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Carissimi amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio:chiun­que ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha cono­sciuto Dio, perché Dio è amore.

In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui.

In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione peri nostri peccati.

Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

“L’amore è da Dio” (v. 7)Ogni forma di amore gratuito, e in particolare quello fraterno caratterizzante i rapporti tra i membri della comunità cristiana, è il grande segno che Dio accorda al mondo per riconoscere la sua presenza.

Amore e conoscenza di Dio sono poi intimamente connessi, per cui non si può conoscere Dio senza amare.

La ragione sta nella natura stessa di Dio, che è amore (v. 8). È forse questa la più alta definizione di Dio nel Nuovo Testamento. Non si tratta di una definizione astratta, filo­sofica, ma di una sintesi della manifestazione che Dio ha dato di sé nella storia della salvezza, e in particolare nel dono del suo Figlio unigenito (v. 9).

Tale manifestazione si riassume in una sola parola: agàpe!Questo termine, utilizzato da Giovanni, è scarsa­mente usato dagli autori greci suoi contemporanei, ma è ben noto alla comunità cristiana. Si tratta di un amore dato senza condizioni, per pura generosità, che non è motivato dai meriti dell'uomo: “Non siamo stati noi ad amare Dio” (v. 10). In altre parole, non è l'amore nato dal bisogno, cioè l’eros,né il frutto della reciproca simpatia, cioè l'amore di amicizia (philìa)ma un Amore che trova in sé soltanto le motivazioni per amarci, e perciò ci pre­cede sempre. Questa pre-venienza si è resa visibile, una volta per tutte, nella morte “espiatrice” di Cristo, che ha coperto definitivamente il nostro peccato.

Infine la Prima lettera di Giovanni deduce da questa manifestazione dell'amore divino lo stile dei rapporti al­l'interno della comunità: l'amore vicendevole, che deriva dalla consapevolezza del comune dono di Dio (vv. 11 s.).

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

“Nessuno ha mai visto Dio” (v.12): ci stupisce l'autore della Prima lettera di Giovanniche, oltretutto, fa questa affermazione dopo aver osato dire qualcosa su Dio nella sua intimità e, cioè, che è Amore. Ma egli si è accostato con tempra da contemplatore e da mistico ai significati dell'amore e alle sue manifestazioni: noi abbiamo avuto la vita per(grazie a) il Figlio mandato dall'Amore, in lui siamo stati guariti; l'Amore ci è venuto incontro per pri­mo, prendendo su di sé i nostri mali; come - ci si permet­ta l'accostamento! - i genitori adottivi vengono incontro al bambino che assumeranno come figlio, lo precedono portando tutto il “corredo” che servirà a sanare i suoi mali. Lo hanno amato già da prima, anche quando lui non lo sapeva.

Eppure, ecco il crudo realismo di «nessuno ha mai visto Dio»: nessuno creda di averlo in tasca, nessuno creda di poterlo indicare con un dito, interpretarlo, privatizzarlo. E così è dell'amore, il cui segno è di non lasciarsi circoscrivere,Eppure. Eppure c'è un modo di “vederlo”, suggerisce la Prima lettera di Giovanni, ed è una presenza misteriosa,non prevedibile, ma visibilissima nei suoi effetti: «se ci amiamo gli uni gli altri» (v. 12). Diciamolo così: Dio rima­ne invisibile, ma se tu ami quel visibile - e talora difficile, e talora persino insopportabile - che è il tuo coniuge, al­lora in voi rimane Dio. Ancora: se lo/la ami non perché ti viene facile e spontaneo (anche se talora veramente lo è!), non perché te ne viene un tornaconto (anche se talo­ra proprio lì ricevi l'uno per mille!), ma perché ami Dio in lui/lei, allora «l'amore di Dio è perfetto in voi». L'amore di Dio: l'amore che ha per soggetto Dio, lo trovi lì, e lì - nel tuo coniuge e nella tua famiglia - ti ha già preceduto: è perfetto, cioè è intero, pieno, non manca di nulla; ma an­che l'amore di Dio come oggetto del vostro amore, l'amo­re (quel poco!) che voi sapete darvi rimane come amore Suo, e (a vostra insaputa, perfino) giunge a perfezione, cammina con voi verso l'eternità. C'è da dire grazie al Dio che rimane invisibile, ci ama e si lascia amare in noi!

Preghiamo (ORATIO)

I nostri padri ci hanno detto, o Signore, che non sei nel vento impetuoso e gagliardo, non nel terremoto e nem­meno nel fuoco, ma nel mormorio di un vento leggero come la brezza (cfr. 1 Re 19,11-14). Così il nostro amore non è nei sentimenti forti dell'onnipotenza e della con­quista, nella realizzazione a tutto tondo di ciò che si vede.

Aiutaci, Signore, a scoprire la nostra radicazione nell'invisibile, affinché conosciamo meglio questo nostro amore, così terreno e impolverato.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

“In questo si è manifestata la carità di Dio per noi” (1Gv 4, 9). Abbiamo in queste parole l'esortazione ad amare Dio. Potremmo forse amarlo, se non ci avesse amato lui per primo? Se siamo stati pigri nell'amarlo, cer­chiamo di non esserlo più nel corrispondere al suo amore. Egli ci ha amati per primo, di un amore a noi ignoto, e neppure ora siamo disposti ad amarlo.

Dio”dunque “è amore”. “In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi” che “egli ha mandato il suo figlio unigenito, affinché potessimo vivere per mezzo suo (1Gv 4, 9).Il Signore stesso ha detto: “Non c’è amore più grande di colui cha dà la vita per i suoi amici”, el'amore di Cristo per noi si dimostra nel fatto che è morto per noi. Qual è invece la prova dell'amore del Padre verso di noi? Che egli ha mandato il suo unico Fi­glio a morire per noi.

“Dio nessuno l’ha mai visto” (1Gv 4, 12).Dio è una realtà invisibile, non bisogna cercarlo con gli occhi, ma col cuore. Se vuoi vedere Dio, hai a di­sposizione l'idea giusta: “Dio è amore” (1Gv 4, 8).Quale volto ha l'amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? Nessuno lo può dire. Tuttavia ha i piedi che conducono alla Chiesa, ha le mani che donano ai poveri, ha gli occhi coi quali si viene a conoscere colui che è nel bisogno (AGOSTINO D'IPPONA, Meditazioni sulla lettera dell’amore di San Giovanni,Ro­ma 1970,181 e 185, passim).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Traducete nella vostra vita coniugale l'indicazione dell'apostolo Giovanni che amore e conoscenza di Dio sono intimamente connessi (cfr. 1Gv 4, 7s).

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Nella rivelazione ebraico-cristiana, amore di Dio e amore umano sono strettamente connessi e interdipendenti: non si può amare Dio senza amare l'uomo, semmai sia ma Dio attraverso l'amore verso le sue creatu­re. Per questo non ha senso portare la nostra “offerta all’altare” se prima non ci siamo riconciliati con i nostri fratelli (cfr. Mt 5, 23-25).

Per questo l'esperienza della tenerezza di Dio trova il suo naturale spazio di manifestazione all'interno dei rapporti umani. L'amore tenero e “appassionato” di Dio per le sue creature giunge a noi attraverso l'amo­re creaturale che ne è segno.

Appare quindi evidente quanto l'esperienza familiare costituisca un luogo privilegiato nel quale fare esperienza della tenerezza divina attra­verso l'amore umano autentico. In famiglia infatti trovano spazio molte­plici dimensioni dello stesso: quella paterna e materna, quella filiale, quella fraterna. È in famiglia che si sperimenta l'apertura dell'amore alla vita, che si impara a condividere e ad esercitare la solidarietà sia verso i membri che la compongono che verso coloro che dall'esterno si rappor­tano ad essi. È in famiglia che si impara ad amare, ed è attraverso un con­testo familiare che è avvenuta l'incarnazione.

Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l'uomo: ecco il mistero della nostra esistenza, l'opportunità sovrumana del genere umano! Dio abita dove lo si lascia entrare. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Se instau­riamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato, se, nel­I'ambito della creazione con la quale viviamo, noi aiutiamo la santa es­senza spirituale a giungere a compimento, allora prepariamo a Dio una dimora nel nostro luogo, allora lasciamo entrare Dio.

E lasciar entrare Dio nel mondo significa permettere che la sua tene­rezza continui a raggiungere l'umanità svelandone il volto paterno-ma­terno (E. Bartolini, La tenerezza di Dio: i tratti paterno/materni del Dio dell’alleanza,in R. BONETTI [ed.], Padri e madri per crescere ad immagine di Dio,Roma 1999, 141-143).