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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo.

Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premo sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Il “discorso della pianura”, che si apre con le beatitudini (Lc 6, 20-26), continua con la proposta dello stile di vita che deve caratterizzare il discepolo di Gesù. Essa può venire sintetizzata nel comando dell’amore verso i nemici, che è come il titolo ed il sunto dell’intero brano.

Gesù esige dai discepoli che, prendendo da lui l’esempio, incarnino un ideale di vita in cui si rende visibile l’amore del Padre su tutti gli uomini e la sua misericordia senza confini e barriere.

Ma cosa significa “amare i propri nemici”?

Innanzi tutto è riconoscere la qualità di “inimicizia” che caratterizza certi rapporti, senza illudersi di essere amici di tutti, ma sapendo assumere anche ciò che un altro può avere contro di noi. “Amare il nemico” è, quindi, in primo luogo, riconoscere ciò che divide, ma credere nella possibilità di costruire, con l’aiuto divino, un rapporto diverso.

Ebbene, all’ostilità si mette fine non con la rappresaglia e con la vendetta, ma solo riconoscendo che l’amore è l’unica soluzione. Amare significa fare del bene, benedire o pregare per quelli che hanno sentimenti opposti ai nostri; significa donare in un crescendo di amore. Così, quando Gesù comanda di porgere l’altra guancia o di dare a chi esige ingiustamente da noi qualcosa (v. 29), egli non chiede affatto di divenire succubi della prepotenza, di essere tanto remissivi da sembrare codardi. Piuttosto, con linguaggio colorito ed efficace, domanda di conservare il coraggio di credere alla possibilità di suscitare un’amicizia, di ritrovare una prossimità anche con chi ha pretese ingiuste.

La regola d’oro, formulata qui in modo positivo (“Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”: v. 31), suggerisce bene l’orizzonte in cui si collocano le scelte concrete del discepolo di Gesù: un amore universale, gratuito e disinteressato, un agire a immagine del Dio del Vangelo del Regno.

“Siate dunque misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” (v. 36): ecco come Luca trasforma il detto di Mt 5, 48 (“Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”). La misericordia definisce i rapporti nuovi del Regno e, grazie ad essa, è già ora sapersi persone che hanno scoperto la loro figliolanza con Dio.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

Possiamo facilmente, almeno in teoria, riconoscere che l’amore ai nemici sia il tratto distintivo, la richiesta più pregnante, per chi vuole seguire Gesù; ma potrebbe sorgere la domanda: che cosa c’entra l’amare i nemici nel rapporto di coppia e di famiglia? Chi ha esperienza di relazione di aiuto con le coppie, sa bene che talvolta uno tratta l’altro come il peggior nemico da cui difendersi, da interpretare male, qualunque cosa faccia.

Ebbene, dobbiamo riconoscere, con una buona dose di pazienza verso noi stessi, che talora investiamo il coniuge di questa inimicizia che, purtroppo, perfino al di là delle nostre intenzioni, talora trasmettiamo ai figli. Allora non ci resta che applicare la ricetta di Gesù, piena di una saggezza sconvolgente: “Marito, moglie, ama la tua nemica/o”! Non permettere che l’ostilità massiccia, invasiva ed impudente, prenda piede dentro di te, qualunque comportamento del tuo coniuge ti allarmi o ti deluda. Amalo! Ciò non significa che uno deve inventarsi delle “belle emozioni” o dei sentimenti positivi, ma significa mettersi di fronte a lui/lei e guardarlo/a come uno/a da amare. E cioè benedicilo/a, prega per lui/lei e fagli/falle del bene.

Il nostro testo, con estremo realismo, non dice di fare tutto questo quando il coniuge se lo merita, o per lo meno non ti ha fatto niente di male; ma lo dice all’indirizzo di quello che ti odia, ti maledice, ti maltratta (o per lo meno ti sembra così, nel momento cocente della delusione e delle ferite). Questo non significa essere succubi di fronte alle reali ingiustizie, ma prendersi il lusso di amarlo in questo modo evangelico e di non cedere alla tentazione che non ci sia più niente da fare. Così possiamo fare esperienza di quanto i comandi di Gesù sanino i rapporti umani.

Preghiamo (ORATIO)

Non permettere, Signore, che dichiariamo nemico inconciliabile il familiare (coniuge, suocero/a, figlio/a, fratello, sorella, cognato/a) che non risponde ai nostri desideri, che ci odia, ci maledice e ci maltratta.

Fa’, o Signore, che non ci illudiamo di diventare più forti restituendo colpo su colpo, ma che ci arrendiamo alla tua legge d’amore, anche quando sembrerebbe impossibile.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Un fratello chiese all’anziano maestro: “Come può l’uomo evitare di dir male del prossimo?”. Gli disse l’anziano: “Noi e i nostri fratelli siamo due immagini: quando l’uomo guarda se stesso e vede in sé motivi di rimprovero, trova degno di stima il suo fratello; ma quando gli sembra di essere buono, trova che il fratello, a confronto con lui, è cattivo” (I Padri del deserto, Detti editi ed inediti).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Oggi, quando incontri un familiare “nemico”, benedicilo nel tuo cuore!

PER UNA LETTURA SPIRITUALE

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo e immediato del matrimonio non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’incarnazione del Cristo e il suo mistero di alleanza. E il contenuto della partecipazione alla vita del Cristo è anch’esso specifico: l’amore coniugale comporta una totalità in cui entrano tutte le componenti della persona (richiamo del corpo e dell’istinto, forza del sentimento e dell’affettività, aspirazione dello spirito e della volontà); esso mira ad un’unità profondamente personale, quella che, al di là dell’unione in una sola carne, conduce a non fare che un cuor solo e un’anima sola; esso esige l’indissolubilità e la fedeltà della donazione reciproca definitiva e si apre sulla fecondità. In una parola, si tratta di caratteristiche normali di ogni amore coniugale naturale,ma con un significato nuovo che non solo le purifica e le consolida, ma le leva al punto di farne l’espressione di valori propriamente cristiani ( Giovanni Paolo II , Esortazione apostolica Familiaris Consortio del 22 novembre 1981, n. 13).