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Un legame filiale

Per il cristiano vivere è esprimere Cristo e l’appartenenza a lui, non come un dovere da compiere, ma come un rapporto di amore.

Non siamo schiavi, ma figli: siamo costituiti figli nel Figlio e serviamo Dio come Gesù serve il Padre. Il servizio di Dio in Cristo non può perciò essere percepito e vissuto come oppressione, ma come affermazione di una dignità altissima. Nel costituirci servi suoi, Dio ci costituisce figli ricchi di amore filiale, ci concede di servirlo amandolo in Cristo Gesù.

Ricchi solo di Dio per Dio

Noi siamo arricchiti esclusivamente: tutto quello che siamo e abbiamo viene da lui e a Dio piace quello che viene da lui, perché esprime la ricchezza del suo dono. Gesù infatti è colui che è sommamente gradito al Padre: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,22). Gesù è la compiacenza di Dio, il piacere di Dio.

Quando Dio guarda Gesù, vede un riflesso del suo splendore, vede la sua immagine perfetta fatta uomo; nella sua umanità, nella sua vita, nelle sue opere, nelle sue parole, c’è per intera la gloria di Dio e perciò il Padre si compiace di lui.

Dio ci ha scelti, ci ha arricchiti di sé, per vedere anche in noi un riflesso della sua divinità; Dio desidera che anche noi diventiamo il suo compiacimento, vuole che la sua ricchezza e la sua perfezione siano manifestate in noi a lode della sua gloria.

Allora, per piacere a Dio, la nostra intenzione non può non aderire alla sua stessa intenzione. Avere il vero senso di Dio significa riconoscere che tutto viene da lui e perciò tutto non può non essere che per lui.

Con la purezza del cuore

I maestri di spiritualità ci hanno sempre insegnato che è importante governare le intenzioni, averne di buone, chiedersi con quale intenzione facciamo certe cose, operiamo in un certo modo piuttosto che in un altro. E’ l’intenzionalità che definisce la moralità, il valore delle cose, delle azioni, delle iniziative. Piacere a Dio è l’intenzione primaria, l’intenzione delle intenzioni, che deve reggere tutte le altre intenzionalità.

Noi ci dobbiamo domandare a chi intendiamo piacere e non cercare ricompense marginali. Certamente è simpatico che il parroco ci dica che siamo in gamba e operiamo bene, ma non si deve avere questa intenzione, non si deve ricercare questa ricompensa. L’incentivo di ogni azione deve essere quello di piacere a Dio, di essere davanti a Dio come lui ci vuole.

Chi sono i chiamati che ricercano in tutto di piacere a Dio? Sono i puri di cuore, cioè quelli che hanno una sola intenzione, sono trasparenti. Siamo forse stati abituati a interpretare questa beatitudine nella linea della purezza intesa solo come castità. Anche questo aspetto è indubbiamente compreso, ma ciò che la purezza di cuore esprime precisamente è l’intenzionalità di piacere solo a Dio. La purezza dunque investe e unifica tutta la nostra esistenza.

Beati quelli che hanno l’esistenza unificata nel segno del piacere a Dio, a lui solo, e non cercano altro; per i quali la ricompensa è nella certezza di piacere a Dio. Potremmo vedere che cosa significa questo in concreto e, come sempre, può essere utile guardare il suo contrario. Il contrario e, per esempio, avere l’intenzione di piacere a se stessi, di essere graditi ai propri occhi: come sono bello, come sono bravo, come son buono, come faccio bene le cose, ecc.

Il nostro sforzo deve essere di non orientare la vita sulla propria persona, di non operare solo ed esclusivamente per distinguerci, di non cercare in quello che facciamo la prova che siamo più bravi degli altri. Il banco di prova potrebbe essere quella sottile invidia o gelosia che nasce quando ci accorgiamo o sappiamo che qualcuno ha fatto bene questa o quell’altra cosa. Questa gelosia arriva istintivamente e bisognerà lottare consapevolmente per eliminarla.