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In quel tempo un dottore della legge interrogò Gesù per metterlo alla prova: “Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge?”. Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Siamo nel contesto delle dispute avvenute a Gerusalemme tra Gesù e i vari gruppi religiosi dell’epoca, riguardanti questioni decisive per una religione autentica, come il rapporto con il potere, la speranza nella risurrezione e, nel nostro caso, quello del centro vitale della Legge. La domanda non è accademica, ma decisiva nella vita di fede, anche se qui è posta a Gesù in modo artefatto, in quanto all’interlocutore non interessa davvero ricevere la risposta, ma soltanto porre in difficoltà il Nazareno. Cercare il cuore della Legge è evitare di disperdere la propria vita in una miriade di divieti e di obblighi, senza trovare ciò che dà unità all’azione, che sia degno della libertà umana.

Gesù risponde citando un passo del Deuteronomio che è pregato tre volte al giorno dal giudeo praticante (Dt 6, 4-8). L’amore di Dio, secondo questo testo, si esprime come ascolto della sua Parola e come osservanza di essa nell’integralità della propria persona, cioè consentendo alla Parola di plasmare ogni risorsa personale, ogni ambito vitale. A questo comando Gesù aggiunge una frase del Levitico (Lv 18, 19), che individua la santità cui Israele è chiamato nell’amore del prossimo.

La novità evangelica è duplice. Essa sta innanzi tutto nell’universalizzazione del concetto di “prossimo” da parte di Gesù, poiché l’ebraismo dell’epoca si stava ancora dibattendo tra particolarismo ed universalismo. Per Gesù, il “prossimo” è con sicurezza riconosciuto in chiunque, sia egli un vicino, un connazionale, oppure un pagano, uno sconosciuto, un nemico. L’altra novità, ancora più importante, è la congiunzione dei due comandamenti, per cui solo nel saperli tenere uniti si manifesta la vera fede. La presenza dei due comandamenti uno accanto all’altro impedisce al primo di scivolare in un misticismo impalpabile, e al secondo di ridurre la vita di fede ad uno sforzo autonomo di costruire un mondo più umano. Affermando che questi due comandamenti sono il compimento della Legge e dei Profeti (v. 40), Gesù mostra di non volere abolire l’Antico Testamento, ma piuttosto suggerisce un criterio ermeneutico fondamentale per comprendere la volontà di Dio: il criterio dell’amore.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Possiamo dire così: “Amerai il marito tuo come te stessa; amerai la moglie tua come te stesso”. Sarebbe la ricetta non solo per vivere in accordo con il coniuge, ma anche la chiave per superare ogni crisi coniugale. Andiamo sempre in cerca di ricette; come mai, quando ne abbiamo una a portata di mano, la nascondiamo a noi stessi?

I romantici e gli spontaneisti dicono che l’amore tra due coniugi dovrebbe venire spontaneo, senza sforzo: chiudono le orecchie a quell’amerai che sa di comando nella sua pregnante forma di futuro. E come mai il Signore dovrebbe comandare di amarci, a noi che già ci amiamo così spontaneamente? Perché ci conosce. Ci può venir facile in certi momenti l’amarci, ma nell’amore sta un nucleo duro, un punto decisionale che suona: “Sì, ho deciso di amarti, sempre. Ho deciso di guardarti come guardo me stesso, di giustificarti come giustifico me stesso, di soddisfarti come soddisfo me stesso, di gioire di te come gioisco di me stesso. E l’ho deciso non in risposta alle mie facili emozioni, ma in risposta al comando d’amore di Dio”. Ciò non disumanizza il nostro amore, anzi; lo sottrae alle oscillazioni dell’umore del momento e alla ricerca mai sopita di un “materiale per me”, alla tentazione di strumentalizzare l’altro per la mia felicità.

Con un’aggiunta in più, mai esplorata abbastanza: amare il mio coniuge è dire di sì a Dio! E’ mettermi in ascolto della sua volontà, percepire la sua protezione nel nostro amore, sapere con tutta l’anima che il lembo del suo mantello sfiora il nostro rapporto di coppia e lo fa fiorire come la versione imprescindibile dell’amare Lui. Da quando ho deciso per la coppia, non posso amare il mio coniuge se non amo Dio e non posso amare Dio se non amo il mio coniuge. Simile contiguità tra i due amori è posta dal vangelo di Gesù: da lì, da questa postazione coniugale, possiamo scoprire di nuovo l’universalità della parola “prossimo”. E’ una universalità che emana dal nucleo duro dell’amore di coppia e dalla grazia di essere in due.

Preghiamo (ORATIO)

Signore, aiutaci a comprendere con rettitudine il nostro mondo affettivo che sempre e di nuovo ci porta a travisare e a separare.

Non possiamo rifugiarci nell’amore del nostro Signore abbandonando quel “poco di buono” del nostro coniuge. Non possiamo riuscire ad amare da soli l’altro, quando il velo dell’ingiustizia e della colpa ce lo nascondono; in certi casi è difficile senza il tuo aiuto pensare: “Dio ama anche mia moglie/mio marito!”.

Solo la luce del tuo aiuto compie il miracolo. Ed è questa luce che noi imploriamo da te.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Ciascuno prima di ogni altra cosa e sempre persegua il timore di Dio e la santa carità, che è il primo e il più grande dei comandamenti. Chieda ininterrottamente al Signore che essa divenga una qualità del suo cuore, e se la acquisti così, accrescendola progressivamente ogni giorno, ad opera della grazia, con il continuo ed incessante ricordo di Dio. Giacché con la sollecitudine, il vigore, la premura e la lotta diveniamo capaci di acquistare la carità verso Dio, formata in noi dalla grazia a dal dono di Cristo. Da questa poi è facile conseguire anche il secondo comandamento, quello della carità verso il prossimo. Giacché le cose che vengono prima vanno ordinate prima delle altre e bisogna preoccuparsene di più; così poi le cose terrene vanno dietro alle prime. Ma se uno disprezza questo grande e primo comandamento della carità verso Dio, che proviene dalla nostra interiore disposizione, dalla nostra buona coscienza e dai sani pensieri rivolti a Dio insieme al soccorso dell’aiuto divino, e vuole adempiere alla cura solo esteriore del secondo comandamento, gli è impossibile svolgerlo con santità e purezza. Infatti, la malizia fraudolenta, trovando l’intelletto privo del ricordo, dell’amore e della ricerca di Dio, o fa sì che i precetti divini appaiano difficili e faticosi accendendo nell’anima mormorazioni, tristezze, lamentele contro il servizio dei fratelli o, ingannando con la presunzione di giustizia, gonfia e induce a considerare se stesso onorevole, grande e uno che attua i comandamenti in grado sommo (Macario l’Egiziano, La Filocalia).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Traducete nella vostra vita coniugale questa parola: “Dio ama anche mio marito/mia moglie”.

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Un esperto in “time management”, tenendo un seminario a un gruppo di studenti, usò un’immagine che rimase per sempre impressa nelle loro menti. Per colpire nel segno, propose un quiz al suo uditorio, poggiando sulla cattedra, di fronte a sé, un barattolo di vetro, di quelli solitamente usati per la conserva di pomodoro. Chinatosi sotto la cattedra, tirò fuori una decina di pietre, di forma irregolare, e con attenzione, una alla volta, le infilò nel barattolo. Quando il barattolo fu riempito completamente così che nessuna altra pietra potesse essere aggiunta, chiese alla classe. “Il barattolo è pieno?”. Tutti risposero di sì.

“Davvero?”. Si chinò di nuovo sotto il tavolo e tirò fuori un secchiello di ghiaia. Versò la ghiaia agitando leggermente il barattolo, di modo che i sassolini scivolassero negli spazi tra le pietre. Chiese di nuovo: “Adesso il barattolo è pieno?”. La classe capì. “Probabilmente no”, rispose uno.

“Bene”, replicò l’insegnante. Si chinò sotto il tavolo, prese un secchiello di sabbia e la versò nel barattolo, riempiendo gli spazi liberi. Di nuovo: “Il barattolo è pieno?”. “No!”, rispose in coro la classe.

“Bene”, riprese l’insegnante. Tirata fuori una brocca d’acqua, la versò nel barattolo fino all’orlo. “Qual è la morale della storia?”, chiese a questo punto.

Una mano si levò: “La morale è che non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda; se ti impegni, ci sarà sempre un buco per aggiungere qualcos’altro!”. “No, il punto non è questo”, ribatté l’esperto. “La verità che questa immagine ci insegna è: se non metti dentro prima le pietre, non ce le metterai mai” (Tratto da Internet).