su cui sta in piedi l’universo. E’ il “canto nuovo” sprigionato nella lode all’Agnello. Ma che c’entra l’Agnello in tutto questo? Com’è che al Figlio dell’Altissimo, il Verbo del Padre, viene dato questo titolo di Agnello? Agnello è la cifra della sua vicenda terrena, è il suo modo di consegnarsi, è il suo modo di essere tra noi. Potevamo riconoscerlo solo come Agnello; una prossimità di Dio in tutto il suo fulgore ci avrebbe spaventati e annichiliti: l’essere tra noi come Agnello, vittima di tutte le nostre distorsioni dell’Amore (anche quelli che l’hanno crocifisso credevano di amare Dio!), vittima consegnata insieme come lama di luce che trafigge le tenebre del nostro confondere amore e potere, ci permette di svelare noi a noi stessi. E’ questo suo essere Agnello che apre i sette sigilli e noi non possiamo che offrire a lui il nostro canto nuovo per avere accesso al segreto della vita.

Preghiamo (ORATIO)

Tu solo sei l’Agnello, Signore Gesù, Dio Figlio, icona del Padre, innamorato di noi. Ti preghiamo, fa’ che non ci inventiamo “vittime” di croci che ci siamo procurati da soli con il nostro confondere amore e dominio, fa’ che rimaniamo agganciati a te, unico e vero Agnello che apri i sigilli della nostra vita.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Ho capito che la vera grandezza si trova nell’anima e non nel nome perché, come dice Isaia, “il Signore darà un altro nome ai suoi eletti”; e anche san Giovanni dice: “Il vincitore riceverà una pietra bianca sulla quale è scritto un nome nuovo che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve”. Quindi è in cielo che noi sapremo quali sono i nostri titoli di nobiltà. Allora ciascuno riceverà da Dio la lode che merita e colui che sulla terra avrà voluto essere il più povero, il più dimenticato per amore di Gesù, quello sarà il primo, il più nobile e il più ricco! (Teresa di Gesù Bambino, Opere complete, Città del Vaticano 1997).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Diamo lode insieme all’Agnello, portando il nostro contributo al profumo delle coppe d’oro rinunciando, oggi, ad un atto di prevaricazione, per piccolo che sia.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

L’amore che vi ha persuasi al matrimonio non si riduce all’emozione di una stagione un po’ euforica, non è solo un’attrazione che il tempo consuma. L’amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiamata del Signore. Il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto definitivo alla propria libertà. Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio.

Vorrei pertanto invitarvi a custodire la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove, le delusioni, aiuta ad attraversare le eventuali crisi senza ritenerle irrimediabili. Chi vive il suo matrimonio come una vocazione professa la sua fede: non si tratta solo di rapporti umani che possono essere motivo di felicità o di tormento, si tratta di attraversare i giorni con la certezza della presenza del Signore, con l’umile pazienza di prendere ogni giorno la propria croce, con la fierezza di poter far fronte, per grazia di Dio, alle responsabilità.

Vi invito a trovare il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per parlare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del bene compiuto, un tempo per parlare passeggiando tranquillamente la domenica pomeriggio, senza fretta. E vi invito a stare per qualche tempo da soli, ciascuno per conto suo: un momento di distacco può aiutare a stare insieme meglio e più volentieri.

V invito ad avere fiducia nell’incidenza della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall’impressione di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere molto, ma risultano refrattari a ogni interferenza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo. La vostra vocazione a educare è benedetta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato. Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudine e senso di responsabilità. Talora richiederà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d’animo, non c’è niente di irrimediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio.

Educare è diventare collaboratori di Dio perché ciascuno realizzi la sua vocazione (C.M. Martini, Per chi ama i suoi figli e il futuro della Chiesa. Lettera ai genitori, Milano 2002).