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Fratelli, perseverate nell'amore fraterno. Non dimenticate l'ospita­lità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo. Ri­cordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono maltrattati, in quanto anche voi siete in un corpo morta­le. ll matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò. Così possiamo dire con fiducia: Il Signore è il mio aiuto, non temerò. Che mi potrà fare l'uomo?

Che cosa dice il testo (LECTIO)

La parte conclusiva della Lettera agli Ebrei è ricca di e­sortazioni e suggerimenti concreti, che cercano di regola­re le relazioni all'interno della comunità e di suggerire uno stile di vita realmente coerente con la fede confessa­ta. Si comincia perciò con l'appello alla carità. Un aspetto viene in particolare sottolineato, ed è quello dell'amore fraterno, necessario per edificare la comunità, per so­stanziare le relazioni tra i suoi membri (v. 1).

Accanto all'attenzione al fratello di fede bisognerà svi­luppare anche l'accoglienza del bisognoso, dello stranie­ro. Ecco allora l'insistenza sul dovere dell'ospitalità e sul suo valore, illustrato con un discreto richiamo a quanto avvenne con Abramo, quando ospitò nella sua tenda il Signore viandante (v. 2; cfr. Gen 18). Qui, peraltro, la Lettera agli Ebrei cerca di sminuire l'impatto che potrebbe suonare come un oltraggio alla trascendenza divina, e parla soltanto di “angeli”.

Altre opere di misericordia vengono poi raccomandate e su tutte emerge quella di visitare i carcerati (v. 3). Probabilmente costoro potevano essere anche fratelli della comunità, incarcerati per la loro fede. In ogni caso bisogna ricordare che i bisogni fondamentali non erano soddisfatti dall'istituzione carceraria, ma soltanto dall'aiuto esterno. Ecco allora l'importanza della visita ai carcerati (cfr. anche Mt 25,36). La misericordia verso i carcerati è soltanto una delle manifestazioni della solidarietà che il credente deve avere verso tutti coloro che soffrono nel loro corpo.

L'esortazione si rivolge poi ai doveri del matrimonio; si raccomanda la stima verso tale legame e il rispetto della fedeltà coniugale (v. 4). L'esortazione alla stima era storicamente motivata dal fatto che varie tendenze ascetiche denigravano il matrimonio e lo vedevano come un compromesso con la materia, che era ritenuta cattiva da tali tendenze.

Infine vi sono alcune indicazioni sull'uso dei beni (vv. 5s.) che dovrà essere improntato a sobrietà e, insieme, al superamento dell'avarizia che porta a confidare in essi, dimenticando che il credente ha il suo aiuto nel Signore. Molto bella è la combinazione di due citazioni bibliche. La prima riporta la promessa divina di non abbandonare mai il suo popolo (cfr. Dt 31,6); la seconda è la preghiera del salmo che esprime la fiducia dell'orante nel Signore, quale vero aiuto nelle situazioni di indigenza e quael soccorso nelle difficoltà della vita (Sal 118,6).

Ringraziamo il testo (MEDITATIO)

Nella comunità cristiana, dice l'autore, «il matrimo­nio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia» (v. 4). Proviamo a meditare queste forti parole, attualiz­zandole nelle nostre comunità di fede: qui, a parole, nes­suno mette in dubbio il sacramento del matrimonio, nes­suno lo svaluta; ma intorno al sacramento degli sposi c'è di fatto troppa superficialità. Accenniamo almeno a due costanti; la prima: vi sono cristiani sposati che agiscono in parrocchia come non-sposati, da single. Si buttano in iniziative, passano più tempo nelle attività pastorali che non a casa, escono quasi tutte le sere, si rendono indi­spensabili. E la comunità cristiana tace, nessuno pare in­tuire le ragioni dell'altro: il rispetto del matrimonio do­vrebbe comportare che almeno i responsabili si interessi­no a quel matrimonio, alla vita familiare da cui lo zelante (e comodo) operatore è forse in fuga. La seconda costan­te: succede talora che la coppia di cristiani impegnati, magari nella pastorale dei fidanzati, vada in seria crisi, giunga perfino alla separazione; e tutti a meravigliarsi: «Erano una coppia così unita!». Ma cosa abbiamo fatto noi comunità cristiana per dare supporto al loro matri­monio, per leggere i segnali precoci del loro malessere?

Spesso le costanti che abbiamo rilevato colludono con il non-rispetto del singolo coniuge verso il proprio matri­monio; e magari l'assiduo operatore si veste da vittima: il mio coniuge contrasta le mie attività, non mi capisce... e poi è lo stesso coniuge che prende sul serio un appunta­mento parrocchiale cui non può mancare, mentre non prende sul serio un appuntamento con il coniuge, perché per lui/lei c'è sempre tempo, si può rimandare... Cal­chiamo ancora la mano: certi visi illuminati e vivaci men­tre lavorano in parrocchia (lì sì che mi apprezzano!) e che poi si spengono mentre entrano in casa, fanno la spia su che cosa è veramente in gioco. Al di là delle buone intenzioni, è in gioco la rivincita, il sentirsi importanti, l’inchiodare l'altro nelle sue piccinerie, il mostrare che “fuori” ci sono luoghi dove si sta meglio. E naturalmente ciò aumenta le distanze in famiglia, anche se a parole si vorrebbe dialogo e condivisione. “Rispettare il matrimonio” vuol dire anche questo: non certo chiudersi tra quattro mura, ma fare in modo che il talamo non soffra e anzi possa godere del cammino fatto da ciascuno.

Preghiamo (ORATIO)

Rendici attenti al matrimonio, Signore, bene prezioso che tu hai consegnato alla comunità perché lo valorizzi e lo custodisca. E rendici attenti al nostro matrimonio in prima persona, attenti alle sensibilità dell'altro, a non prevaricarlo dietro il paravento degli impegni pastorali. Insegnaci, Signore, a non svenderlo mai.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Abba Menas ci raccontò questo episodio: «Un giorno, mentre stavo nella mia cella, giunse un fratello da un paese straniero e mi disse: “Conducimi da abba Macario”. Io mi alzai e lo accompagnai dall'anziano e, dopo aver fatto una preghiera, cisedemmo. Il fratello disse all'anziano: “Padre, da trent'anni non mangio carne e sono ancora tentato da essa”. L'anziano gli disse: “Non dirmi, fratello, che hai trascorso trent'anni senza mangiare carne; ma ti prego, figlio mio, dimmi in verità: quanti giorni hai trascorso senza dir male di tuo fratello, senza giudicare il prossimo e senza far uscire dalle tue labbra una parola inutile?”. ll fratello si prostrò e disse:"Prega per me, padre, affinché io cominci..."» (I PADRI DEL DESERTO, Detti editi e inediti, Magnano 2002, 147).

Mettere in preatica la Parola (ACTIO)

Prendetevi una sera per stare insieme come coppia, anche senza figli: qualche “uscita a due” fa bene sia a quelli che rimangono in casa che alla comunità di fede.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

«Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo... non c'è più uomo né donna», scrive san Paolo (Gal 3,27s.). L'Apostolo non dichia­ra qui decaduta la distinzione uomo-donna che altrove dice appartene­re al progetto di Dio. Ciò che vuole dire è piuttosto questo: nel Cristo, la rivalità, l'inimicizia e la violenza che sfiguravano la relazione dell'uomo e della donna sono superabili e superate. In questo senso, è più che mai riaffermata la distinzione dell'uomo e della donna, che, del resto, accom­pagna fino alla fine la rivelazione biblica. Nell'ora finale della storia pre­sente, mentre si profilano nell'Apocalisse di Giovanni «un cielo nuovo» e «una nuova terra» (Ap 21,1 ), viene presentata in visione una Gerusalem­me femminile «pronta come una sposa adorna per il suo Sposo» (Ap 21,2).

La rivelazione stessa si conclude con la parola della sposa e dello Spirito che implorano la venuta dello Sposo: « Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22,20).

II maschile e il femminile sono così rivelati come appartenenti onto­logicamente alla creazione, e quindi destinati a perdurare oltre il tempo presente, evidentemente in una forma trasfigurata. In tal modo caratte­rizzano l'amore che «non avrà mai fine» (1 Cor 13,8), pur rendendosi ca­duca l'espressione temporale e terrena della sessualità, ordinata ad un regime di vita contrassegnato dalla generazione e dalla morte [...].

Distinti fin dall'inizio della creazione e restando tali nel cuore stesso dell'eternità, l'uomo e la donna, inseriti nel mistero pasquale del Cristo, non avvertono quindi più la loro differenza come motivo di discordia da superare con la negazione o con il livellamento, ma come una possibilità di collaborazione che bisogna coltivare con il rispetto reciproco della di­stinzione. Di qui si aprono nuove prospettive per una comprensione più profonda della dignità della donna e del suo ruolo nella società umana e nella Chiesa (CONGREGAZIONE PERLA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, del 31 maggio 2004, 12).