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Fratelli, vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova, per una piena conoscenza, ad immagine del suo Creatore. Qui non c’è più Greco o Giudeo, circoncisione o in circoncisione, barbaro o Scita, schiavo o libero, ma Cristo è tutto in tutti.

Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.

Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti!

La Parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.

Che cosa dice il testo (LECTIO)

Il passo della Lettera ai Colossesi presenta la vita cristiana. Lo fa servendosi della similitudine del vestito nuovo che il cristiano ha indossato aderendo nella fede a Cristo e sigillando tale adesione nel battesimo, come lascia intuire l’origine battesimale dell’immagine della veste. La nuova realtà del cristiano è nei confronti di Dio un rinnovarsi continuo, che è in definitiva lo scoprire lo stesso progetto originario del Creatore per il quale la persona umana è stata creata a immagine e somiglianza di Dio. Nei confronti degli altri, Paolo sottolinea come l’essere creatura nuova in Cristo comporti l’abbattimento di tutta una serie di barriere: religiose, culturali, politiche, sessuali.

Segue un breve compendio delle virtù caratterizzanti la vita cristiana. Nei primi versetti non si tratta specificamente della vita familiare, ma della vita fraterna nella comunità; solo nel passo successivo ci si addentra in alcuni precetti particolari di morale domestica. Sia la vita comunitaria della Chiesa, sia la vita familiare dei credenti, sono comunque ispirate allo stesso principio: la vita cristiana deve avere la sua radice teologica nell’amore.

Anche se l’autore indica una normativa etica presente nella filosofia corrente dell’epoca, la novità della vita cristiana, anche per quanto riguarda i rapporti familiari (e sociali), si delinea nel costante riferimento al Signore, a Colui che regna nel cuore del credente e gli dona pace. San Paolo esorta in particolare alla gratitudine, alla riconoscenza, perché questa caratterizza il credente che si lascia ammaestrare dalla Parola di Dio.

Infine il testo ci offre uno spiraglio sulla vita liturgica della comunità delle origini, contrassegnata da una preghiera fervida e da uno spirito di gratitudine per quanto Dio ha operato verso l’umanità in Cristo.

L’ultimo versetto ritorna al tema della legge della libertà, che Paolo ha instaurato presso la comunità dei Colossesi, al posto delle leggi schiavistiche, favorite da una falsa sapienza. Il criterio definitivo della vita cristiana è Cristo Gesù; valido è solo quanto lega il credente al suo Signore. Tutto il resto è apparenza e schiavitù.

Ringraziamo sul testo (MEDITATIO)

“Se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri”, perdonatevi scambievolmente. Se è vero che la prossimità degli uni verso gli altri esige sempre la “virtù” del perdono, ciò è a maggior ragione vero per i legami familiari in senso stretto: se non si apprende a perdonarsi scambievolmente, difficilmente i rapporti resistono alla corrosione dell’ostilità e del risentimento.

La famiglia dunque è il luogo del perdono che, nella sua versione per così dire più “coniugale”, è lasciare essere l’altro come è, dargli il permesso di essere diverso, talora incomprensibile. Senza questa forma di “perdono”, i rapporti familiari si mutano in rapporti di controllo, di richiesta ossessiva, di tentativo, più o meno in buona fede, di “fare” l’altro a mia immagine e somiglianza. “Mia madre non mi ha ancora perdonata di aver voluto studiare da maestra d’asilo, mentre lei voleva per me un avvenire da impiegata”, diceva una giovane madre a sua volta tentata di “fare” la propria figlia secondo i propri bisogni-desideri. Dall’esterno non si può certo capire quale trasgressione possa essere il diventare maestra d’asilo piuttosto che impiegata; eppure dall’interno è dolorosamente chiaro: quella madre non “perdonava” alla figlia il voler fare di testa sua.

La prima forma di perdono è quella del de-centramento da sé. Lo scambio di perdono familiare si rivela così una condizione alta, spirituale, nel nome del Signore. Il perdono, quando non sia un puro esercizio di superiorità del tipo: “Sono tanto buono che ti perdono”, rivela la sua radice di fede. Quel figlio, quel coniuge, quel cognato, quel fratello, quella suocera che io “perdono” mi si rivelano come un modo con cui Dio mi è vicino, mi converte, si prende cura di me; che altrimenti sarei lasciato alle mie sicurezze e ai miei dispotismi, all’ “uomo vecchio” che resiste in me. E’ un po’ un lasciarsi rivestire “come amati, santi e diletti” da Dio: è (lo scopriremo in tutta la sua bellezza) un abito nuziale, fatto di lacrime, di perdono e di canti di gratitudine, con cui saremo ammessi alle Nozze definitive.

Preghiamo (ORATIO)

Grazie, Signore, quando l’altro in famiglia è incomprensibilmente meraviglioso. Grazie quando l’altro non è come io vorrei e grazie quando non lo posso ridurre a mia misura. Grazie ancora quando mi si rivela come persona, avvolta nel mistero quando tu, o Dio, sei misero per noi.

L’inspiegabile mistero dell’altro mi avvicina a te e dà sostanza al nostro Amore.

Che cosa ha detto la Parola (CONTEMPLATIO)

Imparate anche voi a “portare i pesi gli uni degli altri” (Gal 6, 2), imparate a rispettarvi a vicenda. E se qualcuno di voi ascolta da qualcun altro una parola spiacevole o se riceve qualche molestia involontariamente, non si dia subito pena, non si irriti subito, non si lasci trovare, in una circostanza di lotta a suo vantaggio, con un cuore infiacchito, negligente, snervato, che non può sopportare un qualsiasi colpo, come succede al melone che, appena gli si accosta un sassolino, subito si spacca e marcisce: ma piuttosto abbiate un cuore saldo, abbiate pazienza, perché il vostro amore vicendevole superi tutte le circostanze casuali. Mettete invece tutta la vostra capacità a fare con amore ciascun vostro servizio, sottomettendovi con umiltà gli uni agli altri, onorandovi, esortandovi. Nulla è più potente dell’umiltà. Se uno vede il prossimo momentaneamente afflitto oppure se stesso, cedete gli uni agli altri, non insistete finché ne succeda un danno. E’ meglio che la faccenda non si realizzi come volete, ma come conviene per la necessità, e non per ostinazione o pretesa di aver ragione, anche se apparentemente è ragionevole che voi vi turbiate o vi affliggiate a vicenda.

Riflettete sempre tra voi stessi a queste cose, sforzatevi con amore e timor di Dio di cercare il giovamento vostro e reciproco. Così potete ricevere vantaggio da tutto ciò che vi capita e far progressi con l’aiuto di Dio. Il nostro Dio, amico degli uomini, vi doni egli stesso il timore suo; è detto infatti: “Osserva il timor di Dio e i suoi comandamenti, perché questo è tutto l’uomo”

(Qo 12, 13) (Doroteo di Gaza, Insegnamenti spirituali, Roma 1993).

Mettere in pratica la Parola (ACTIO)

Traducete nella vostra vita coniugale questa parola: “Tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre” (Col 3, 17).

PER LA LETTURA SPIRITUALE

Voglio ringraziarti, Signore, per il dono della vita.

Ho letto da qualche parte che gli uomini sono angeli

con un’ala soltanto:

possono volare solo rimanendo abbracciati.

A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore,

che anche tu abbia un’ala soltanto. L’altra la tieni nascosta:

forse per farmi capire che tu non vuoi volare senza di me.

Per questo mi hai dato la vita:

perché io fossi tuo compagno di volo.

Insegnami, allora, a librarmi come te.

Perché vivere on è “trascinare la vita”,

non è “strappare la vita”,

non è “rosicchiare la vita”.

Vivere è abbandonarsi, come un gabbiano, all’ebbrezza del vento.

Vivere è assaporare l’avventura della libertà.

Vivere è stendere l’ala, l’unica ala,

con la fiducia di chi sa di avere nel volo

un partner grande come te!

Ti chiedo perdono per ogni peccato contro la vita.

Anzitutto, per le vite uccise prima ancora di nascere.

Sono ali spezzate.

Sono voli che avevi progettato di fare e ti sono stati impediti.

Viaggi annullati per sempre.

Sogni troncati sull’alba.

Ma ti chiedo perdono, Signore,

anche per tutte le ali che non ho aiutato a distendersi.

Per i voli che non ho saputo incoraggiare.

Per l’indifferenza con cui ho lasciato razzolare nel cortile,

con l’ala penzolante,

il fratello infelice che avevi destinato a navigare nel cielo.

E tu l’hai atteso invano, per crociere che non si faranno mai più.

(A. Bello, Scritti di pace, in Scritti di Mons. Antonio Bello, Molfetta 1997).