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VERSO LA CELEBRAZIONE DELLE NOZZE

Nel corso degli ultimi decenni è aumentata la consistenza numerica dei matrimoni in cui una parte è cattolica e l’altra parte, pur essendo battezzata, non è cattolica, oppure non è battezzata. Tale situazione richiede una peculiare attenzione pastorale, sia nella preparazione al matrimonio sia nell’accompagnamento delle famiglie dopo la celebrazione delle nozze. Infatti, spesso si è in presenza di differenze nella concezione del matrimonio, della vita coniugale, dell’educazione dei figli, dei rapporti all’interno della famiglia, che richiedono un chiarimento e un confronto costruttivo, nel rispetto delle legittime diversità ma non facendo venire meno l’essenziale per una valida e fruttuosa celebrazione del matrimonio.

Per un corretto accompagnamento, è necessario distinguere il matrimonio celebrato tra due battezzati, di cui uno cattolico, da quello celebrato tra un cattolico e un non battezzato. Il matrimonio tra un cattolico e un battezzato non cattolico si radica nel comune battesimo e nel dinamismo della grazia, che «forniscono agli sposi… la base e la motivazione per esprimere la loro unità nella sfera dei valori morali e spirituali». Questo, tuttavia, non può far dimenticare le differenze esistenti: nel periodo del fidanzamento è facile che queste differenze vengano sminuite, ritenendo che l’armonia nella vita di coppia e l’amore vi possano supplire. È quindi essenziale, da parte di coloro che accompagnano queste coppie, aiutarle a comprendere l’importanza di eventuali difficoltà, cercando soluzioni condivise, in una prospettiva dialogante e percependo sempre la vicinanza della comunità cristiana: «nell’apposita preparazione a questo tipo di matrimonio deve essere compiuto ogni ragionevole sforzo per far ben comprendere la dottrina cattolica sulle qualità ed esigenze del matrimonio, come pure per assicurarsi che in futuro non abbiano a verificarsi le pressioni e gli ostacoli» che impediscono la libera manifestazione della propria fede, pur nella fatica della differenza religiosa.

In tale orizzonte si comprende pienamente il significato della normativa canonica, che prevede per la celebrazione di tali matrimoni la licenza dell’Ordinario del luogo (cfr can. 1124). A tale scopo è opportuno invitare i fidanzati a instaurare per tempo un confronto con il parroco della parte cattolica. In tal modo gli adempimenti canonici non vengono visti come formalità o pratiche da sbrigare, bensì come un ulteriore aiuto ad approfondire la loro situazione personale e di coppia, e a maturare scelte sempre più condivise. Particolare importanza assume la dichiarazione della parte cattolica con la quale si dichiara pronta ad allontanare tutti i pericoli di abbandonare la fede cattolica e promette di fare quanto è in suo potere perché i figli siano educati nella Chiesa cattolica; di tali impegni deve essere informata e consenziente l’altra parte. In tale contesto non va dimenticato che spesso la parte non cattolica è tenuta ad impegni analoghi verso la sua comunità religiosa di appartenenza.

Anche la scelta della celebrazione del matrimonio richiede particolare attenzione. Infatti, per la celebrazione del matrimonio si richiede di osservare la forma canonica, secondo le indicazioni previste nel Rito del matrimonio31, facendo quindi riferimento al rito della celebrazione del matrimonio nella liturgia della Parola32, salva diversa valutazione della circostanza. Tale requisito incide nella validità stessa della celebrazione, salvo in caso di matrimonio con una parte non cattolica di rito orientale, in cui la forma canonica è richiesta per la liceità (cfr can. 1127 §1). In presenza di particolari e motivate difficoltà, l’Ordinario del luogo della parte cattolica ha il diritto di dispensare da tale forma33, evitando in ogni caso una duplice celebrazione religiosa o il rinnovo del consenso (cfr can. 1127 §3).

L’accompagnamento e il sostegno, visibile nella preparazione al matrimonio, richiedono di continuare nel periodo successivo la celebrazione: con l’appoggio della comunità cristiana, la parte cattolica può essere fortificata nella sua fede e aiutata a maturare positivamente nella comprensione e nella pratica della fede, per diventare testimone credibile in seno alla famiglia, attraverso la sua vita e la qualità dell’amore dimostrati all’altro coniuge e ai figli.

Un’attenzione ancora maggiore si richiede qualora la parte cattolica intenda unirsi in matrimonio con una parte non battezzata. Sussiste in questi casi un impedimento alla celebrazione del matrimonio (cfr can. 1086), per cui esso può essere celebrato validamente solo con la dispensa. Infatti, notevoli possono essere le differenze circa la visione del matrimonio e della vita familiare, con una maggiore difficoltà a coltivare e testimoniare la propria fede e a educare cristianamente i figli. Per questo, nel cammino di preparazione di tali coppie al matrimonio, è importante aiutarli a cogliere le differenze esistenti, confrontandosi sugli elementi essenziali e concordando su quanto si richiede per una valida celebrazione del matrimonio. È evidente che in tale accompagnamento si richiede una conoscenza basilare della religione non cristiana cui appartiene il coniuge non battezzato, ispirata ai principi conciliari e del dialogo interreligioso e alla dignità della persona umana. Anche qualora tale persona non professi alcuna religione, come per il matrimonio tra un cattolico e un battezzato non cattolico, è opportuno che, nel cammino di preparazione alle nozze, si tenga presente quanto richiesto dalla normativa canonica. Infatti, per poter far richiesta di dispensa dall’impedimento, è necessaria la dichiarazione della parte cattolica di essere pronta ad allontanare i pericoli di abbandonare la fede e la promessa di fare quanto in suo potere per educare cristianamente i figli (cfr cann. 1125-1126). Per la celebrazione del matrimonio, si richiede inoltre di osservare la forma canonica (cfr can. 1117), usando il rito apposito36, salvo dispensa dalla forma canonica.

Talvolta, in ambito non ecclesiale, si propongono incontri e corsi di formazione per coppie di fidanzati o conviventi; sono promossi da associazioni o organi amministrativi locali, e non è rara la richiesta di collaborazione rivolta a credenti e ad associazioni ecclesiali. Al riguardo, occorre valutare con molta attenzione la concezione di persona e di matrimonio sottesa, e rispondere con prudenza. Non mancano inoltre associazioni di ispirazione ecclesiale, o addirittura uffici diocesani per la pastorale della famiglia, che propongono, al di fuori degli ambienti ecclesiali, cicli di conferenze sui temi propri della preparazione al matrimonio, con il fine di favorirne la conoscenza e di aiutare un maggior numero di persone. È benemerito lo spirito missionario che li anima, ed è da considerare positivamente la proposta di tali temi e il dialogo che si attua, tenendo però ben presente la differenza rispetto ai percorsi di fede verso il sacramento del matrimonio, che pertanto non sono da questi sostituiti.

Sempre più, in questi ultimi decenni, assistiamo anche al moltiplicarsi della richiesta del sacramento del matrimonio da parte di chi vive già, talvolta da anni e con la presenza di figli, un matrimonio civile. La comunità cristiana è chiamata ad accoglierli con riguardo e attenzione, riservando loro un cammino di preparazione attraverso un accompagnamento alla fede e al dono della grazia sponsale. Infatti il sacramento del matrimonio produce in loro una novità di vita che deve essere scoperta e vissuta proprio nel momento della sua preparazione. A tal riguardo si possono presentare situazioni in cui uno o entrambi i nubendi chiedano il sacramento della confermazione. Questa, che apparentemente sembrerebbe una difficoltà, può divenire una risorsa, quando la coppia dei fidanzati può essere accompagnata, gradualmente, a una riscoperta del proprio battesimo in vista del dono dello Spirito da ricevere. È bene per i battezzati sposati civilmente o conviventi promuovere nella preparazione al matrimonio un cammino di fede che preveda la celebrazione della confermazione dopo la celebrazione delle nozze26. Essa costituisce una preziosa opportunità di crescita per la coppia e per la famiglia.

Vi potrà essere anche la richiesta di far battezzare i figli nati da quell’unione civile; anzi, talora tale richiesta precede quella di celebrare il matrimonio o diventa occasione per avviare un percorso di maturazione verso di esso. L’accompagnamento di coppie di sposi può essere importante per prepararsi al battesimo, consentendo di fare esperienza della chiesa domestica che hanno formato celebrando il sacramento del matrimonio. In ogni caso, non si inserisca il battesimo dei figli nella stessa celebrazione delle nozze.

Oggi molte coppie si presentano a chiedere il matrimonio cristiano e a compiere il cammino di preparazione in una condizione di convivenza. È una situazione che richiede un’ulteriore riflessione, per assumere un criterio pastorale unitario e appropriato. Se da una parte dobbiamo accompagnare per tutto il tempo possibile le coppie già conviventi che chiedono il matrimonio cristiano, perché comprendano la realtà del sacramento che chiedono e si rafforzino nell’amore, dall’altra non possiamo rassegnarci a un generale senso di impotenza di fronte al dilagare di un fenomeno che coinvolge sempre più persone verso le quali la comunità cristiana deve sviluppare una prudente attenzione pastorale.

Assistiamo infatti a una specie di “paralisi del desiderio”: quasi che i grandi desideri restino come paralizzati senza riuscire a formulare un vero progetto di vita. Difficilmente si va a convivere avendo un progetto. Talvolta è una decisione determinata dalle circostanze, presa perché intimoriti dalle difficoltà. In altri casi non è una vera scelta, ma si è mossi da un’abitudine acquisita nel frequentarsi. Si cede talvolta alle distanze date dalla mobilità lavorativa o alla sensazione di inadeguatezza nel vivere ancora in casa con i propri genitori, nella fatica di trovarsi adulti, ma praticamente incapaci di compiere un passo decisivo. La paura prende quindi il sopravvento sul desiderio. Da una parte si vorrebbe condividere la vita con la persona che si ama, dall’altra si ha paura di legarsi in modo definitivo.

Come ci ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, «l’indissolubilità, prima che una condizione, è un dono che va desiderato, chiesto e vissuto, oltre ogni mutevole situazione umana. Non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro. Bruciare le tappe finisce per bruciare l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile»25. Ancora appare opportuno intensificare la comunione in un progetto che veda coinvolta la pastorale familiare, giovanile, catechistica, per analizzare il fenomeno e trovare nuove forme di iniziative comuni.

Quando una coppia si presenta agli incontri di gruppo dove si propone un cammino educativo e di fede, occorre un attento discernimento da parte del presbitero e dei suoi collaboratori per dare loro un aiuto adeguato. Accanto a quella comunitaria è necessario offrire un’accoglienza specifica, con dialoghi individuali finalizzati a costruire percorsi di fede personalizzati attenti alla coppia e alla persona. Una persona che si dichiara non credente o poco credente, ma che accetta e rispetta il suo partner per la fede che ha, non va lasciata nella condizione iniziale: è proprio l’amore umano che apre al dialogo e alla comprensione dell’altro e della sua fede. Spesso i non credenti pongono interrogativi fondamentali, che hanno radice nel mistero dell’uomo, che non sono scontati anche per i credenti: la loro posizione, se non è pregiudiziale, li apre ad una ricerca che aiuta il proprio partner e il gruppo stesso. Da questo deriva l’importanza dell’ascolto e del dialogo, da parte del presbitero o della coppia animatrice, per far sentire ciascuno accolto e messo a proprio agio. A partire da qui, facendosi compagni di cammino della coppia, si può iniziare una pre-evangelizzazione e poi una vera evangelizzazione, illuminando la riscoperta della fede.

Ogni autentico cammino ecclesiale porta in sé molteplici dimensioni: è cammino in una comunità e in un gruppo, è cammino di coppia e comporta una crescita personale. Queste caratteristiche si intrecciano tra loro e solo così risulteranno formative e condurranno ad una fede adulta.

Importante è ripensare e offrire itinerari di tipo catecumenale, nello spirito e nei contenuti, che accompagnino alla presa di coscienza e riscoperta della vocazione battesimale in chiave sponsale. Un itinerario siffatto, nella partecipazione alla vita della comunità cristiana, sostiene la coppia nel maturare, nella riscoperta di Cristo e della Chiesa, l’incontro con il Dio vivente.

Proprio partendo da un religioso ascolto del vissuto di questi fratelli e sorelle cercatori di Dio «affiora la risposta: la preghiera, la Parola di Dio, i sacramenti, il servizio, l’attesa della casa futura, sono le esperienze concrete in cui è possibile incontrare il Dio di Gesù Cristo»24 e maturare una risposta libera e consapevole alla chiamata al matrimonio e alla famiglia.

Con l’aumento del numero di queste situazioni differenziate nella comunità cristiana, si rende sempre più necessario formare e incrementare il numero di operatori pastorali che affianchino i presbiteri e che si assumano per vocazione questo servizio di accompagnatori, educatori e testimoni della bellezza della vocazione sponsale e familiare cristianamente vissuta.

Abbiamo già sottolineato l’opportunità che il percorso di preparazione al matrimonio non sia compiuto negli ultimi mesi prima della celebrazione, ma venga anticipato almeno di un anno, affinché possa incidere in modo significativo sul progetto di vita della coppia, fino a rendere possibile anche una decisione diversa rispetto alle nozze, una volta comprese le caratteristiche del matrimonio cristiano. Il numero degli incontri deve permettere di affrontare almeno i temi essenziali del matrimonio cristiano e della relazione di coppia. Un approccio equilibrato e realistico suggerisce di impostare i percorsi su un numero di circa dodici incontri. Soggetto degli itinerari di fede verso il matrimonio è la comunità cristiana, che attua così la sua opera di evangelizzazione. Pertanto i percorsi di fede verso il sacramento del matrimonio non possono essere delegati ad altri (cfr n. 26), in quanto costituiscono un impegno primario della Chiesa che, con la presenza e partecipazione dei suoi vari membri, esprime la varietà dei carismi, annuncia il Vangelo e si propone ai fidanzati nel concreto vissuto della loro esistenza. Proprio in questa occasione, talvolta essi fanno di nuovo, spesso dopo anni, l’esperienza della Chiesa che li cerca e li accoglie con premura. La proposta di percorsi di fede verso il sacramento del matrimonio incontra oggi le molteplici situazioni di vita dei destinatari dovute al lavoro, allo studio, alla maggiore mobilità, e richiede anche una formulazione nuova e duttile, che però non deve mai contraddire il carattere di percorso e negare, di fatto, la presenza e la soggettività della comunità cristiana.

Anche quando ci si avvale del contributo di esperti e di professionisti per affrontare alcune tematiche, è opportuno che il gruppo sia accompagnato nel cammino da una équipe fissa di animatori, costituita – come già detto – da un sacerdote, da coppie di sposi e da persone consacrate, in proporzione ragionevole rispetto al numero di coppie di fidanzati partecipanti. Questa sinergia tra diverse figure è importante: i fidanzati hanno così la possibilità di sperimentare dal vivo la complementarità e cordiale collaborazione tra i ministeri e i carismi con cui si edifica la Chiesa.

Rispetto ai metodi utilizzati per la conduzione degli incontri, l’esperienza evidenzia l’opportunità di creare momenti ricchi di confronto all’interno della coppia e fra le coppie partecipanti, che vedano il coinvolgimento dei fidanzati a partire dalla loro concreta situazione di vita, evitando le lezioni frontali. È molto apprezzato, e quindi consigliabile, il lavoro in piccoli gruppi, coordinati e stimolati dalle coppie di sposi dell’équipe. Si tratta in sostanza di costruire un clima nel quale i fidanzati si sentano protagonisti del loro cammino di formazione, in un contesto di relazioni interpersonali significative. Perché ciò si verifichi, sono necessarie alcune condizioni. Il primo passo è quello di accogliere i fidanzati con familiarità e amore, accettandoli come sono, amandoli senza giudicarli e accompagnandoli per un tratto di strada nello stile di Emmaus (cfr Lc 24,13-35): ascoltandoli, condividendo il loro cammino, partecipando alle loro emozioni e difficoltà, e aiutandoli a scoprire, con l’aiuto della parola di Dio, la profondità e la bellezza del mistero che stanno vivendo. L’ambiente in cui si svolgono gli incontri deve essere accogliente, familiare e mettere a proprio agio i fidanzati. Il numero delle coppie in ogni gruppo sia compatibile, oltre che con le risorse di animatori disponibili, con la possibilità di conoscere bene ogni persona e di ascoltare e di far intervenire tutti.

È auspicabile che tutti gli operatori, i sacerdoti, adeguatamente formati già dal seminario, le persone consacrate, gli sposi accompagnatori, siano sempre più preparati al ministero di accompagnamento dei fidanzati verso il matrimonio. Certamente può essere un buon inizio la formazione sul campo con l’affiancamento a persone già esperte, ma non è sufficiente. È necessario che vengano approntati percorsi formativi, con appositi sussidi, sia sui contenuti che sul metodo, a livello diocesano o regionale, e gli operatori siano stimolati e sostenuti, in tutte le forme necessarie, nell’impegno che questi percorsi comportano. Un’altra realtà, anch’essa riscontrabile nell’esperienza pastorale, è la grande varietà di sussidi utilizzati per l’articolazione dei corsi. Senza nulla togliere alla loro validità, l’enorme frammentazione riscontrata non giova certamente alla possibilità di offrire a tutti i fidanzati un percorso completo, equilibrato, coerente.

Se non pochi dei fidanzati che richiedono il sacramento del matrimonio sono da tempo distanti dalla pratica religiosa e dalla partecipazione attiva alla vita della comunità cristiana, non possiamo dimenticare che vi sono giovani che scelgono di sposarsi in chiesa con una chiara coscienza di fede, magari dopo cammini pluriennali all’interno della comunità. È bene che a loro siano offerte occasioni formative più approfondite e distese nel tempo, con cammini più prolungati e articolati, anche con la collaborazione delle aggregazioni laicali che, portando metodologie e carismi loro propri, da tempo collaborano efficacemente con la pastorale familiare diocesana. È da simili coppie che possono scaturire gli operatori della pastorale familiare di domani, e possono nascere le opportune iniziative di continuità, quali ad esempio i gruppi famiglia, per proseguire l’accompagnamento dei fidanzati dopo il matrimonio.

Oggi più che mai, occorre un profondo invito alla sobrietà nel vivere la preparazione dell’evento. La celebrazione delle nozze può diventare occasione per esprimere «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) con gesti di condivisione verso i poveri e per mostrare attenzione alle necessità della comunità parrocchiale. È auspicabile che ogni parrocchia, zona pastorale o diocesi, organizzi periodicamente, oltre al consueto itinerario di preparazione, con una cadenza legata al numero di matrimoni da celebrare nell’anno, un momento di ritiro spirituale o un incontro di preghiera per i futuri sposi, a cui possibilmente invitare le famiglie di origine e i testimoni delle nozze. Il cammino di preparazione alla celebrazione si concluderà con la segnalazione della nuova famiglia al parroco del luogo ove essa prenderà dimora, per favorirne l’inserimento nella nuova comunità parrocchiale. Riguardo al luogo della celebrazione, «il luogo normale delle nozze è la comunità della parrocchia nella quale i fidanzati sono inseriti e alla cui vita e missione prendono parte». Quanto poi al momento delle nozze, si ricordi quanto afferma il Direttorio di pastorale familiare: «per sottolineare la dimensione ecclesiale della celebrazione e il coinvolgimento dell'intera comunità parrocchiale, può essere talvolta opportuna una celebrazione del rito del matrimonio durante una delle messe di orario. Per gli stessi motivi sono normalmente da sconsigliare celebrazioni nuziali nel giorno di domenica in momenti diversi da quelli delle messe di orario. È comunque necessario che in ogni diocesi vengano precisati criteri e vengano offerte direttive al riguardo, onde favorire una prassi comune». Queste indicazioni relative alla celebrazione nel giorno del Signore e nella parrocchia vogliono superare una concezione privatistica del matrimonio, purtroppo molto diffusa.

Auspicando che l’intensa fase di discernimento abbia avuto buon esito, si esorta il parroco o, in accordo con lui, il sacerdote o il diacono che assisteranno al matrimonio, a promuovere uno o più incontri con i prossimi sposi per prepararli alla celebrazione liturgica delle nozze. In questo momento, tenendo conto delle varie situazioni di fede che si possono presentare, va valorizzata e spiegata ai fidanzati la bellezza della liturgia nuziale, aiutandoli a comprendere il significato di ogni gesto rituale e della preghiera della Chiesa, ad avvalersi della possibilità prevista dal Rito stesso di personalizzare alcune parti: potranno scegliere le letture bibliche, tra quelle proposte dal lezionario; preparare i canti e le preghiere; individuare persone adatte a cui affidare ministeri e compiti specifici. Si può anche invitare i fidanzati a rendersi animatori e promotori di una celebrazione viva e partecipata, ricordando la loro identità e il loro ruolo come ministri del sacramento. È opportuno poi aiutarli a far propri i criteri con cui può essere preparata e animata la celebrazione, tenendo presenti anche le indicazioni più concrete che a tal fine sono state predisposte nelle varie diocesi.

Il Rito del matrimonio, in questo particolare momento, si rivela uno strumento ricco e prezioso sotto il profilo teologico e per la sapienza umana. Gli stessi fidanzati sono chiamati a cogliere questa sorprendente densità già nel vivere la dimensione sponsale del proprio battesimo.

«Nell’esperienza pastorale italiana si verifica sempre di più il caso di coppie che, pur non avendo maturato un chiaro orientamento cristiano e non vivendo una piena appartenenza alla Chiesa, desiderano la celebrazione religiosa del Matrimonio, essendo battezzati e non rifiutando esplicitamente la fede»21. Il Rito, venendo incontro in particolare a queste situazioni, ha predisposto la possibilità della celebrazione del sacramento nella liturgia della Parola, per coloro che da tempo non frequentano la Messa, prevedendo al termine la consegna della Bibbia, nell’auspicio di incoraggiare un itinerario di riscoperta del battesimo in chiave sponsale.

La novità del Rito è, dunque, in tutte le sue varie forme, la sottolineatura della dimensione battesimale dei nubendi, e di conseguenza dell’importanza della comunità cristiana all’interno della quale il sacramento si celebra. Si consiglia quindi di agevolare la scelta e l’uso delle varie possibilità rituali, facendole approfondire alle coppie fin dall’inizio del percorso di preparazione al matrimonio, perché li possano gradualmente scoprire. La liturgia, e nello specifico la celebrazione del matrimonio con i suoi riti, attua con parole e gesti un evento di salvezza, e manifesta il significato profondo di ciò che gli sposi stanno vivendo e attuando. La storia della salvezza infatti è descritta dalla Bibbia come una storia d’amore tra Dio e il suo popolo, che culmina nelle nozze tra Cristo e la sua Chiesa, per la quale egli dona pienamente se stesso e che unisce a sé come suo corpo. Nei sacramenti, in particolare nella celebrazione della Messa e anche nel sacramento del matrimonio, si celebra la fedeltà del Signore con il suo popolo e gli sposi vengono associati a tale potenza d’amore. Il rito diviene così una “parola creativa”, rendendo gli sposi un’icona della sponsalità tra Cristo e la Chiesa e sacramento permanente del suo amore, di cui ormai sono soggetto attivi e protagonisti. Ecco la grande realtà del matrimonio e l’altissima vocazione degli sposi all’interno della comunità cristiana e della società: quella di rappresentare e rendere presente, attraverso l’amore sponsale, l’amore di Cristo per gli uomini e la fedeltà a lui della Chiesa.

La liturgia nuziale deve esprimere pienamente il significato ecclesiale del matrimonio attraverso uno stile celebrativo improntato a una gioiosa semplicità, che favorisca il coinvolgimento dell’intera comunità ecclesiale in cui gli sposi sono inseriti. A tale scopo, i fidanzati siano aiutati a cogliere la bellezza del rito e a vivere pienamente il loro ruolo di ministri del sacramento, e la comunità dei fedeli sia guidata a partecipare in modo consapevole alla liturgia nuziale, predisponendone accuratamente ogni aspetto.

Per consentire il cammino di preparazione, i fidanzati sono invitati a presentarsi al parroco, cui spetta procedere all’istruttoria e al cosiddetto esame prematrimoniale, possibilmente circa un anno prima della data prevista per le nozze. Il parroco a cui rivolgersi può essere uno dei due delle parrocchie di residenza dei nubendi, a loro discrezione. In questo primo colloquio è cura del sacerdote accogliere la richiesta di celebrazione del matrimonio cristiano, aiutando la coppia a chiarire le ragioni di tale scelta e invitandola a partecipare agli itinerari per i fidanzati programmati dalla parrocchia o dalla diocesi. Il parroco deve tener conto della diversa situazione spirituale dei singoli fidanzati, che richiede molte volte approcci differenziati, e favorire, sin da allora, anche forme personalizzate di riscoperta della fede, avvalendosi della collaborazione di famiglie che siano di riferimento per queste giovani coppie.

In questo colloquio, o in più colloqui, il parroco pone cura e attenzione nell’accompagnare i fidanzati a compiere una scelta libera e consapevole, che interpella non solo le loro convinzioni ideali e di fede, da riscoprire e rafforzare in occasione del matrimonio, ma anche tutte le dimensioni dell’intelletto e della volontà che necessitano di essere accolte con grande maturità, perché la chiamata al matrimonio sia il più possibile libera e consapevole, e così pienamente umana.

Il colloquio, come facilmente si intuisce, dovrebbe aiutare la persona a comunicare sinceramente i propri punti di vista e le proprie decisioni in ordine al matrimonio, manifestando in modo libero e autentico i contenuti del proprio progetto matrimoniale. Infatti, «il diritto a contrarre matrimonio – ha richiamato Benedetto XVI – presuppone che si possa e si intenda celebrarlo davvero, dunque nella verità della sua essenza così come è insegnata dalla Chiesa. Nessuno può vantare il diritto a una cerimonia nuziale. Lo ius connubii, infatti, si riferisce al diritto di celebrare un autentico matrimonio. Non si negherebbe, quindi, lo ius connubii laddove fosse evidente che non sussistono le premesse per il suo esercizio, se mancasse, cioè, palesemente la capacità richiesta per sposarsi, oppure la volontà si ponesse un obiettivo che è in contrasto con la realtà naturale del matrimonio»20. In questa fase, quindi, da parte dei pastori è opportuno l’esercizio di un sapiente discernimento, in un accompagnamento premuroso che si avvalga eventualmente di coppie mature e prudenti come collaboratori.

Il compito della Chiesa locale si esprime nell’educare progressivamente i fidanzati alla comprensione della fede nel sacramento, per condurli a prendere parte consapevolmente alla celebrazione nuziale, riconoscendo il significato dei gesti e dei testi. A tale scopo la comunità parrocchiale, sotto la guida del proprio parroco, ha il compito di formulare itinerari e iniziative per la preparazione al matrimonio, così da aiutare i fidanzati a porsi progressivamente nel mistero di Cristo, a servizio della Chiesa e del mondo.

Lo stesso Rito del matrimonio riconosce alla comunità un ruolo indispensabile e la invita a parteciparvi pienamente, impegnandosi anche ad aiutare i fidanzati a scoprire il valore del loro amore, sia per la comunità ecclesiale che per quella civile. Occorre quindi che la comunità cristiana riconosca che i fidanzati e gli sposi sono risorse preziose. Varrà quindi la pena cogliere ogni occasione per far sentire coinvolti tutti i fedeli a valorizzare la presenza sponsale all’interno della comunità.

L’esperienza di un cammino di preparazione alle nozze è occasione propizia di missionarietà, in quanto diventa per la coppia il momento favorevole per riscoprire una fede adulta, a seguito, per alcuni, di un prolungato vuoto di formazione cristiana; il percorso con altre coppie è anche un’opportunità straordinaria per fare esperienza ecclesiale. È importante quindi che essi incontrino una Chiesa accogliente, che si accosta con premura al loro progetto di vita e che è disponibile ad accompagnarli in una storia di amore umanamente e spiritualmente ricca, anche dopo le nozze.

Questa educazione della comunità ecclesiale va fatta utilizzando al meglio le tante occasioni che si vengono a presentare negli incontri e negli appuntamenti della parrocchia. Suggeriamo qui alcuni possibili segni concreti che, a discrezione della Chiesa locale e del singolo parroco, possono venire realizzati nel presentare ufficialmente i fidanzati all’assemblea liturgica durante il percorso di preparazione al matrimonio:

- inserire periodicamente una intenzione particolare nella preghiera dei fedeli;

- annunciare con gioia il fatto che una nuova famiglia stia venendo ad abitare in quel territorio;

- affidare pubblicamente il mandato agli sposi che durante l’anno accompagneranno i fidanzati nel percorso di preparazione;

- invitare caldamente a partecipare alla celebrazione di ogni matrimonio; a tale scopo è opportuno, almeno qualche volta, celebrare le nozze nell’Eucaristia domenicale.