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pdf buttonDocumento Commissione Episcopale sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia

Educare all’amore e accompagnare nel percorso del fidanzamento sembrano,oggi, imprese particolarmente difficili, per alcuni, addirittura, improponibili, ritenendo che i mutamenti culturali e sociali siano tali da mettere radicalmente in discussione l’esistenza stessa dell’istituto del matrimonio. Su questa linea perde valore la condizione del fidanzamento a favore di ormai diffuse forme di convivenza, prematrimoniali o permanentio almeno“finché ci vogliamo bene”. Anche il percorso di educazione all’amore pare seguire questa deriva, a tutto vantaggio della pretesa di una neutra informazione che assicuri un esercizio della sessualità privo di rischi per sé e per gli altri.

La comunità cristiana conosce bene queste posizioni e le scelte che ne derivano,ma riconosce ancor più e ribadisce il valore e la fiducia nella persona umana come essere educabile all’amore totale,unico,fedele e fecondo,come è l’amore degli sposi, attraverso un percorso progressivo e coinvolgente. Crede,infatti, che la radice dell’amore sia in Dio uno e trino e il suo compimento sia in Cristo,morto e risorto,che dona la sua vita per l’umanità. Crede che questo amore abiti ogni essere umano, che ancora oggi lo ricerca per una vita buona e felice.

La comunità cristiana, per questo, non si stanca di riproporlo ai ragazzi e ai giovani, convinta che le ombre del presente non siano tali da oscurare il loro futuro e che ancora siano attratti dalla luce che promana dall’amore vero.

Ecco, allora, questo testo che, proprio credendo alla possibilità di educare e crescere nell’amore, definisce linee rinnovate per i percorsi verso il matrimonio, chiarisce punti delicati,riconferma il valore del fidanzamento come tempo necessario e privilegiato per conoscersi tra innamorati, per compiere passi importanti e per accogliersi come dono reciproco, se questo è nel pensiero di Dio.

L’impegno della comunità cristiana a favore della famiglia ha un forte impatto su tutta la società, di cui la famiglia stessa costituisce la cellula fondamentale. Infatti, «la famiglia si propone come spazio di quella comunione, tanto necessaria in una società sempre più individualistica, nel quale far crescere un’autentica comunità di persone grazie all’incessante dinamismo dell’amore, che è la dimensione fondamentale dell’esperienza umana e che trova proprio nella famiglia un luogo privilegiato per manifestarsi». Essa è la prima società naturale e «precede, per importanza e valore, le funzioni che la società e lo Stato devono svolgere». Per questo la famiglia non può vivere come chiusa al suo interno, ma è chiamata ad aprirsi nella solidarietà e a vivere un vero impegno nella società. Questa vocazione di ogni famiglia potrà essere vissuta più appieno da chi comprende che la famiglia è sostenuta dall’amore di Cristo. Tale consapevolezza va accresciuta nei giovani che si incamminano verso il matrimonio, per far sì che, anche grazie a loro, tutto il tessuto sociale sia rinnovato. Costruire la famiglia diviene così una tappa fondamentale per apportare alla comunità civile istanze di verità, di giustizia e di solidarietà, soprattutto attraverso la procreazione e l’educazione dei figli. Per questo, la famiglia, cellula vivificante e risorsa feconda, partecipa alla vita della società per far crescere in umanità i suoi membri, singoli e collettivi, rinnovando così lo sguardo della società stessa; infatti la comunione familiare alimenta la coesione sociale e ne è l’autentica sorgente.

Siamo consapevoli che in questi ultimi decenni l’attenzione all’educazione all’amore ha ricevuto nuovi e fecondi impulsi, fino ad allargare gli orizzonti e creare in molti luoghi una vera e propria pastorale del tempo del fidanzamento, nelle sue varie tappe, illuminandolo e aiutando a viverlo come evento di grazia. Già il Direttorio di pastorale familiare così esortava: «La pastorale prematrimoniale, in ogni sua articolazione, costituisce uno dei capitoli più urgenti, importanti e delicati di tutta la pastorale familiare. Tale pastorale si trova di fronte a una svolta storica: essa è chiamata a un confronto chiaro e puntuale con la realtà». Le famiglie cristiane e tutte le strutture pastorali devono sentirsi coinvolte nella preparazione al matrimonio e nella celebrazione delle nozze. In questi passi, coloro che si dispongono a formare una nuova famiglia non devono sentirsi soli: il loro matrimonio non è una questione privata, ma coinvolge tutta la comunità ecclesiale. Tutte le fasi della loro nuova vita familiare dovranno essere accompagnate dall’affetto premuroso della comunità cristiana, e questa non potrà disinteressarsi delle loro situazioni di difficoltà, delle eventuali crisi nella vita matrimoniale o degli eventi lieti o tristi, quali la nascita dei figli e la morte di persone care.


A questo fine, sono da sollecitare e incoraggiare il dialogo e la collaborazione tra la pastorale familiare e quella giovanile, ma anche catechistica, vocazionale, scolastica, sociale e del tempo libero, e con tutte le altre dimensioni ecclesiali impegnate nell’evangelizzazione per la crescita della persona umana. Infatti, risulta evidente che, come in modo profetico aveva indicato l’esortazione apostolica Familiaris consortio, «la preparazione al matrimonio va vista e attuata come un processo graduale e continuo.
Essa, infatti, comporta tre principali momenti: una preparazione remota, una prossima e una immediata». Oggi appare ancora più evidente che, per quanto fatta con grande cura, una preparazione esclusivamente immediata rischia di essere gravemente insufficiente nell’offrire solide basi alla vita sponsale e familiare e orientare i fidanzati a vivere lo stesso amore con cui «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (cfr Ef 5,25).

L’accompagnamento nel tempo del fidanzamento comporta, da parte dell’intera comunità cristiana, una responsabilità educativa di grande rilievo. Purtroppo il contesto culturale in cui viviamo non aiuta a scoprire la bellezza dell’amore umano e del sacramento del matrimonio, rischiando di disorientare le giovani generazioni rispetto a una scelta compiuta “per sempre”. Si diffonde una mentalità individualistica, che mina la scelta del dono di sé a tutti i livelli, e quindi in particolare mette in crisi l’autenticità di un rapporto di coppia vissuto non per se stessi, ma nella prospettiva di un dono sincero di sé all’altro e, nella forza di questa donazione, nel servizio agli altri nella Chiesa e nella società. Sembra oggi essere in discussione l’istituto stesso del matrimonio, con il suo patrimonio di valori, atteggiamenti e scelte. Si diffonde per esempio il fenomeno della convivenza pre-matrimoniale e anche di quelle forme che non mostrano di essere orientate a una scelta definitiva. Il Card. Joseph Ratzinger, appena prima della sua elezione a pontefice, ha affermato che oggi «si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».Tale tendenza spinge in particolare i giovani a considerare come equivalenti forme di vita diverse quali la convivenza e il matrimonio, o la relazione tra persone dello stesso sesso. Essa viene definita come una forma di dittatura perché, se in apparenza lascia una totale libertà ai singoli di autodeterminarsi, in realtà impone la sua logica, che appiattisce le diverse esperienze e le rende uguali, ignorandone la specificità e impedendo di valutarle, ed eventualmente valorizzarle, per quello che sono.

La comunità cristiana, mentre cerca di interpretare le cause di questa situazione e si interroga su come rimanere vicina a quanti la vivono, manifesta la sua forte preoccupazione. Si vorrebbero infatti porre sullo stesso piano del matrimonio scelte diverse e meno impegnative, come la semplice convivenza o la scelta di rimanere sempre fidanzati, continuando ad abitare nelle rispettive famiglie di provenienza, offuscando l’orizzonte dell’amore, che per sua natura rende capaci del dono totale di sé. La Chiesa non giudica e non intende allontanare chi compie tali scelte; al contrario desidera entrare in un proficuo dialogo con loro e li invita a non allontanarsi dalla vita ecclesiale. Non può però rinunciare ad affermare che vi è una forma di relazione della coppia, quella matrimoniale, che non può essere comparata con le altre forme di convivenza o accompagnamento, perché basata sull’assunzione definitiva del proprio impegno nei confronti dell’altro.


Siamo dunque particolarmente riconoscenti alle tante coppie di sposi e genitori che, in un simile contesto, ogni giorno testimoniano il Vangelo del matrimonio e della famiglia, e con la loro vita annunciano che la famiglia e il matrimonio sono un Vangelo, cioè una vita piena e degna di essere vissuta. Sono proprio queste famiglie che si propongono di aiutare i propri figli nel discernimento della loro chiamata e di accompagnarli nella preparazione al matrimonio. A partire dal loro esempio e insieme a loro, vogliamo metterci alla ricerca di risposte adeguate a questi problemi così urgenti, per favorire l’accoglienza da parte dei giovani della loro vocazione. Nel far questo ci sentiamo pieni di speranza, consapevoli di proporre ai più giovani un cammino che corrisponde al loro desiderio più profondo; si tratta cioè di far loro scoprire ciò che essi stessi cercano, sebbene spesso non se ne rendano conto appieno.

Carissimi, con questo documento ci rivolgiamo a voi, sacerdoti, persone consacrate, sposi e laici impegnati, membri di ogni Chiesa locale del nostro Paese, per ricordarvi che la vostra comunità cristiana ha il compito e il dono prezioso di poter accompagnare i propri figli più giovani nelle affascinanti ed impegnative tappe dell’amore. Quella dell’amore sponsale è tra le esperienze più significative della vita dell’uomo; ecco perché la comunità cristiana deve rendersi sempre più capace di proporre un itinerario a quei giovani, ragazze e ragazzi, che stanno vivendo l’esperienza dell’affettività fin dalle prime fasi dell’innamoramento. Questo intento dovrà concretizzarsi in proposte adeguate all’età dei ragazzi o dei giovani, caratterizzandosi come un cammino di catechesi e sensibilizzazione all’interno dei gruppi di appartenenza nella comunità cristiana, ma anche come un cammino più personalizzato. Si tratta di illuminare il desiderio di pienezza che quel ragazzo e quella ragazza stanno sperimentando, e la chiamata alla comunione che portano scritta nel cuore.

Come efficace antidoto alla frammentarietà della vita moderna e all’abitudine diintraprendere relazioni superficiali e strumentali, occorre che li sosteniamo in uncammino di crescita, orientato a costruire gradualmente un vero e proprio progetto, che corrisponda sempre più alla scoperta del disegno di Dio su di loro. È importante allora che nella comunità parrocchiale, nelle zone pastorali, o per lo meno a livello diocesano,si individuino coppie di sposi, persone consacrate e laici che, insieme ai presbiteri, si formino per essere, accanto ai giovani, autentici compagni di viaggio nelle varie tappe dell’amore. Allo stesso tempo è necessario che la comunità cristiana riconosca nei due giovani una preziosa risorsa perché, impegnandosi con sincerità a crescere nell’amore enel dono vicendevole, possono contribuire a rinnovare il tessuto stesso di tutto il corpo ecclesiale: la particolare forma di amicizia che essi vivono può diventare contagiosa, e far crescere nell’amicizia e nella fraternità la comunità cristiana di cui sono parte.

Il periodo dell’innamoramento chiama la coppia a riconoscere e a scoprire sempre più l’amore di Dio, le cui tracce si possono trovare già nell’amore umano, che rinvia alla sua presenza come sorgente. Vi sono infatti alcuni segni che conducono a sperimentare la presenza di un amore che supera e trascende il semplice legame vissuto. Un primo dato è riconoscere il limite e l’infinitezza dell’esperienza amorosa: il limite è dato dal fatto che nessuna esperienza o sentimento saziano il cuore dell’uomo, sempre portato a desiderare e cercare qualcosa di più grande, che in definitiva si trova solo in Dio; ciò fa sì che, soprattutto nell’esperienza amorosa, si sperimenti, insieme al limite, anche l’assoluto. Un altro dato che emerge è dunque che in ogni innamoramento vi è ildesiderio del per sempre che si pone alla base della relazione, quasi che il momento presente trasporti in un orizzonte infinito. In definitiva, nell’innamoramento si vive l’esperienza della totalità nella quale si è condotti a “perdersi”, a dare tutto di sé, per ritrovare se stessi nell’altro (cfr Gv 12,25). Così Dio si rivela dentro l’amore umano, tra uomo e donna, e si comunica nel cammino verso il sacramento del matrimonio. Sarà proprio a partire dalla scintilla dell’innamoramento che il ragazzo e la ragazza potranno iniziare il proprio itinerario interiore, di coppia ed ecclesiale, per accogliere e vivere la presenza di Dio.


L’esperienza dell’innamoramento e le tappe attraverso cui si impara ad amarsi in modo sincero e totale sono così grandi e coinvolgenti che lasciano trasparire l’amore stesso di Dio. La Deus Caritas est ci insegna proprio questo: che l’amore umano non è separato dall’amore divino. Al contrario, come annuncia l’apostolo Giovanni, «Dio è amore» (1Gv 4,8), e chi fa esperienza dell’amore fa esperienza di Dio, che dell’amore è la prima sorgente e colui dal quale attingiamo la forza di amare. Nell’accompagnare i giovani nelle tappe dell’amore siamo dunque consapevoli che tale percorso ha un legame molto stretto con la fede, e facilita la loro accoglienza del Vangelo di Gesù, che dell’amore di Dio è rivelazione piena.

Gli adolescenti, assediati da un clima generale fortemente erotizzato nella comunicazione, nella moda, nei modelli proposti, devono essere guidati ad acquisire un sano senso critico. In tale prospettiva, la comunità cristiana offre i giusti anticorpi nei confronti del consumismo dilagante e della spudoratezza, della banalizzazione e della risultano particolarmente importanti, per gli adolescenti, e in particolare «per i giovani, le esperienze di condivisione nei gruppi parrocchiali, nelle associazioni, e nei movimenti, nel volontariato, nel servizio in ambito sociale e nei territori di missione. In esse imparano a stimarsi non solo per quello che fanno, ma soprattutto per quello che sono. Spesso tali esperienze si rivelano decisive per l’elaborazione del proprio orientamento vocazionale, così da poter rispondere con coraggio e fiducia alle chiamate esigenti dell’esistenza cristiana: il matrimonio e la famiglia, il sacerdozio ministeriale, le varie forme di consacrazione, la missione ad gentes, l’impegno nella professione, nella cultura e nella politica».


I due valori più importanti per giungere alla maturità affettiva sono quelli del pudore e della castità, di cui la vita all’interno della comunità cristiana deve favorire l’acquisizione. Il pudore riporta alla parte più intima e preziosa della persona, facendo comprendere che la sessualità non è solo ricerca del piacere, ma ricerca di una persona nella sua unicità e dignità. L’essere umano nasce aperto all’infinito, in un corpo sessuato di maschio e femmina, che evidenzia il suo essere creatura e la sua fragilità; per questo va custodito nel suo valore, in quanto icona dello spirito umano creato da Dio. Allo stesso modo vanno sostenute, fin dai primi anni di vita, la scoperta e l’accoglienza della differenza sessuale e la bellezza della reciprocità fra il maschile e il femminile. Il pudore custodisce e tutela i valori intimi e profondi della persona; non limita la sessualità, ma la protegge e l’accompagna verso un amore integrale e autenticamente umano. A tal fine, occorre educare al pudore fin dalla fanciullezza: la vera forza liberante sta nell’ammettere di essere fragili e che questa evidente fragilità va custodita bene, come il guscio di una perla di gran valore, secondo la felice immagine biblica (cfr Mt 13,46). In questa stessa luce si può comprendere «il significato morale e pedagogico della castità», grazie alla quale la sessualità è posta a servizio dei valori più alti a cui deve tendere, facendo sì che essa divenga «il mezzo di un amore umano autentico, quale poi si manifesterà compiutamente, secondo distinte modalità, nella vocazione matrimoniale o verginale».

Come già abbiamo accennato, le modalità con cui oggi i giovani affrontano le  esperienze d’amore sono fortemente condizionate dal contesto culturale e sociale nel quale vivono. Spesso il corpo, in particolare quello della donna, è presentato come un oggetto o come semplice fonte di piacere, rendendo più difficile percepirne la preziosità e la stessa bellezza, che viene paradossalmente deturpata dalla pornografia e da un uso strumentale del corpo. A questi condizionamenti si aggiungono le oggettive precarietà della vita sociale: la crisi economica, che riduce la disponibilità di risorse e compromette uno sguardo fiducioso al futuro; le difficoltà lavorative, che comprimono in modo preoccupante la progettualità all’interno della coppia in vista della costituzione di una nuova famiglia; la carenza di alloggi, o quantomeno la maggiore difficoltà ad acquistare una casa, se non sostenuti dalle famiglie di appartenenza. È così che il futuro è spesso percepito come opaco e indecifrabile e i giovani vivono una dimensione di incertezza circa il proprio avvenire, così che la temporaneità e frammentarietà dell’amore possono prevalere sull’istanza progettuale. Questo accentua la tendenza a costruire relazioni di coppia di tipo intimistico, in cui spicca la ricerca di un rapporto caldo sul piano emotivo-affettivo, ma slegato da un impegno per il futuro.

Il tempo dell’adolescenza comporta profonde trasformazioni del corpo, che è sessuato fin dalla nascita. Preadolescenti e adolescenti sentono parlare la lingua diretta del corpo che cambia; nello stesso tempo il loro mondo interiore si costituisce e si affina, con tempi diversi fra maschi e femmine, dettando imperiosamente emozioni e sentimenti. Di questa esperienza travolgente spesso si parla solo con i coetanei, e mediante le categorie offerte dai media e dagli immensi e incontrollati spazi del virtuale. Attorno agli adolescenti molti messaggi della società e comportamenti diffusi nel mondo degli adulti tratteggiano uno scenario dove il fascino dell’amore vero appare offuscato. È così che i giovani corrono il rischio di idealizzare la realtà dell’affettività e della relazione con l’altro, di assolutizzare questa esperienza ancora non pienamente matura, e di ridurre alla sola dimensione emotiva la relazione di coppia. Per questo essi devono essere aiutati a comprendere il giusto valore dell’esperienza in cui muovono i primi passi: imparare ad amare è un’arte che richiede pazienza e sacrificio, e che ha bisogno di guide sapienti.


Nell’intento di non lasciare i ragazzi in balia di fonti ambigue, occorre pazienza per accogliere la loro vivace curiosità di sapere. Genitori ed educatori sono chiamati a fare rete, proponendo un’educazione alla corporeità e alla sessualità che sia franca, diretta e integrale, evitando rischiose forme di delega. Occorre infatti presentare la persona umana e il suo sviluppo sessuale e affettivo nella sua globalità, senza cadere in forme riduttive. Sottoposti al bombardamento mediatico di stimoli emotivi contraddittori, i ragazzi talvolta stentano a collegare vissuti e sentimenti; è proprio in questa fase che diviene determinante il ruolo dei genitori, coadiuvati da altre figure educative, per aiutarli a non vivere la loro relazione in modo superficiale e istintivo. Incontrarsi e dialogare con questo universo richiede che non si svicoli rispetto al punto di partenza: il corpo che cambia e al contempo un’interiorità che percepisce la bellezza e la grandezza
dell’amore a due.

Nell’enciclica Redemptor hominis il Beato Giovanni Paolo II insegna che «l’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente». È a questa pienezza di vita e di amore che aspirano i più giovani quando il loro affetto li spinge a cercare la relazione con l’altra persona. La spinta pulsionale invita a uscire da se stessi per entrare in una relazione di reciprocità. La relazione amorosa ha come punto di partenza l’attrazione per l’altro, la profonda aspirazione all’incontro presente in ogni essere umano, il desiderio di superare la solitudine. È una risposta al bisogno profondo di essere riconosciuti, scelti e amati, ma rappresenta anche un’occasione di cambiamento e di crescita, che può condurre il giovane da un narcisistico amore di sé, che generalmente si annida nei primi passi della relazione amorosa, a un amore che impara a tradursi in dono di sé per l’altro.

Nell’esperienza amorosa si incontrano l’eros, cioè l’esperienza pulsionale, legata al desiderio e alla fisicità della persona, e l’agape, che è la capacità di un amore gratuito nel dono di sé. Questi due elementi si integrano e si rinforzano a vicenda nella costruzione di una relazione autentica che porta al dono di sé reciproco, come insegna Benedetto XVI nella sua prima enciclica, dedicata all’amore: «anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente…, nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e si desidererà esserci per l’altro». Questa integrazione deve essere favorita e gradualmente costruita all’interno della coppia, perché l’amore in una coppia di fidanzati e di sposi è l’esito del convergere armonico di eros e agape. Infatti, l’innamoramento e i sentimenti che lo accompagnano sono aspetti positivi, che vanno coltivati e avvalorati, ma rappresentano anche un elemento fragile e delicato della relazione fra i due. Nel cammino di crescita della coppia i giovani devono portare a compimento l’innamoramento in un passaggio che li conduca, attraverso i sentimenti, verso un’autentica scelta d’amore, nel graduale emergere della sollecitudine per l’altro, dal rispetto reciproco, dalla volontà di cercare, insieme con la propria, l’altrui felicità. Il risultato di questo progredire deve portare al vero incontro con la persona amata, assumendone generosamente e fedelmente i desideri e le aspettative, le gioie e le sofferenze, i progetti e le speranze.

Occorre tener conto del pregiudizio, oggi presente nella maggior parte dei giovani e nella mentalità comune, secondo il quale la Chiesa sarebbe timorosa sulla corporeità e severa nel valutare la realtà dell’amore umano. Partendo dai testi biblici, è opportuno delineare la visione radicalmente positiva della Rivelazione sull’amore sponsale. Allo stesso tempo, è necessario mettere in luce anche la dimensione della fragilità dell’amore umano, continuamente insidiato dal peccato radicato nel cuore dell’uomo (cfr Gen 4,7): la capacità affettiva e la sessualità, che Dio ci ha dato per l’amore, per il dono e per la gioia, possono divenire strumento di egoismo, di sopraffazione e di tristezza. In questo ambito vanno affrontati in particolare i temi della necessaria autonomia rispetto alle famiglie di origine e della gestione dei momenti di incomprensione e di litigio. Nella storia di ogni persona l’amore va liberato e aiutato a crescere con un progetto aperto al trascendente.

In Chiesa non ci si sposa per caso, ma per rispondere a una chiamata di Dio, personale e di coppia, a vivere l’amore come una strada di santità e un servizio al bene comune della società. Se nella prima fase dell’innamoramento è determinante la forza dei sentimenti e dell’attrazione reciproca, la prospettiva del matrimonio cristiano dovrà spostare l’attenzione prevalentemente sulla vocazione ad accogliere la persona nella sua verità, ricca e povera insieme, e a orientare le scelte nell’orizzonte dell’amore sponsale, capace di superare anche le inevitabili fragilità dei sentimenti: dall’innamoramento all’amore, dal sentimento al sacramento.

Si tratta di cogliere il senso profondo della vocazione come chiamata a una storia della quale fanno parte anche eventi diversi da quelli previsti e progettati. L’accoglienza di questa chiamata fa parte di un cammino spirituale degli sposi, che affonda le radici in una comunione profonda con colui che ha chiamato Abramo ad abbandonare la sicurezza presente per avventurarsi in una strada sconosciuta: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò.… Ti benedirò… possa tu essere una benedizione» (Gen 12,1-2).

La “materia prima” del sacramento del matrimonio è la persona e la relazione tra gli sposi: una relazione sufficientemente matura, improntata al rispetto vicendevole della personalità e della storia di ognuno dei due, disponibile ad accogliere la diversità e di vederla come ricchezza, cogliendo il positivo degli eventi e degli imprevisti della vita quotidiana e capace di generare la vita con generosa responsabilità. La nuova relazione tra gli sposi non potrà essere vissuta in modo privatistico, al contrario è costitutivamente caratterizzata dall’apertura all’altro da sé: è aperta a Dio che pone su di essa il suo sigillo, ed è aperta al dono dei figli, nei quali la stessa relazione di coppia riceve la sua oggettivazione. Pur se non è istituito unicamente in vista di questo fine, «il matrimonio nella sua verità oggettiva è ordinato alla procreazione e all’educazione dei figli. L’unione matrimoniale, infatti, fa vivere in pienezza quel dono sincero di sé, il cui frutto sono i figli, a loro volta dono per i genitori, per l’intera famiglia e per tutta la società»

In un percorso di accompagnamento dei fidanzati verso il matrimonio, quando la data delle nozze è ormai decisa, non si può avere la pretesa di affrontare in modo esaustivo tutti i temi che interessano il matrimonio cristiano e la vita di famiglia. È importante però dare una panoramica sufficiente degli aspetti essenziali della relazione di coppia, del matrimonio cristiano e delle scelte di vita che caratterizzano una famiglia cristiana. Occorre suscitare la curiosità e il gusto di approfondire tali tematiche, perché i nubendi sentano che la proposta di vivere la propria unione di amore, alla luce di una vocazione divina, conferisce pienezza e fascino al progetto di vita coniugale e familiare. «I contenuti proposti, partendo dalla realtà umana vissuta dai fidanzati e illuminandola e interpretandola con l’annuncio del Vangelo, dovranno permettere ai fidanzati di giungere a conoscere e a vivere il mistero cristiano del matrimonio»18. Alcune tematiche riguardano prevalentemente l’area delle scienze umane, altre la dimensione spirituale- teologica del matrimonio e della famiglia. È opportuno fare sintesi tra la dimensione umana e quella spirituale, in un intreccio da cui emerga la logica dell’incarnazione: una storia umanamente piena che lasci trasparire la presenza e la guida dello Spirito Santo. Le tematiche che non possono mancare all’interno di un percorso formativo delle coppie che chiedono di sposarsi in Cristo e nella Chiesa hanno alcune fonti essenziali di riferimento:

- la parola di Dio, privilegiando il lezionario per la Messa degli sposi, recentemente ampliato, che permette di formulare un itinerario alla fede per i nubendi e che può con frutto essere usato nella sua portata kerigmatica;

- il Rito del matrimonio, frutto di un lungo cammino in cui la Chiesa italiana si è fatta ancora più vicina agli sposi di questo tempo;

- il magistero della Chiesa, sintetizzato nel documento pastorale Evangelizzazione e sacramento del matrimonio (20 giugno 1975), nel Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia (25 luglio 1993) e nel sussidio pastorale Celebrare il “mistero grande” dell’amore. Indicazioni per la valorizzazione pastorale del nuovo Rito del matrimonio (14 febbraio 2006).

Nel processo di formazione di una famiglia cristiana è determinante la durata e la qualità del percorso di «preparazione particolare e immediata al sacramento del matrimonio»16, che deve sollecitare la responsabilità e l’impegno della comunità cristiana. È indispensabile un percorso di fede attraverso il quale i fidanzati arrivino al matrimonio preparati e con una sufficiente consapevolezza del mistero che celebrano e degli impegni che ne conseguono. La proposta dell’itinerario di preparazione al matrimonio va fatta per tempo, possibilmente già un anno prima delle nozze17, in modo da cogliere in pieno l’opportunità pastorale che si offre. Se fatta con largo anticipo, potrà costituire anche una verifica rispetto al progetto che i fidanzati, più o meno consapevolmente, hanno costruito nel tempo. Nel percorso formativo va data molta attenzione sia ai contenuti del messaggio da trasmettere sia alle modalità dell’accompagnamento dei fidanzati, che normalmente si svolge in forma comunitaria. L’équipe, composta da presbiteri, sposi e possibilmente da persone consacrate, può avvalersi del supporto del consultorio di ispirazione cristiana e dell’ausilio di esperti, nel caso in cui il progetto formativo sia pienamente condiviso. La composizione stessa dell’équipe già rappresenta la realtà e il volto missionario della Chiesa.

Un itinerario di accompagnamento per i giovani innamorati sta a cuore alla pastorale familiare e giovanile, alle parrocchie e alle associazioni. Nell’impostazione dei percorsi per accompagnarli è importante, in un lavoro di équipe, curare l’attenzione a tutte le dimensioni della persona, usando modalità diversificate e linguaggi adeguati per comunicare la sorgente del loro amore e il fascino della fede. La vocazione di ciascuno è dono e ricchezza per tutti, è testimonianza di Chiesa. Per questo è importante un clima di accoglienza e ascolto reciproco, valorizzando i contributi che ciascuno può dare. L’équipe degli educatori dei giovani è chiamata a curare in modo particolare la comunione e l’unità di intenti, suscitando la sete di conoscere la parola di Dio. La peculiarità di questi cammini richiede agli operatori coinvolti una formazione specifica, una profonda sensibilità verso i desideri e le difficoltà del mondo giovanile e la disponibilità a collaborare con altre realtà formative.

Gli obiettivi da perseguire nei cammini di formazione dei giovani innamorati possono essere articolati in tre grandi ambiti: identità, reciprocità, progettualità; tre dimensioni che sono da considerarsi in unità, sia nella vita personale che di coppia e di gruppo.

- Identità: questo aspetto mira a favorire l’integrazione di tutte le potenzialità della persona, facendo emergere che la corporeità-sessualità è una dimensione costitutiva del maschile e del femminile, opportunità di comunicazione- relazione, linguaggio di amore, comunione e fecondità. Acquisire l’identità è imparare ad assumere il tempo come un progetto di vita personale e di coppia, partendo dalla propria storia per arrivare a una storia condivisa. È importante far scoprire la bellezza dell’attesa e del rispetto reciproco, aiutando a costruire un’armonia tra intelligenza, affettività e volontà.

- Reciprocità: la reciprocità è frutto di equilibrio dinamico tra autonomia e dipendenza: è necessario creare occasioni per crescere nella stima personale e reciproca, per imparare a fare verità su di sé e vedere l’altro come risorsa. La capacità di dialogo e confronto è una dimensione necessaria a scoprire che la relazione è sorgente per la vita personale e di coppia, elemento indispensabile del vivere insieme e del bene comune. «L’educazione è strutturalmente legata ai rapporti tra le generazioni, anzitutto all’interno della famiglia, quindi nelle relazioni sociali. Molte delle difficoltà sperimentate oggi nell’ambito educativo sono riconducibili al fatto che le diverse generazioni vivono spesso in mondi separati ed estranei. Il dialogo richiede invece una significativa presenza reciproca e la disponibilità di tempo». Per maturare in pienezza occorre quindi l’apporto significativo delle figure genitoriali e del mondo degli adulti.

- Progettualità: questo obiettivo vuol far crescere la consapevolezza della necessità di un progetto di vita per se stessi e per la coppia che sta nascendo. Spesso in molti giovani che percepiscono di amarsi manca una vera e propria progettualità che dia un orizzonte aperto e di speranza all’amore. Si rischia di vivere solo i frammenti del presente, senza dare pienezza alla relazione. È bello e liberante prendere coscienza che la propria esistenza è un dono ricevuto per essere donato nella vocazione sponsale, vissuta nell’orizzonte della fede, sulle orme di Cristo sposo che si offre alla Chiesa sua sposa.

Poiché la preparazione al matrimonio è una scelta vocazionale, nel contesto di un cammino graduale e continuo, la comunità cristiana è chiamata a offrire percorsi di accompagnamento per i diversi momenti dello sviluppo affettivo, relazionale e spirituale della persona e della coppia. Il tempo del fidanzamento, oggi ancora non pienamente valorizzato dalla comunità cristiana, è un momento prezioso in cui i giovani sono più sensibili a domande che interpellano la loro libertà. Per questo è urgente aiutarli a motivare la scelta e la decisione per un’alleanza nella fiducia e nell’affidamento l’uno all’altro, facendo scaturire la riflessione, se pur in fase iniziale, del perché sposarsi e perché sposarsi in Chiesa. Nella coppia nascente la costruzione di una relazione autentica nella libertà e nel rispetto reciproco nasce dalla consapevolezza che l’amore comporta una responsabilità: amare è desiderare il vero bene dell’altro, diventare capaci di donarsi reciprocamente e generare, nella stabilità della vita familiare, la vita, il figlio dono dal dono. Nei cammini di accompagnamento, oltre alla relazione di coppia, è determinante l’esperienza di gruppo per crescere nella consapevolezza che la consistenza del “noi” si realizza nell’appartenenza a un contesto ecclesiale e sociale.

Ci permettiamo di sollecitare, pur nella consapevolezza della profonda crisi di vocazioni che attraversa la nostra epoca, una rinnovata presenza degli Istituti di vita consacrata nell’accompagnare, insieme ai sacerdoti e agli sposi, le tappe di maturazione affettiva nei fanciulli e adolescenti. In passato molte generazioni di sposi hanno ricevuto un prezioso apporto nel campo educativo attraverso i fecondi carismi della vita religiosa. A maggior ragione oggi, in una emergenza educativa che ci interpella seriamente, la vitalità dei carismi della vita consacrata, in particolare di quella femminile, potrà rivelarsi una straordinaria opportunità di crescita per i fidanzati, gli sposi e l’intera comunità cristiana. Ciò aiuterà a comprendere l’amore sponsale all’interno della vocazione all’amore ricevuta nel battesimo, e vissuta dai religiosi e dai consacrati secondo una modalità differente e complementare rispetto a quella sponsale.
Il reciproco rimando tra la vocazione al matrimonio e la vocazione celibataria e verginale permette infatti di illuminare più pienamente il significato ultimo del
matrimonio, che è quello di vivere nel dono di sé e nella comunione con Dio.

Sono in primo luogo i genitori, ma anche quanti con loro operano nell’ambito educativo e quanti accompagnano i giovani nel loro cammino di fede, che hanno la
missione preziosa di aiutare a interpretare e far maturare l’esperienza amorosa. Genitori ed educatori, con il supporto di specialisti illuminati dalla fede, prevedano momenti in cui affrontare le domande scottanti dei ragazzi sulla sessualità, con la sapienza di andare oltre interrogativi e curiosità per dischiudere a poco a poco la bellezza della vocazione all’amore. Gli interventi saranno tanto più incisivi quanto più ben strutturati e organizzati in forma di percorsi di educazione all’affettività e alla sessualità, all’interno del loro normale itinerario di fede. È particolarmente utile con ragazzi e adolescenti l’aiuto di operatori della pastorale della comunicazione, che collaborino per proporre occasioni di educazione all’immagine e al linguaggio dei media. I ragazzi sono perennemente a contatto con musica, tv e radio, immersi nel web: non vanno lasciati soli in quegli ambienti, ma accompagnati in una fruizione critica e intelligente. Nella catechesi e nei gruppi formativi si possono coinvolgere con profitto fidanzati e coppie di sposi, perché testimonino la loro esperienza di amore. I consacrati e le persone in cammino verso questa meta non temano di raccontarsi: troveranno negli adolescenti interesse e capacità di comprensione sorprendenti.

Nel corso degli ultimi decenni è aumentata la consistenza numerica dei matrimoni in cui una parte è cattolica e l’altra parte, pur essendo battezzata, non è cattolica, oppure non è battezzata. Tale situazione richiede una peculiare attenzione pastorale, sia nella preparazione al matrimonio sia nell’accompagnamento delle famiglie dopo la celebrazione delle nozze. Infatti, spesso si è in presenza di differenze nella concezione del matrimonio, della vita coniugale, dell’educazione dei figli, dei rapporti all’interno della famiglia, che richiedono un chiarimento e un confronto costruttivo, nel rispetto delle legittime diversità ma non facendo venire meno l’essenziale per una valida e fruttuosa celebrazione del matrimonio.

Per un corretto accompagnamento, è necessario distinguere il matrimonio celebrato tra due battezzati, di cui uno cattolico, da quello celebrato tra un cattolico e un non battezzato. Il matrimonio tra un cattolico e un battezzato non cattolico si radica nel comune battesimo e nel dinamismo della grazia, che «forniscono agli sposi… la base e la motivazione per esprimere la loro unità nella sfera dei valori morali e spirituali». Questo, tuttavia, non può far dimenticare le differenze esistenti: nel periodo del fidanzamento è facile che queste differenze vengano sminuite, ritenendo che l’armonia nella vita di coppia e l’amore vi possano supplire. È quindi essenziale, da parte di coloro che accompagnano queste coppie, aiutarle a comprendere l’importanza di eventuali difficoltà, cercando soluzioni condivise, in una prospettiva dialogante e percependo sempre la vicinanza della comunità cristiana: «nell’apposita preparazione a questo tipo di matrimonio deve essere compiuto ogni ragionevole sforzo per far ben comprendere la dottrina cattolica sulle qualità ed esigenze del matrimonio, come pure per assicurarsi che in futuro non abbiano a verificarsi le pressioni e gli ostacoli» che impediscono la libera manifestazione della propria fede, pur nella fatica della differenza religiosa.

In tale orizzonte si comprende pienamente il significato della normativa canonica, che prevede per la celebrazione di tali matrimoni la licenza dell’Ordinario del luogo (cfr can. 1124). A tale scopo è opportuno invitare i fidanzati a instaurare per tempo un confronto con il parroco della parte cattolica. In tal modo gli adempimenti canonici non vengono visti come formalità o pratiche da sbrigare, bensì come un ulteriore aiuto ad approfondire la loro situazione personale e di coppia, e a maturare scelte sempre più condivise. Particolare importanza assume la dichiarazione della parte cattolica con la quale si dichiara pronta ad allontanare tutti i pericoli di abbandonare la fede cattolica e promette di fare quanto è in suo potere perché i figli siano educati nella Chiesa cattolica; di tali impegni deve essere informata e consenziente l’altra parte. In tale contesto non va dimenticato che spesso la parte non cattolica è tenuta ad impegni analoghi verso la sua comunità religiosa di appartenenza.

Anche la scelta della celebrazione del matrimonio richiede particolare attenzione. Infatti, per la celebrazione del matrimonio si richiede di osservare la forma canonica, secondo le indicazioni previste nel Rito del matrimonio31, facendo quindi riferimento al rito della celebrazione del matrimonio nella liturgia della Parola32, salva diversa valutazione della circostanza. Tale requisito incide nella validità stessa della celebrazione, salvo in caso di matrimonio con una parte non cattolica di rito orientale, in cui la forma canonica è richiesta per la liceità (cfr can. 1127 §1). In presenza di particolari e motivate difficoltà, l’Ordinario del luogo della parte cattolica ha il diritto di dispensare da tale forma33, evitando in ogni caso una duplice celebrazione religiosa o il rinnovo del consenso (cfr can. 1127 §3).

L’accompagnamento e il sostegno, visibile nella preparazione al matrimonio, richiedono di continuare nel periodo successivo la celebrazione: con l’appoggio della comunità cristiana, la parte cattolica può essere fortificata nella sua fede e aiutata a maturare positivamente nella comprensione e nella pratica della fede, per diventare testimone credibile in seno alla famiglia, attraverso la sua vita e la qualità dell’amore dimostrati all’altro coniuge e ai figli.

Un’attenzione ancora maggiore si richiede qualora la parte cattolica intenda unirsi in matrimonio con una parte non battezzata. Sussiste in questi casi un impedimento alla celebrazione del matrimonio (cfr can. 1086), per cui esso può essere celebrato validamente solo con la dispensa. Infatti, notevoli possono essere le differenze circa la visione del matrimonio e della vita familiare, con una maggiore difficoltà a coltivare e testimoniare la propria fede e a educare cristianamente i figli. Per questo, nel cammino di preparazione di tali coppie al matrimonio, è importante aiutarli a cogliere le differenze esistenti, confrontandosi sugli elementi essenziali e concordando su quanto si richiede per una valida celebrazione del matrimonio. È evidente che in tale accompagnamento si richiede una conoscenza basilare della religione non cristiana cui appartiene il coniuge non battezzato, ispirata ai principi conciliari e del dialogo interreligioso e alla dignità della persona umana. Anche qualora tale persona non professi alcuna religione, come per il matrimonio tra un cattolico e un battezzato non cattolico, è opportuno che, nel cammino di preparazione alle nozze, si tenga presente quanto richiesto dalla normativa canonica. Infatti, per poter far richiesta di dispensa dall’impedimento, è necessaria la dichiarazione della parte cattolica di essere pronta ad allontanare i pericoli di abbandonare la fede e la promessa di fare quanto in suo potere per educare cristianamente i figli (cfr cann. 1125-1126). Per la celebrazione del matrimonio, si richiede inoltre di osservare la forma canonica (cfr can. 1117), usando il rito apposito36, salvo dispensa dalla forma canonica.

Talvolta, in ambito non ecclesiale, si propongono incontri e corsi di formazione per coppie di fidanzati o conviventi; sono promossi da associazioni o organi amministrativi locali, e non è rara la richiesta di collaborazione rivolta a credenti e ad associazioni ecclesiali. Al riguardo, occorre valutare con molta attenzione la concezione di persona e di matrimonio sottesa, e rispondere con prudenza. Non mancano inoltre associazioni di ispirazione ecclesiale, o addirittura uffici diocesani per la pastorale della famiglia, che propongono, al di fuori degli ambienti ecclesiali, cicli di conferenze sui temi propri della preparazione al matrimonio, con il fine di favorirne la conoscenza e di aiutare un maggior numero di persone. È benemerito lo spirito missionario che li anima, ed è da considerare positivamente la proposta di tali temi e il dialogo che si attua, tenendo però ben presente la differenza rispetto ai percorsi di fede verso il sacramento del matrimonio, che pertanto non sono da questi sostituiti.

Sempre più, in questi ultimi decenni, assistiamo anche al moltiplicarsi della richiesta del sacramento del matrimonio da parte di chi vive già, talvolta da anni e con la presenza di figli, un matrimonio civile. La comunità cristiana è chiamata ad accoglierli con riguardo e attenzione, riservando loro un cammino di preparazione attraverso un accompagnamento alla fede e al dono della grazia sponsale. Infatti il sacramento del matrimonio produce in loro una novità di vita che deve essere scoperta e vissuta proprio nel momento della sua preparazione. A tal riguardo si possono presentare situazioni in cui uno o entrambi i nubendi chiedano il sacramento della confermazione. Questa, che apparentemente sembrerebbe una difficoltà, può divenire una risorsa, quando la coppia dei fidanzati può essere accompagnata, gradualmente, a una riscoperta del proprio battesimo in vista del dono dello Spirito da ricevere. È bene per i battezzati sposati civilmente o conviventi promuovere nella preparazione al matrimonio un cammino di fede che preveda la celebrazione della confermazione dopo la celebrazione delle nozze26. Essa costituisce una preziosa opportunità di crescita per la coppia e per la famiglia.

Vi potrà essere anche la richiesta di far battezzare i figli nati da quell’unione civile; anzi, talora tale richiesta precede quella di celebrare il matrimonio o diventa occasione per avviare un percorso di maturazione verso di esso. L’accompagnamento di coppie di sposi può essere importante per prepararsi al battesimo, consentendo di fare esperienza della chiesa domestica che hanno formato celebrando il sacramento del matrimonio. In ogni caso, non si inserisca il battesimo dei figli nella stessa celebrazione delle nozze.

Oggi molte coppie si presentano a chiedere il matrimonio cristiano e a compiere il cammino di preparazione in una condizione di convivenza. È una situazione che richiede un’ulteriore riflessione, per assumere un criterio pastorale unitario e appropriato. Se da una parte dobbiamo accompagnare per tutto il tempo possibile le coppie già conviventi che chiedono il matrimonio cristiano, perché comprendano la realtà del sacramento che chiedono e si rafforzino nell’amore, dall’altra non possiamo rassegnarci a un generale senso di impotenza di fronte al dilagare di un fenomeno che coinvolge sempre più persone verso le quali la comunità cristiana deve sviluppare una prudente attenzione pastorale.

Assistiamo infatti a una specie di “paralisi del desiderio”: quasi che i grandi desideri restino come paralizzati senza riuscire a formulare un vero progetto di vita. Difficilmente si va a convivere avendo un progetto. Talvolta è una decisione determinata dalle circostanze, presa perché intimoriti dalle difficoltà. In altri casi non è una vera scelta, ma si è mossi da un’abitudine acquisita nel frequentarsi. Si cede talvolta alle distanze date dalla mobilità lavorativa o alla sensazione di inadeguatezza nel vivere ancora in casa con i propri genitori, nella fatica di trovarsi adulti, ma praticamente incapaci di compiere un passo decisivo. La paura prende quindi il sopravvento sul desiderio. Da una parte si vorrebbe condividere la vita con la persona che si ama, dall’altra si ha paura di legarsi in modo definitivo.

Come ci ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, «l’indissolubilità, prima che una condizione, è un dono che va desiderato, chiesto e vissuto, oltre ogni mutevole situazione umana. Non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro. Bruciare le tappe finisce per bruciare l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile»25. Ancora appare opportuno intensificare la comunione in un progetto che veda coinvolta la pastorale familiare, giovanile, catechistica, per analizzare il fenomeno e trovare nuove forme di iniziative comuni.

Quando una coppia si presenta agli incontri di gruppo dove si propone un cammino educativo e di fede, occorre un attento discernimento da parte del presbitero e dei suoi collaboratori per dare loro un aiuto adeguato. Accanto a quella comunitaria è necessario offrire un’accoglienza specifica, con dialoghi individuali finalizzati a costruire percorsi di fede personalizzati attenti alla coppia e alla persona. Una persona che si dichiara non credente o poco credente, ma che accetta e rispetta il suo partner per la fede che ha, non va lasciata nella condizione iniziale: è proprio l’amore umano che apre al dialogo e alla comprensione dell’altro e della sua fede. Spesso i non credenti pongono interrogativi fondamentali, che hanno radice nel mistero dell’uomo, che non sono scontati anche per i credenti: la loro posizione, se non è pregiudiziale, li apre ad una ricerca che aiuta il proprio partner e il gruppo stesso. Da questo deriva l’importanza dell’ascolto e del dialogo, da parte del presbitero o della coppia animatrice, per far sentire ciascuno accolto e messo a proprio agio. A partire da qui, facendosi compagni di cammino della coppia, si può iniziare una pre-evangelizzazione e poi una vera evangelizzazione, illuminando la riscoperta della fede.

Ogni autentico cammino ecclesiale porta in sé molteplici dimensioni: è cammino in una comunità e in un gruppo, è cammino di coppia e comporta una crescita personale. Queste caratteristiche si intrecciano tra loro e solo così risulteranno formative e condurranno ad una fede adulta.

Importante è ripensare e offrire itinerari di tipo catecumenale, nello spirito e nei contenuti, che accompagnino alla presa di coscienza e riscoperta della vocazione battesimale in chiave sponsale. Un itinerario siffatto, nella partecipazione alla vita della comunità cristiana, sostiene la coppia nel maturare, nella riscoperta di Cristo e della Chiesa, l’incontro con il Dio vivente.

Proprio partendo da un religioso ascolto del vissuto di questi fratelli e sorelle cercatori di Dio «affiora la risposta: la preghiera, la Parola di Dio, i sacramenti, il servizio, l’attesa della casa futura, sono le esperienze concrete in cui è possibile incontrare il Dio di Gesù Cristo»24 e maturare una risposta libera e consapevole alla chiamata al matrimonio e alla famiglia.

Con l’aumento del numero di queste situazioni differenziate nella comunità cristiana, si rende sempre più necessario formare e incrementare il numero di operatori pastorali che affianchino i presbiteri e che si assumano per vocazione questo servizio di accompagnatori, educatori e testimoni della bellezza della vocazione sponsale e familiare cristianamente vissuta.

Abbiamo già sottolineato l’opportunità che il percorso di preparazione al matrimonio non sia compiuto negli ultimi mesi prima della celebrazione, ma venga anticipato almeno di un anno, affinché possa incidere in modo significativo sul progetto di vita della coppia, fino a rendere possibile anche una decisione diversa rispetto alle nozze, una volta comprese le caratteristiche del matrimonio cristiano. Il numero degli incontri deve permettere di affrontare almeno i temi essenziali del matrimonio cristiano e della relazione di coppia. Un approccio equilibrato e realistico suggerisce di impostare i percorsi su un numero di circa dodici incontri. Soggetto degli itinerari di fede verso il matrimonio è la comunità cristiana, che attua così la sua opera di evangelizzazione. Pertanto i percorsi di fede verso il sacramento del matrimonio non possono essere delegati ad altri (cfr n. 26), in quanto costituiscono un impegno primario della Chiesa che, con la presenza e partecipazione dei suoi vari membri, esprime la varietà dei carismi, annuncia il Vangelo e si propone ai fidanzati nel concreto vissuto della loro esistenza. Proprio in questa occasione, talvolta essi fanno di nuovo, spesso dopo anni, l’esperienza della Chiesa che li cerca e li accoglie con premura. La proposta di percorsi di fede verso il sacramento del matrimonio incontra oggi le molteplici situazioni di vita dei destinatari dovute al lavoro, allo studio, alla maggiore mobilità, e richiede anche una formulazione nuova e duttile, che però non deve mai contraddire il carattere di percorso e negare, di fatto, la presenza e la soggettività della comunità cristiana.

Anche quando ci si avvale del contributo di esperti e di professionisti per affrontare alcune tematiche, è opportuno che il gruppo sia accompagnato nel cammino da una équipe fissa di animatori, costituita – come già detto – da un sacerdote, da coppie di sposi e da persone consacrate, in proporzione ragionevole rispetto al numero di coppie di fidanzati partecipanti. Questa sinergia tra diverse figure è importante: i fidanzati hanno così la possibilità di sperimentare dal vivo la complementarità e cordiale collaborazione tra i ministeri e i carismi con cui si edifica la Chiesa.

Rispetto ai metodi utilizzati per la conduzione degli incontri, l’esperienza evidenzia l’opportunità di creare momenti ricchi di confronto all’interno della coppia e fra le coppie partecipanti, che vedano il coinvolgimento dei fidanzati a partire dalla loro concreta situazione di vita, evitando le lezioni frontali. È molto apprezzato, e quindi consigliabile, il lavoro in piccoli gruppi, coordinati e stimolati dalle coppie di sposi dell’équipe. Si tratta in sostanza di costruire un clima nel quale i fidanzati si sentano protagonisti del loro cammino di formazione, in un contesto di relazioni interpersonali significative. Perché ciò si verifichi, sono necessarie alcune condizioni. Il primo passo è quello di accogliere i fidanzati con familiarità e amore, accettandoli come sono, amandoli senza giudicarli e accompagnandoli per un tratto di strada nello stile di Emmaus (cfr Lc 24,13-35): ascoltandoli, condividendo il loro cammino, partecipando alle loro emozioni e difficoltà, e aiutandoli a scoprire, con l’aiuto della parola di Dio, la profondità e la bellezza del mistero che stanno vivendo. L’ambiente in cui si svolgono gli incontri deve essere accogliente, familiare e mettere a proprio agio i fidanzati. Il numero delle coppie in ogni gruppo sia compatibile, oltre che con le risorse di animatori disponibili, con la possibilità di conoscere bene ogni persona e di ascoltare e di far intervenire tutti.

È auspicabile che tutti gli operatori, i sacerdoti, adeguatamente formati già dal seminario, le persone consacrate, gli sposi accompagnatori, siano sempre più preparati al ministero di accompagnamento dei fidanzati verso il matrimonio. Certamente può essere un buon inizio la formazione sul campo con l’affiancamento a persone già esperte, ma non è sufficiente. È necessario che vengano approntati percorsi formativi, con appositi sussidi, sia sui contenuti che sul metodo, a livello diocesano o regionale, e gli operatori siano stimolati e sostenuti, in tutte le forme necessarie, nell’impegno che questi percorsi comportano. Un’altra realtà, anch’essa riscontrabile nell’esperienza pastorale, è la grande varietà di sussidi utilizzati per l’articolazione dei corsi. Senza nulla togliere alla loro validità, l’enorme frammentazione riscontrata non giova certamente alla possibilità di offrire a tutti i fidanzati un percorso completo, equilibrato, coerente.

Se non pochi dei fidanzati che richiedono il sacramento del matrimonio sono da tempo distanti dalla pratica religiosa e dalla partecipazione attiva alla vita della comunità cristiana, non possiamo dimenticare che vi sono giovani che scelgono di sposarsi in chiesa con una chiara coscienza di fede, magari dopo cammini pluriennali all’interno della comunità. È bene che a loro siano offerte occasioni formative più approfondite e distese nel tempo, con cammini più prolungati e articolati, anche con la collaborazione delle aggregazioni laicali che, portando metodologie e carismi loro propri, da tempo collaborano efficacemente con la pastorale familiare diocesana. È da simili coppie che possono scaturire gli operatori della pastorale familiare di domani, e possono nascere le opportune iniziative di continuità, quali ad esempio i gruppi famiglia, per proseguire l’accompagnamento dei fidanzati dopo il matrimonio.

Oggi più che mai, occorre un profondo invito alla sobrietà nel vivere la preparazione dell’evento. La celebrazione delle nozze può diventare occasione per esprimere «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) con gesti di condivisione verso i poveri e per mostrare attenzione alle necessità della comunità parrocchiale. È auspicabile che ogni parrocchia, zona pastorale o diocesi, organizzi periodicamente, oltre al consueto itinerario di preparazione, con una cadenza legata al numero di matrimoni da celebrare nell’anno, un momento di ritiro spirituale o un incontro di preghiera per i futuri sposi, a cui possibilmente invitare le famiglie di origine e i testimoni delle nozze. Il cammino di preparazione alla celebrazione si concluderà con la segnalazione della nuova famiglia al parroco del luogo ove essa prenderà dimora, per favorirne l’inserimento nella nuova comunità parrocchiale. Riguardo al luogo della celebrazione, «il luogo normale delle nozze è la comunità della parrocchia nella quale i fidanzati sono inseriti e alla cui vita e missione prendono parte». Quanto poi al momento delle nozze, si ricordi quanto afferma il Direttorio di pastorale familiare: «per sottolineare la dimensione ecclesiale della celebrazione e il coinvolgimento dell'intera comunità parrocchiale, può essere talvolta opportuna una celebrazione del rito del matrimonio durante una delle messe di orario. Per gli stessi motivi sono normalmente da sconsigliare celebrazioni nuziali nel giorno di domenica in momenti diversi da quelli delle messe di orario. È comunque necessario che in ogni diocesi vengano precisati criteri e vengano offerte direttive al riguardo, onde favorire una prassi comune». Queste indicazioni relative alla celebrazione nel giorno del Signore e nella parrocchia vogliono superare una concezione privatistica del matrimonio, purtroppo molto diffusa.

Auspicando che l’intensa fase di discernimento abbia avuto buon esito, si esorta il parroco o, in accordo con lui, il sacerdote o il diacono che assisteranno al matrimonio, a promuovere uno o più incontri con i prossimi sposi per prepararli alla celebrazione liturgica delle nozze. In questo momento, tenendo conto delle varie situazioni di fede che si possono presentare, va valorizzata e spiegata ai fidanzati la bellezza della liturgia nuziale, aiutandoli a comprendere il significato di ogni gesto rituale e della preghiera della Chiesa, ad avvalersi della possibilità prevista dal Rito stesso di personalizzare alcune parti: potranno scegliere le letture bibliche, tra quelle proposte dal lezionario; preparare i canti e le preghiere; individuare persone adatte a cui affidare ministeri e compiti specifici. Si può anche invitare i fidanzati a rendersi animatori e promotori di una celebrazione viva e partecipata, ricordando la loro identità e il loro ruolo come ministri del sacramento. È opportuno poi aiutarli a far propri i criteri con cui può essere preparata e animata la celebrazione, tenendo presenti anche le indicazioni più concrete che a tal fine sono state predisposte nelle varie diocesi.

Il Rito del matrimonio, in questo particolare momento, si rivela uno strumento ricco e prezioso sotto il profilo teologico e per la sapienza umana. Gli stessi fidanzati sono chiamati a cogliere questa sorprendente densità già nel vivere la dimensione sponsale del proprio battesimo.

«Nell’esperienza pastorale italiana si verifica sempre di più il caso di coppie che, pur non avendo maturato un chiaro orientamento cristiano e non vivendo una piena appartenenza alla Chiesa, desiderano la celebrazione religiosa del Matrimonio, essendo battezzati e non rifiutando esplicitamente la fede»21. Il Rito, venendo incontro in particolare a queste situazioni, ha predisposto la possibilità della celebrazione del sacramento nella liturgia della Parola, per coloro che da tempo non frequentano la Messa, prevedendo al termine la consegna della Bibbia, nell’auspicio di incoraggiare un itinerario di riscoperta del battesimo in chiave sponsale.

La novità del Rito è, dunque, in tutte le sue varie forme, la sottolineatura della dimensione battesimale dei nubendi, e di conseguenza dell’importanza della comunità cristiana all’interno della quale il sacramento si celebra. Si consiglia quindi di agevolare la scelta e l’uso delle varie possibilità rituali, facendole approfondire alle coppie fin dall’inizio del percorso di preparazione al matrimonio, perché li possano gradualmente scoprire. La liturgia, e nello specifico la celebrazione del matrimonio con i suoi riti, attua con parole e gesti un evento di salvezza, e manifesta il significato profondo di ciò che gli sposi stanno vivendo e attuando. La storia della salvezza infatti è descritta dalla Bibbia come una storia d’amore tra Dio e il suo popolo, che culmina nelle nozze tra Cristo e la sua Chiesa, per la quale egli dona pienamente se stesso e che unisce a sé come suo corpo. Nei sacramenti, in particolare nella celebrazione della Messa e anche nel sacramento del matrimonio, si celebra la fedeltà del Signore con il suo popolo e gli sposi vengono associati a tale potenza d’amore. Il rito diviene così una “parola creativa”, rendendo gli sposi un’icona della sponsalità tra Cristo e la Chiesa e sacramento permanente del suo amore, di cui ormai sono soggetto attivi e protagonisti. Ecco la grande realtà del matrimonio e l’altissima vocazione degli sposi all’interno della comunità cristiana e della società: quella di rappresentare e rendere presente, attraverso l’amore sponsale, l’amore di Cristo per gli uomini e la fedeltà a lui della Chiesa.

La liturgia nuziale deve esprimere pienamente il significato ecclesiale del matrimonio attraverso uno stile celebrativo improntato a una gioiosa semplicità, che favorisca il coinvolgimento dell’intera comunità ecclesiale in cui gli sposi sono inseriti. A tale scopo, i fidanzati siano aiutati a cogliere la bellezza del rito e a vivere pienamente il loro ruolo di ministri del sacramento, e la comunità dei fedeli sia guidata a partecipare in modo consapevole alla liturgia nuziale, predisponendone accuratamente ogni aspetto.

Per consentire il cammino di preparazione, i fidanzati sono invitati a presentarsi al parroco, cui spetta procedere all’istruttoria e al cosiddetto esame prematrimoniale, possibilmente circa un anno prima della data prevista per le nozze. Il parroco a cui rivolgersi può essere uno dei due delle parrocchie di residenza dei nubendi, a loro discrezione. In questo primo colloquio è cura del sacerdote accogliere la richiesta di celebrazione del matrimonio cristiano, aiutando la coppia a chiarire le ragioni di tale scelta e invitandola a partecipare agli itinerari per i fidanzati programmati dalla parrocchia o dalla diocesi. Il parroco deve tener conto della diversa situazione spirituale dei singoli fidanzati, che richiede molte volte approcci differenziati, e favorire, sin da allora, anche forme personalizzate di riscoperta della fede, avvalendosi della collaborazione di famiglie che siano di riferimento per queste giovani coppie.

In questo colloquio, o in più colloqui, il parroco pone cura e attenzione nell’accompagnare i fidanzati a compiere una scelta libera e consapevole, che interpella non solo le loro convinzioni ideali e di fede, da riscoprire e rafforzare in occasione del matrimonio, ma anche tutte le dimensioni dell’intelletto e della volontà che necessitano di essere accolte con grande maturità, perché la chiamata al matrimonio sia il più possibile libera e consapevole, e così pienamente umana.

Il colloquio, come facilmente si intuisce, dovrebbe aiutare la persona a comunicare sinceramente i propri punti di vista e le proprie decisioni in ordine al matrimonio, manifestando in modo libero e autentico i contenuti del proprio progetto matrimoniale. Infatti, «il diritto a contrarre matrimonio – ha richiamato Benedetto XVI – presuppone che si possa e si intenda celebrarlo davvero, dunque nella verità della sua essenza così come è insegnata dalla Chiesa. Nessuno può vantare il diritto a una cerimonia nuziale. Lo ius connubii, infatti, si riferisce al diritto di celebrare un autentico matrimonio. Non si negherebbe, quindi, lo ius connubii laddove fosse evidente che non sussistono le premesse per il suo esercizio, se mancasse, cioè, palesemente la capacità richiesta per sposarsi, oppure la volontà si ponesse un obiettivo che è in contrasto con la realtà naturale del matrimonio»20. In questa fase, quindi, da parte dei pastori è opportuno l’esercizio di un sapiente discernimento, in un accompagnamento premuroso che si avvalga eventualmente di coppie mature e prudenti come collaboratori.

Il compito della Chiesa locale si esprime nell’educare progressivamente i fidanzati alla comprensione della fede nel sacramento, per condurli a prendere parte consapevolmente alla celebrazione nuziale, riconoscendo il significato dei gesti e dei testi. A tale scopo la comunità parrocchiale, sotto la guida del proprio parroco, ha il compito di formulare itinerari e iniziative per la preparazione al matrimonio, così da aiutare i fidanzati a porsi progressivamente nel mistero di Cristo, a servizio della Chiesa e del mondo.

Lo stesso Rito del matrimonio riconosce alla comunità un ruolo indispensabile e la invita a parteciparvi pienamente, impegnandosi anche ad aiutare i fidanzati a scoprire il valore del loro amore, sia per la comunità ecclesiale che per quella civile. Occorre quindi che la comunità cristiana riconosca che i fidanzati e gli sposi sono risorse preziose. Varrà quindi la pena cogliere ogni occasione per far sentire coinvolti tutti i fedeli a valorizzare la presenza sponsale all’interno della comunità.

L’esperienza di un cammino di preparazione alle nozze è occasione propizia di missionarietà, in quanto diventa per la coppia il momento favorevole per riscoprire una fede adulta, a seguito, per alcuni, di un prolungato vuoto di formazione cristiana; il percorso con altre coppie è anche un’opportunità straordinaria per fare esperienza ecclesiale. È importante quindi che essi incontrino una Chiesa accogliente, che si accosta con premura al loro progetto di vita e che è disponibile ad accompagnarli in una storia di amore umanamente e spiritualmente ricca, anche dopo le nozze.

Questa educazione della comunità ecclesiale va fatta utilizzando al meglio le tante occasioni che si vengono a presentare negli incontri e negli appuntamenti della parrocchia. Suggeriamo qui alcuni possibili segni concreti che, a discrezione della Chiesa locale e del singolo parroco, possono venire realizzati nel presentare ufficialmente i fidanzati all’assemblea liturgica durante il percorso di preparazione al matrimonio:

- inserire periodicamente una intenzione particolare nella preghiera dei fedeli;

- annunciare con gioia il fatto che una nuova famiglia stia venendo ad abitare in quel territorio;

- affidare pubblicamente il mandato agli sposi che durante l’anno accompagneranno i fidanzati nel percorso di preparazione;

- invitare caldamente a partecipare alla celebrazione di ogni matrimonio; a tale scopo è opportuno, almeno qualche volta, celebrare le nozze nell’Eucaristia domenicale.

La dimensione cristiana della famiglia non domanda soltanto un impegno di coerenza personale nella vita familiare e nella comunità cristiana, ma chiede anche di essere presente in modo attivo nella società civile e di contribuire al suo ordinato sviluppo. La famiglia cristiana, prima cellula della società, può e deve dare un suo originale contributo alla vita sociale anche in forma di intervento politico, attraverso le varie forme di vita associativa: «Le famiglie devono crescere nella coscienza di essere “protagoniste” della cosiddetta “politica familiare” ed assumersi la responsabilità di trasformare la società: diversamente le famiglie saranno le prime vittime di quei mali, che si sono limitate ad osservare con indifferenza».

In particolare la famiglia cristiana ha a cuore un’equa e giusta distribuzione dei beni e delle risorse tra le singole comunità e le generazioni. Allo stesso modo la società civile, per il principio di sussidiarietà, è chiamata a sostenere la famiglia fondata sul matrimonio con politiche familiari adeguate ed efficaci, che incoraggino i giovani fidanzati alla scelta sponsale. Si sta facendo sempre più strada la convinzione che il punto di partenza di un coraggioso rinnovamento sociale stia nel dedicare una speciale attenzione alla famiglia, per metterla in condizione di liberare la sua capacità generativa per la vita comunitaria.

Questa attenzione alle giovani coppie le condurrà a divenire soggetto attivo e fermento di comunione per l’intera comunità parrocchiale. La loro ministerialità sponsale, unita al ministero comunionale dei sacerdoti, potrà costituire una sorgente di fecondità educativa per la vita della parrocchia.

C’è infatti una custodia e una stima reciproca da sollecitare fra sposi e presbiteri. Non si tratta solo, da parte dei sacerdoti, di aver cura delle giovani famiglie, ma di ricevere da loro stesse luce per la propria identità sacerdotale e nuovi impulsi per un’incisiva laboriosità pastorale. È infatti particolarmente preziosa una coppia di coniugi che, in modo efficace, collabora con il presbitero diventando essa stessa soggetto di evangelizzazione, così da affiancarsi a lui come catechisti ed educatori nei gruppi giovanili o animatori della Caritas parrocchiale.

Così, dopo un cammino di formazione adeguata, i giovani sposi, vicino ai loro presbiteri, potranno approfondire sempre più il mistero del sacramento (cfr Ef 5,32), consapevoli che «la famiglia è luogo privilegiato di educazione umana e cristiana e rimane, per questa finalità, la migliore alleata del ministero sacerdotale; essa è un dono prezioso per l’edificazione della comunità».

Diviene quindi fondamentale creare, dove è possibile, sinergie e feconde alleanze educative con quanti possano fornire conoscenze e metodologie (consultori, associazioni, istituti e scuole di formazione) o costituiscano luoghi di incontro e di frequentazione (asili nido, scuole dell’infanzia, agenzie per il tempo libero) per elaborare progetti, in una chiara antropologia cristiana. Si pensi, ad esempio, alle iniziative, in molti casi già in atto, che cercano di creare occasioni di approfondimento su tematiche che riguardano la coppia, agli interventi di sostegno alla genitorialità attivate dai consultori diocesani, agli incontri legati alla pastorale pre e post-battesimale, alle occasioni di riflessione sul dono della vita durante il periodo della gravidanza.

Occorre sempre più costituire un collegamento fra la preparazione al matrimonio, i primi passi della vita di coppia e l’iniziazione cristiana attraverso significativi progetti di accompagnamento. La comunità cristiana può allora proporsi come una rete di famiglie in grado di custodire un patrimonio ricco di esperienza che affonda le radici nella tradizione viva del magistero della Chiesa. In questo modo possono essere offerte iniziative e percorsi che favoriscano questo scambio di stimoli ed esperienze fra famiglie, per sostenere la crescita della coppia nelle fasi più critiche dei suoi passaggi evolutivi. «La famiglia va amata, sostenuta e resa protagonista attiva dell’educazione non solo per i figli, ma per l’intera comunità… Corroborate da specifici itinerari di spiritualità, le famiglie devono a loro volta aiutare la parrocchia a diventare famiglia di famiglie».

Le forme di accompagnamento che possono emergere dalla creatività ed esperienza delle diverse realtà pastorali sono molte e variegate. Ad esempio, quella di creare occasioni di dialogo in coppia, fornire metodologie per migliorare la comunicazione, intrecciare relazioni di amicizia con altre coppie, proporre incontri per imparare a pregare e a confrontarsi con la parola di Dio attraverso la Sacra Scrittura, suggerire luoghi o persone che possono offrire un ascolto attento e qualificato in momenti di difficoltà, favorire l’incontro con presbiteri e coppie più mature che sappiano porsi accanto e offrire uno sguardo di fede sulle esperienze quotidiane, ritiri o forme di esercizi spirituali per le famiglie.

Attraverso queste modalità, la comunità cristiana può esprimere il suo desiderio di farsi carico della fragilità e della complessità del vivere la relazione coniugale, offrendo sostegno e accoglienza, stimolando una riflessione consapevole sul valore del sacramento del matrimonio e della famiglia, lasciandosi interpellare dalla novità che nasce dall’incontro con le coppie che incontra.

È necessario, in primo luogo, distinguere le situazioni in cui la giovane coppia di sposi in qualche modo si rivolge alla comunità cristiana per presentare una richiesta, come la celebrazione del battesimo del proprio figlio, da quelle in cui si trova occasionalmente a incrociare gli eventi della Chiesa locale.

Nel primo caso, al di là delle motivazioni più varie che sottendono la domanda, si tratta di momenti privilegiati di incontro, in cui la comunità cristiana e, in particolare, gli operatori coinvolti (presbitero, animatori, catechisti, coppie che frequentano la parrocchia) sono chiamati ad ascoltare non solo la richiesta, ma le singole persone e la coppia con tutto il carico delle storie e delle esperienze che li precedono. Il primo compito di una comunità cristiana è l’accoglienza nelle parole, nei gesti, nelle modalità e nei percorsi più o meno articolati che propone.

Un secondo obiettivo può delinearsi nella possibilità di un sostegno alla coppia nel vivere la quotidianità della vita familiare e un percorso di crescita spirituale che illumini e aiuti a vivere l’attesa e la nascita del figlio e il compito educativo o, in altri casi, eventuali problemi di fertilità. Proprio in questo periodo, di solito, crescono le difficoltà nel conciliare le esigenze della coppia sponsale con i ritmi di vita e di lavoro, il rapporto con gli amici, la relazione con le famiglie d’origine. È quindi necessario proporre itinerari per giovani sposi e iniziative che possano illuminare queste dimensioni, risvegliando la fede e favorendo l’avvicinamento e l’appartenenza alla comunità ecclesiale, nelle sue varie forme. In tal senso sono una preziosa risorsa le coppie e i sacerdoti che hanno curato la loro preparazione al matrimonio e che, con relazioni umane significative, possono fungere da ponte per custodire il legame dei giovani coniugi con la propria comunità parrocchiale.

Infatti, «la famiglia stessa è il grande mistero di Dio. Come “chiesa domestica”, essa è la sposa di Cristo. La Chiesa universale, e in essa ogni Chiesa particolare, si rivela più immediatamente come sposa di Cristo nella “chiesa domestica” e nell’amore in essa vissuto: amore coniugale, amore paterno e materno, amore fraterno, amore di una comunità di persone e di generazioni»55. Questo itinerario di scoperta della bellezza dell’amore sponsale e familiare va dunque sostenuto, investendo le migliori energie, attraverso operatori pastorali competenti e appassionati, esperti di umanità e testimoni di una fede feconda. Sarà quindi necessario, nei prossimi anni, investire maggiori risorse nella loro formazione, con percorsi qualificati e opportuni.

I primi anni di matrimonio sono spesso i più bisognosi di cura e di un autentico accompagnamento. «Perché la famiglia divenga sempre più una vera comunità di amore, è necessario che tutti i suoi membri siano aiutati e formati alle loro responsabilità di fronte ai nuovi problemi che si presentano, al servizio reciproco, alla compartecipazione attiva alla vita di famiglia. Ciò vale soprattutto per le giovani famiglie, le quali, trovandosi in un contesto di nuovi valori e di nuove responsabilità, sono più esposte, specialmente nei primi anni di matrimonio, ad eventuali difficoltà, come quelle create dall’adattamento alla vita in comune o dalla nascita di figli».

Questo percorso implica diverse sfide: la costruzione e il consolidamento dell’identità individuale, del legame affettivo di coppia e la responsabilità di diventare genitori. Nell’affrontare il tema dell’accompagnamento in questa fase, è importante riflettere sugli atteggiamenti che la comunità cristiana può assumere di fronte a tutto ciò. Occorre, infatti, promuovere una comprensione sempre più approfondita di queste sfide, che permetta uno sguardo di apertura e possa associare alla definizione di “giovane coppia” non solo gli aspetti di inesperienza, fragilità, incertezza che più spesso emergono, ma anche la novità, l’entusiasmo e la vivacità che questo termine include.

La sofferenza, nel cammino della vita, si presenta in molti modi: nella malattia del coniuge, nella salute fragile dei figli, nella vecchiaia dei genitori, nell’esperienza drammatica della disabilità, nell’incomprensione e nell’isolamento, nel tradimento e nell’abbandono, nel fallimento educativo e nell’esperienza precoce della morte di un proprio caro. Anche la crisi fa parte del cammino sofferto della coppia. Essa si presenta, sovente, come fisiologica nei passaggi propri della vita coniugale, talvolta assume il carattere della sorpresa o può essere causata da scelte e atteggiamenti colpevoli. Crisi non è sinonimo di morte, ma di un passaggio delicato che richiede giudizio, preghiera, aiuto per evolvere in una situazione risanata e migliore.

Senza guastare l’incanto del sogno dei fidanzati rispetto al loro futuro, è importante aiutarli ad affrontare con realismo la vita, che presenta nodi critici, confidando sempre nell’aiuto di Dio, che non abbandona la famiglia nel momento della prova, ma è vicino con un supplemento di amore. Condividere la sofferenza di altri e vivere con fede le fatiche e le sofferenze della propria famiglia può rendere più solido l’amore e generoso il servizio agli altri.

Per affrontare questa tematica così delicata potrebbe essere significativa la testimonianza, nei percorsi per i fidanzati, di persone di fede che fanno esperienza di vedovanza, di separazione o che hanno affrontato situazioni difficili.

La sequela di Gesù comprende anche il rapporto con i beni materiali di cui, insegna il Vangelo, è lecito usare, perché sono un dono di Dio, ma verso i quali è necessario mantenere un sano distacco, che si traduce in una grande libertà di fronte a ciò che ci appartiene. Questo equilibrio deve essere ricercato anche nella conduzione della famiglia: le persone sono più importanti delle cose che si possiedono, le relazioni umane un bene che contribuisce alla felicità molto più della ricchezza materiale. Gesù così esorta i suoi discepoli: «Non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?» (Mt 6,25). Questo non significa certo non procurarsi ciò di cui vivere, ma è un invito ad affidarsi alla Provvidenza e a non assolutizzare i beni terreni. Il contesto odierno ci pone davanti a due fenomeni contrastanti: un consumismo dilagante, che fa del possesso dei beni il parametro della felicità umana, e d’altra parte la crisi economica, che riduce fortemente la disponibilità finanziaria di molti. Ciò dovrà spingere chi ha di più ad atteggiamenti di sobrietà e condivisione, e ispirare in chi ha meno sentimenti di fiducia e valorizzazione dell’essenziale. La sobrietà che porta la solidarietà verso i poveri deve manifestarsi già nella celebrazione delle nozze e nella festa nuziale.

La vita cristiana di una coppia si manifesta soprattutto nella dimensione della fecondità. Il matrimonio e l’amore coniugale infatti sono ordinati, per loro natura, alla generazione ed educazione dei figli, che sono il «preziosissimo dono del matrimonio e contribuiscono pure al bene dei coniugi». Quando diciamo fecondità, non intendiamo soltanto la fertilità biologica; la fecondità si può esprimere pienamente anche nell’infertilità biologica. Infatti, «la fecondità dell’amore coniugale non si restringe alla sola procreazione dei figli…, si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo». Quando diciamo fecondità, quindi, vogliamo comprendere anche quel modo straordinariamente ricco di generare alla vita che è l’educazione.

Non si può negare che sia molto diffusa tra i giovani che si sposano una mentalità che vede il figlio come rivale della felicità di coppia oppure, in altri casi, un ingrediente assoluto e indispensabile per il proprio benessere. Va invece proposta una visione dell’amore che comprenda la generosa e responsabile apertura alla vita come una sua dimensione imprescindibile, che si concretizza nella generazione e nell’educazione, o nell’affido e nell’adozione, e nel divenire in tanti modi ricchezza per la comunità.

Nel contesto della procreazione, va proposto ai fidanzati che si preparano al matrimonio il valore dei metodi naturali di regolazione della fertilità, come lo strumento per esprimere la responsabilità e la generosità procreativa, nel pieno rispetto dell’integrità dell’atto coniugale, perché aiutano gli sposi a vivere la loro sessualità nel rispetto e nell’accoglienza totale dell’altro. Se non sempre deve generare la vita, nella sua stessa essenza l’atto coniugale vede congiunte la dimensione unitiva della coppia e quella procreativa che, se forzatamente separate, ne minano l’integrità e la possibilità di realizzazione piena dell’unità tra i coniugi. Nel far conoscere i metodi naturali, si incentivi la collaborazione con i Centri di regolazione naturale della fertilità.

Fa parte di una sana spiritualità coniugale e familiare l’impegno a non lasciare che gli affanni familiari e la fatica, o altri fattori esterni come la televisione e i media, tolgano spazio al dialogo della coppia e la conducano all’aridità comunicativa. Il tema del dialogo è fortemente presente oggi nell’accompagnamento dei fidanzati e degli sposi. Nella fase dell’innamoramento i fidanzati danno enfasi al dialogo, riducendolo spesso a un parlare spontaneo di cose piacevoli e condivise, evitando gli argomenti che non trovano sintonia e provocano conflitto. La coppia che nasce dal sacramento non è esente allora dal rischio dell’impoverimento del dialogo e dalle fatiche dell’incomprensione.

La fede può mantenere vivo uno sguardo profondo che sappia cogliere nella persona amata quella ricchezza umana e spirituale che le debolezze e le fragilità tendono a nascondere. È fondamentale trovare il tempo per fermarsi e parlare insieme, sedersi l’uno davanti all’altro per un sereno dialogo, che può essere favorito e accompagnato dalla preghiera comune mediante l’invocazione allo Spirito Santo, la lettura della Sacra Scrittura o la liturgia delle ore. Le differenze personali dovute al maschile e al femminile, al modo diverso di gestire emozioni e sentimenti, alla propria storia, dovranno divenire non motivo di distanza, ma occasioni privilegiate per alimentare il dialogo e la scoperta delle proprie risorse.

Così San Paolo scrive ai cristiani di Roma: «Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). La relazione di coppia, oltre ai sentimenti e al dialogo spirituale, coinvolge tutta la persona anche nella sua dimensione corporale e sessuale. La dimensione della sessualità va quindi inserita nel più ampio contesto della comunicazione tra due persone responsabili di se stesse e del valore sociale e morale delle loro azioni. La relazione sessuale cresce insieme ai linguaggi della corporeità e s’impoverisce quando questi diventano avari, rarefatti, bloccati, funzionali. Al contrario, e in particolare nell’odierno clima di banalizzazione della sessualità, è più che mai necessario comprendere la bellezza di una relazione sponsale vissuta nell’unità delle sue varie dimensioni, non come momento isolato ma vertice e sintesi della vita della coppia.

In forza del sacramento del matrimonio, i coniugi sono rafforzati nell’amore reciproco e diventano ministri della grazia per la propria famiglia e per la comunità cristiana. Essi ricevono «la missione di custodire, rivelare e comunicare l’amore, quale riflesso vivo, e reale partecipazione dell’amore di Dio per l’umanità e dell’amore di Cristo Signore per la Chiesa sua Sposa». Sono «ministri di santificazione nella famiglia», ministri della vita e dell’educazione dei figli. «Deve crescere la consapevolezza di una ministerialità che scaturisce dal sacramento del matrimonio e chiama l’uomo e la donna a essere segno dell’amore di Dio che si prende cura di ogni suo figlio». La fecondità del loro amore – sempre assicurata anche ai coniugi che non possono fisicamente generare – diventa anche seme di fraternità, di solidarietà e di comunione nella comunità cristiana e nella società civile. I coniugi ricevono inoltre dal sacramento un ministero particolare per la edificazione della Chiesa, in comunione e sinergia con il ministero dei presbiteri: «l’Ordine e il Matrimonio sono ordinati alla salvezza altrui; se contribuiscono alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio agli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa, servono all’edificazione del popolo di Dio».

La ministerialità sponsale e quella presbiterale hanno radice nell’unico battesimo, sorgente di ambedue le vocazioni, e si differenziano per i diversi doni dello Spirito conferiti nei rispettivi sacramenti. Nell’unità dello Spirito, fra presbiteri e sposi possono così nascere una cordiale amicizia e una relazione feconda volta anche a un’efficace missione pastorale, oggi particolarmente richiesta. Anche verso la più ampia collettività civile, gli sposi sono rivestiti di un compito proprio che, compreso nel ministero della vita e dell’educazione, si attua nella trasmissione di quell’insieme di valori che innestano nella società l’anima della comunione familiare. Si tratta di un servizio necessario e oggi particolarmente urgente, che deve trovare nella società non solo un doveroso ringraziamento, ma anche forme concrete di tutela e di sostegno per le famiglie dalle quali è composta.

Il battesimo, del quale si fa memoria all’inizio della celebrazione del matrimonio, fonda l’universale chiamata alla santità nella Chiesa, che comprende anche gli sposi e le famiglie. «Modellata e ispirata all’amore di Gesù Cristo, la vita coniugale appare una tipica espressione della vita cristiana, cioè una vera via di imitazione di Cristo Gesù». La via specifica di santità degli sposi è data dal sacramento del matrimonio, che è «fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana». La preghiera, la parola di Dio, l’Eucaristia e i sacramenti sono pertanto vissuti e celebrati nella forma propria della coppia sponsale, nata dal matrimonio, e dalla famiglia, chiesa domestica. La spiritualità coniugale e familiare comprende così tutta la loro vita, si caratterizza per le espressioni tipiche della relazione nuziale e parentale e, in particolare, dall’amore coniugale, che è pienamente umano, unico, fedele e fecondo. La vita a due, il legame affettivo e la vita sessuale tra i coniugi, il mutuo aiuto «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», il servizio responsabile nella Chiesa e nella società, la partecipazione ai sacramenti e la vita di preghiera sono ingredienti essenziali della spiritualità degli sposi cristiani, che si allarga agli altri componenti della famiglia nelle dinamiche proprie del rapporto tra le generazioni, della trasmissione della vita e dell’educazione dei figli, comprendendo l’educazione alla fede e l’accompagnamento per il discernimento della loro vocazione. Gli sposi sono dunque chiamati a divenire santi «seguendo la loro propria via»43; il loro cammino si nutre così di una spiritualità propria e originale, che accoglie, nella dimensione nuziale, la condizione laicale che annuncia nel mondo, nella vita quotidiana, il regno di Dio.

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pdf buttonDocumento Commissione Episcopale sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia

Educare all’amore e accompagnare nel percorso del fidanzamento sembrano,oggi, imprese particolarmente difficili, per alcuni, addirittura, improponibili, ritenendo che i mutamenti culturali e sociali siano tali da mettere radicalmente in discussione l’esistenza stessa dell’istituto del matrimonio. Su questa linea perde valore la condizione del fidanzamento a favore di ormai diffuse forme di convivenza, prematrimoniali o permanentio almeno“finché ci vogliamo bene”. Anche il percorso di educazione all’amore pare seguire questa deriva, a tutto vantaggio della pretesa di una neutra informazione che assicuri un esercizio della sessualità privo di rischi per sé e per gli altri.

La comunità cristiana conosce bene queste posizioni e le scelte che n ederivano,ma riconosce ancor più e ribadisce il valore e la fiducia nella persona umana come essere educabile all’amore totale,unico,fedele e fecondo,come è l’amore degli sposi, attraverso un percorso progressivo e coinvolgente. Crede,infatti, che la radice dell’amore sia in Dio uno e trino e il suo compimento sia in Cristo,morto e risorto,che dona la sua vita per l’umanità. Crede che questo amore abiti ogni essere umano, che ancora oggi lo ricerca per una vita buona e felice.

La comunità cristiana, per questo, non si stanca di riproporlo ai ragazzi e ai giovani, convinta che le ombre del presente non siano tali da oscurare il loro futuro e che ancora siano attratti dalla luce che promana dall’amore vero.

Ecco, allora, questo testo che, proprio credendo alla possibilità di educare e crescere nell’amore, definisce linee rinnovate per i percorsi verso il matrimonio, chiarisce punti delicati,riconferma il valore del fidanzamento come tempo necessario e privilegiato per conoscersi tra innamorati, per compiere passi importanti e per accogliersi come dono reciproco, se questo è nel pensiero di Dio.