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Durante l’ultima cena, Gesù disse ai suoi discepoli: “In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

L’opera di Gesù, pur essendo completa, riserva un lavoro vasto, pressoché inesauribile, anche ai suoi discepoli (v. 12). Ad essi egli fa una consolante promessa, quella di poter compiere opere più grandi delle sue.

L’espressione è paradossale perché da una parte il discepolo sa che non può nulla senza il suo Maestro, senza essere radicato nel suo mistero pasquale (espresso qui come un “andare di Gesù al Padre”), dall’altra gli è consegnato un compito grande, quello di continuare la trasformazione del mondo nella direzione data da Gesù. Attraverso Gesù, l’amore del Padre si comunica ai discepoli e si manifesta nella loro missione, purché rimangano in comunione con lui. E’ nella preghiera che la comunità esprime questo vincolo con Gesù e l’efficacia della preghiera sta nel fatto che grazie a lui entrano in comunione anche con il Padre (vv. 12-14). Chiedere qualcosa nel nome di Gesù è allora non voler qualcosa secondo il mio gradimento, ma cercare ciò che Gesù cerca, volere ciò che Gesù vuole.

A questo punto il quarto vangelo propone la prima delle cinque promesse dello Spirito (vv. 16s) che costellano il discorso testamentario dell’ultima cena. Questi detti sull’invio del Paraclito vanno letti sullo sfondo dell’impegno all’osservanza de comandamenti di Gesù (v. 15), vero banco di prova dell’unione con lui.

Ma che cosa significa Paraclito (Consolatore)? Il termine ha una portata giudiziaria, forense, e allude al ruolo di assistenza, quasi quello di un avvocato difensore, che nel grande conflitto della fede, in cui il mondo incredulo si oppone ai discepoli di Gesù, li aiuterà a trionfare sul mondo. Giovanni parla poi di un altro Consolatore-Paraclito, in riferimento a Cristo che è il primo Consolatore-Paraclito. Vi è quindi un continuità nell’azione di Cristo e dello Spirito, quella che nelle quattro promesse successive verrà chiarita come un far conoscere in profondità la verità di Cristo, un far aderire intimamente il credente al suo mistero, un farlo partecipare al suoruolo di testimonianza e al suo conflitto con il “mondo”.

Della promessa dello Spirito è importante cogliere quell’“essere con” (v. 17) che caratterizza già la relazione tra Gesù e i discepoli. E’ un “rimanere presso” che permette ai discepoli di sperimentare una presenza fortificante, consolante, illuminante: così essi avvertono quasi concretamente, dentro di sé, la fedeltà di Dio.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Di questo densissimo testo giovanneo, in cui Gesù parla il linguaggio sponsale dell’intimità, del rimanere l’uno nell’altro (lui nel Padre e noi in lui mediante lo Spirito), ritagliamo un’unica riflessione, poiché ci preme eliminare un possibile equivoco di questo “dire ultimo” di Gesù ai suoi; ed è il “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”, ancora più esplicito in Gv 15,10: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”. E’ in agguato una possibile distorsione, tratta dal linguaggio genitoriale (“Se sei bravo, ti voglio bene”) o dal linguaggio romantico di due innamorati (“Se mi ami, fai quello che desidero”). In simili relazioni è introdotto un pesante “se condizionale”: se vuoi il mio amore, fa quello che ti dico. In simile linguaggio sottilmente ricattatorio e manipolatorio, si mettono condizioni all’amore: io ti amo soltanto se…te lo meriti, come se l’amore fosse qualcosa di meritabile, comparabile, contrattabile.

Niente di più lontano dal linguaggio di Gesù, e di ogni vero amore, come quello di un autentico rapporto sponsale o genitori-figli, che non pone condizioni: Egli ci ama già da prima, indipendentemente dai nostri meriti. Questo lo dice tutta la Scrittura e in particolare la rivelazione, fatta da Gesù, di un Padre che ci ama (abisso impensabile) anche mentre stiamo crocifiggendo suo Figlio!

Che cosa significa dunque quel “se” che rischiamo di intendere come condizionale? E’ un’avvertenza, un’attenzione del suo amore, un atto confidente in cui egli ci difende dai nostri stessi errori! Infatti quel “se” introduce una sorta di contemporaneità, come due facce della stessa medaglia: nel mentre mi amate, osservate i miei comandamenti e nel mentre osservate i miei comandamenti, mi amate. Egli, cioè, non ci lascia soli con i nostri abbagli, le nostre buone intenzioni, i nostri sentimentalismi (esempio: “sentire” tanto di amare Dio e poi trattar male la nuora!), ma ci offre sovranamente un criterio ineludibile: tu puoi star sicuro che mi stai veramente amando quando prendi sul serio e metti in pratica la mia legge e cioè l’amore, il mio comandamento: “Che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15,12).

Preghiamo (ORATIO)

Signore Gesù, sappiamo che tu non metti condizioni al tuo amore per noi e che sei l’Amico che ci apre a qualunque ora bussiamo nella notte; aiutaci a non porre condizioni al nostro amarci gli uni gli altri, come tu vuoi.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli (Fonti francescane, Editio Minor, Assisi 1986).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Prova, almeno per oggi, a togliere dalle tue parole il “se”: scoprirai la gratuità dell’amore cui sei chiamato/a.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

E’ interessante riscoprire il “viversi come ospiti”. L’ospite è una persona che vive accanto, ma che è anche lontana, rimane se stessa, non appartiene all’ospitante. Nei riguardi dell’ospite abitualmente c’è attenzione, ascolto, rispetto. “Viversi come ospiti” tra coniugi, con i figli, è immettere nella famiglia atteggiamenti di onore (di fronte al rischio dell’abbassamento), di ascolto (di fronte alla presunzione di conoscersi già), di distanza (di fronte al rischiosi assorbirsi e possedersi). Allora l’ospitalità nella famiglia indica l’attitudine a saper accogliere le attese, i desideri, le intuizioni dell’altro, degli altri, vincendo il facile atteggiamento della banalizzazione o dell’opposizione. Sono frequenti le espressioni: “Quando parlo non mi ascolta, non dà peso alle mie parole”, oppure: “Quando propongo una cosa, c’è subito una reazione e una opposizione, senza la disponibilità a capire i motivi e le possibilità di un sereno confronto”.

Quando invece in una famiglia l’uomo “ospita” la donna, i genitori “ospitano” i figli e i figli i genitori, si crea un’atmosfera così ricca di stima e di ascolto, che consente alle persone di sentirsi amate. Sentendosi amate e stimate, avranno il coraggio di vivere questa ospitalità anche all’esterno, nei riguardi degli avvenimenti, delle idee, delle differenze culturali. La chiusura o forse l’incapacità di molti di ospitare la varietà delle culture e delle sensibilità non potrebbe essere causata dal fatto di non avere acquisito all’interno della famiglia l’attitudine all’ospitalità e all’ascolto? (B. Borsato, L’amore intelligente: per la gioia nella vita di coppia, Brescia 2003).