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Il servizio come risposta all’amore di Dio

All’origine del servizio, indissolubilmente legato alla sequela di Gesù, c’è una vocazione, una chiamata alla sequela, appunto, e al servizio.

La chiamata al servizio è una scelta gratuita di Dio, una scelta che non dipende da noi.

La chiamata è un atto di amore del Signore nei nostri confronti (Mc 10,17-22). “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse…”. La proposta sconvolgente che Gesù fa a quella persona è la conseguenza di un atto di amore particolare, di uno sguardo di amore particolare, che Gesù ha in quel momento nei confronti di quella persona. Allora si spiega la proposta sconvolgente: proprio perché il Signore lo ama, gli chiede di seguirlo, liberando il suo cuore dagli ostacoli che potevano frapporsi fra l’intenzione di seguire Gesù ed il mettere in pratica questo proposito.

Attraverso il battesimo Dio ci consacra, cioè ci sceglie come sua proprietà speciale, come una realtà preziosa che gli sta a cuore in modo assoluto.

Al Sinai, la promessa dell’alleanza è formulata con il vocabolario della “consacrazione”, che appunto comporta una presa di possesso. In Esodo 19,5-6 si legge: “Ora, se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”. E’ interessante notare il termine ebraico “proprietà”: è la cosa più preziosa, ciò che sta a cuore in maniera assoluta a Dio. La signoria di Dio è universale, ma Dio vuole che ci sia un popolo particolarmente suo, la sua proprietà speciale, la sua proprietà amata.

Noi siamo una proprietà speciale di Dio.

L’appartenenza a Dio è un’idea che nella Bibbia è messa ancora più in risalto là dove si parla di chiamata personale.

Uno dei testi più significativi a questo riguardo è quello relativo alla chiamata di Geremia, là dove il profeta riferisce la sua vocazione: “Mi fu rivolta questa parola dal Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Ger 1,4-5).

Conoscere nel linguaggio biblico non è solo una conoscenza intellettuale, ma è una conoscenza totale, che investe anche l’affettività, il sentimento, l’esperienza.

Dire “Il Signore mi ha scelto prima che io fossi formato nel grembo materno” significa che c’è un piano preciso, un progetto preciso, una volontà precisa che mi precede e che addirittura mi costituisce, per cui io non esisterei se non ci fosse questa volontà precedente.

Com’è fin troppo ovvio, ma come purtroppo non sempre si ricorda, tutto ciò non dipende assolutamente da qualcosa che venga da me, da qualche mio merito: questo è il grande peccato che possiamo commettere, questo è il grande peccato commesso da Israele.

Dio non sceglie me perché sono più buono degli altri. La Bibbia ci dirà che Dio sceglie precisamente quello che vale di meno, mai quello che vale di più. In ogni caso Dio sceglie liberamente: mi ha voluto particolarmente suo perché lo ha liberamente deciso, a prescindere da qualunque cosa ci fosse in me; allora ciò vuol dire che quello che io sono l’ho avuto in regalo.

Io sono perché Dio mi ha scelto. Non si tratta solo di accettare di non essere buoni, di avere poco merito, che qualcun altro è più bravo di me, ma di accettare di essere in quanto dono, in quanto eletti da Dio: Geremia sperimenta che egli è fatto essere solo dalla elezione di Dio. Anche Geremia, come ciascuno di noi, poteva benissimo chiedersi: “Perché io e non un altro?”. Poteva dirlo e lo ha detto, perché era stato chiamato ad una missione certamente non piacevole, come era già successo ad Abramo, a Mosè, e altri ancora. L’unica risposta è: perché Dio lo ha voluto, lo ha voluto dall’eternità, gratuitamente; non c’è nessuna altra motivazione.