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La giustizia è sufficiente? La giustizia basta a sè stessa? Sono domande che, scommetto, vedreste facilmente in bocca a uno di quei filosofi da fumetti, che passeggiano in tranquilli viali alberati, con la testa tra le nuvole. Se è così riprendiamoci allora queste domande, rubiamole a questo strano personaggio immaginario e portiamole nella nostra vita.

Benedetto XVI lo ha fatto in Deus Caritas e il card. Ruini lo ha citato nella sua prolusione al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana.
La Chiesa s'interroga sulla giustizia dunque, si chiede se per camminare sulla "via dell'uomo che é via della Chiesa", come ha scritto Giovanni Paolo II, basti la giustizia in sè, intesa come il ristabilimento di un equilibrio materiale nelle relazioni tra gli individui e la disponibilità per ciascuno di un insieme di beni sufficienti al soddisfacimento dei propri bisogni. La giustizia in questo senso prescinde da un coinvolgimento
personale, è indifferente chi provveda, e in qualche modo è indifferente anche il soggetto che usufruisce di un assistenza in base a criteri di giustizia. L'oggetto dell'azione Ë dunque la giustizia in sé stessa,non direttamente la persona; il centro Ë il ristabilimento di un equilibrio giusto, Ë la giustizia in sé a cui miro e se chi ha bisogno Ë Luigi o Marco non è importante: in qualche modo l'aiuto a Luigi o Marco sono uno strumento per raggiungere la giustizia. In quest'ottica la carità, cioè l'amore, può essere addirittura vista negativamente perché richiede di guardare sempre in faccia la persona che viene aiutata e la chiama per nome, la aiuta perché è lei ad aver bisogno ed è a quel bisogno che sento la chiamata a rispondere. Tutto questo secondo la concezione di giustizia di cui abbiamo parlato distrae dal vero obiettivo, che come abbiamo detto è instaurare la giustizia; il mio scopo non è alla fine aiutare Luigi o Marco ma instaurare la giustizia e non posso permettermi di acquietarmi se non dopo averle raggiunte. Stona inoltre, secondo questa posizione, la componente di libertà che è inscindibile dall'amore. Se l'aiuto è dovuto non può essere affidato alla liberalità del singolo, ma deve essere accuratamente pianificato dalle istituzioni.Sicuramente un ordine giusto è condizione necessaria, e la dottrina sociale della Chiesa se n'è occupata dall'inizio. Garante di tale ordine è lo Stato e la politica ne è lo strumento privilegiato di realizzazione. Dice Benedetto XVI in Deus Caritas: ") Il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica. Uno Stato che non fosse retto secondo giustizia si ridurrebbe ad una grande banda di ladri, come disse una volta Agostino"
Ma andiamo oltre e poniamoci allora una domanda: Una giustizia di questo tipo, senza il volto dell'amore è sufficiente? Spingiamo ancora oltre la radicalità della domanda: esiste una giustizia che non abbia il volto dell'Amore e un Amore che non sia giusto?
Per rispondere dobbiamo chiederci ciò di cui noi stessi avremmo bisogno. Ci basterebbe davvero vedere garantiti i nostri diritti senza cogliere il volto di chi ce li garantisce e saremmo soddisfatti pensando che essi ci sono riconosciuti non perchè siamo noi, con la nostra storia, le nostre qualità e i nostri bisogni, ma solo perchè siamo la tappa di un disegno di giustizia più grande, e perchè possiedo un requisito formale (la cittadinanza, un reddito di un certo tipo.). Se fossimo malati, ci basterebbe un letto e un'assistenza assolutamente professionale? Se avessimo fame un piatto di cibo assegnato d'ufficio ci sazierebbe? La risposta è senz'altro negativa. Se tutto questo è necessario dunque, per nessuno di noi è sufficiente. Ogni atto di giustizia e quantificabile in termini economici (il costo dell'assistenza ospedaliera, delle mense per i poveri.) ma l'uomo non è riconducibile solo a valori economicamente misurabili (e scambiabili). Una società veramente giusta dovrebbe rispondere a tutti i bisogni dell'uomo, anche a quelli che non possono essere oggetto di prestazioni economicamente rilevanti e che quindi non possono essere ridistribuiti sulla base di criteri di quantità. L'amore non si compra e non si ridistribuisce, si dona; non si divide ma si moltiplica, non ce ne si priva ma si condivide. L'amore infine non può essere delegato ma ci coinvolge direttamente con la storia e la vita di chi si ama e di chi si aiuta per amore.
Papa Benedetto afferma quindi che:"L'amore - caritas - sarà sempre necessario, anche nella società più giusta. Non c'é nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore. Chi vuole sbarazzarsi dell'amore si dispone a sbarazzarsi dell'uomo in quanto uomo. Ci sarà sempre sofferenza che necessita di consolazione e di aiuto. Sempre ci sarà solitudine. Sempre ci saranno anche situazioni di necessità materiale nelle quali è indispensabile un aiuto nella linea di un concreto amore per il prossimo.
Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto in sé, diventa in definitiva un'istanza burocratica che non può assicurare l'essenziale di cui l'uomo sofferente - ogni uomo - ha bisogno: l'amorevole dedizione personale. Non uno Stato che regoli e domini tutto è ciò che ci occorre, ma invece uno Stato che generosamente riconosca e sostenga, nella linea del principio di sussidiarietà, le iniziative che sorgono dalle diverse forze sociali e uniscono spontaneità e vicinanza agli uomini bisognosi di aiuto".
Non è possibile delegare l'amore nè ordinarlo per legge e nel contempo la nostra società non ne più fare a meno: il contributo di ciascuno, il "di più" d'amore che ciascuno può dare è dunque necessario e insieme non può essere pianificato o imposto. Una società più giusta non dipende dunque solo da piani di sviluppo sociale o d'assistenza efficienti, ma dal contributo d'amore che ciascuno di noi e liberamente chiamato a dare. Tutti siamo dunque necessari con tutto noi stessi per costruire una giustizia "giusta"

Matteo Gillerio