cookiesE' entrata in vigore (dal 2 giugno 2015) la legge italiana sui cookie che recepisce la direttiva del Parlamento europeo, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche.
Chiudendo questo banner, acconsenti all’uso dei cookie.

In quel tempo gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano.

E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

L’incontro dei discepoli con il Risorto non è frutto di una loro iniziativa autonoma, ma della forza dell’amore di Gesù che li raccoglie di nuovo, oltre il loro tradimento segnalato dal fatto di essere “undici” e non più “dodici”.

Essi non sono neppure dei credenti dalla fede adamantina; infatti “alcuni di loro dubitavano ancora” (v. 17). La comunità dei discepoli non è un’élite, bensì un “corpo misto”, fatto di buon grano, ma anche di zizzania, e ogni discepolo dovrà riconoscere che in lui, con la fede, coesistono spesso l’incredulità e il peccato. La comunità dei discepoli non potrà perciò contare sulle proprie forze, ma soltanto su Gesù, al quale è stato conferito ogni potere da parte del Padre (v. 18).

Scopo della missione è “ammaestrare le nazioni” (v. 19). Ciò non significa che gli Undici dovranno andare per il mondo a convincere le persone della bontà di alcune idee, ma piuttosto che sono mandato ad offrire a tutti la possibilità di quel cammino di discepolato che Gesù ha fatto fare loro per primi. Discepolato è anzitutto un’esperienza di vita, un entrare in intimità con il Figlio che rivela il Padre ai propri amici.

A ciò si affianca il mandato del battezzare. Matteo si riferisce certamente al rito del battesimo che sigilla l’adesione di fede al messaggio cristiano e comporta anche un entrare nella comunità dei discepoli. “Battezzare nel nome di...”, tuttavia, ancora prima che una formula rituale, indica la realtà a cui il battezzato partecipa, cioè la stessa vita trinitaria di Dio, che è Padre, Figlio e Spirito.

Il fare discepoli significa poi introdurre nelle esigenze vitali del vangelo, proporre perciò anche le implicazioni morali della lieta notizia: ecco quanto suggerisce “insegnare ad osservare tutto ciò che Gesù ha comandato” (v. 20).

Il compito missionario della comunità non è, però, disgiunto dalla promessa della misteriosa, ma efficace e incessante presenza del Risorto con i suoi. Egli è il Signore che non li lascerà mai soli e realizzerà per loro quella promessa che aveva accompagnato la sua nascita, ossia il venire nella storia umana dell’Emanuele, il “Dio con noi”. Ogni timore del discepolo, più che motivato se egli considera la propria debolezza, deve essere fugato, perché Gesù è sempre con i suoi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (v. 20).

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Ci sono due momenti della vita familiare che possono offrirci l’esperienza vitale di due punti nodali del nostro brano. Il primo è illustrato con l’esigenza di non contare sulle proprie forze, ma soltanto su Gesù, poiché noi non siamo tutti d’un pezzo, lineari, forti, impeccabili. Ebbene, c’è un periodo infantile, attorno ai quattro anni, quando al bambino è richiesto di osservare i comandi o i divieti dei genitori: ne va della sua crescita, della sua sanità mentale e psichica. Che fa il piccolo che vuole obbedire, ma poi gli capita, cento volte in un giorno, di trasgredire? Guarda la faccia della mamma, per assicurarsi che lei, sebbene mantenga il divieto o l’ordine, non gli ritiri il suo amore. Promette di nuovo di “non farlo più” e poi si ritrova ancora nella trasgressione. Eppure non rinuncia a obbedire per far contenta la mamma. E ’ come se dicesse: “Voglio fare come dici tu, ma, se disobbedisco, conto su di te, sul fatto che manterrai viva la tua richiesta e contemporaneamente mi farai sentire amato”. Ciò che vale, in altre parole, non è la fila di cadute, ma avere qualcuno su cui contare, perché solo così si impara ad obbedire. In fondo questa è l’esperienza del discepolo e della comunità di fede: dovremo avere la stessa fiducia del bambino che conta sul fatto che la mamma non gli ritiri il suo amore!

Il secondo momento familiare in cui il figlio fa esperienza di una speciale presenza non fisica dei genitori è l’adolescenza, tempo prezioso e difficile in cui il figlio sembra abbandonare il sicuro mondo familiare per trovare contatti “in proprio” con il mondo esterno. Ebbene, al di là perfino dei patemi d’animo dei genitori, si può scommettere che essi, quando hanno fatto il loro mestiere di genitori, rimangono in qualche modo dentro di lui. Quando egli si esporrà a rischi e tentazioni, sentirà la loro presenza interna che lo mette in guardia o lo disapprova. Certo, la presenza interna dei genitori in un adolescente è alterna, a tempo, vulnerabile. La presenza di Gesù si richiama in qualche modo a una simile esperienza, talora non banalmente consolatoria, perfino scomoda. Con due grandi differenze: che il suo esser con noi è indefettibile e che esso è dato non solo all’intimità del singolo, ma in modo speciale alla sua comunità evangelizzatrice.

Preghiamo (ORATIO)

Anche noi, Signore, vogliamo essere la tua domestica comunità evangelizzatrice. Vogliamo “fare tuoi discepoli” i figli della nostra carne. Desideriamo che essi seguano te, facciano esperienza di te, siano capaci di contare su di te e sentano che tu non li abbandoni mai. Rendici capaci di vivere in famiglia permettendo ai figli e a tutti cloro che la abitano di fare questa esperienza di te!

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Giovanni il Nano, padre del deserto, disse. “Non è possibile costruire una casa dall’alto in basso, ma bisogna costruirla dalle fondamenta alla sommità”. Gli dissero: “Che cosa significa questa parola?”. Rispose loro: “Il fondamento è il prossimo che tu devi guadagnare; ed è la prima cosa che devi fare. Da questo dipendono tutti comandamenti di Cristo” (I Padri del deserto, Detti editi ed inediti).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Salutatevi oggi come battezzati, ricordando che avete ricevuto il battesimo che vi ammesso alla famiglia di Dio. Sarebbe bello poter dire un grazie al prete che vi ha battezzato!

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Parlando dei fedeli laici, il concilio Vaticano II dice: “Tute le loro opere, le preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano sacrifici spirituali graditi a Dio per Gesù Cristo, i quali nella celebrazione dell’eucaristia sono piissimamente offerti al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, operando santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo stesso (Lumen Gentium 34).

La partecipazione all’ufficio profetico di Cristo, il quale e con la testimonianza della vita e con la virtù della parola ha proclamato il Regno del Padre, abilita e impegna i fedeli laici ad accogliere nella fede il Vangelo e ad annunciarlo con la parola e con e opere non esitando a denunciare coraggiosamente il male. Uniti a Cristo, il “grande profeta”, e costituiti nello Spirito testimoni di Cristo risorto, infedeli laici sono resi partecipi sia del senso di fede soprannaturale della Chiesa che “non può sbagliarsi nel credere” sia della grazia della parola; sono altresì chiamati a far risplendere la novità e la forza del Vangelo nella loro vita quotidiana, familiare e sociale, come pure ad esprimere, con pazienza e coraggio, nelle contraddizioni dell’epoca presente, la loro speranza nella gloria anche attraverso le strutture della vita secolare ( Giovanni Paolo II , Esortazione apostolica Christifideles Laici del 30 settembre 1988, n. 14).