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Don Giacomino Piana

L'esegesi del brano di Matteo 22,1-14 si sofferma sul significato della "veste nuziale" che il Re pretende da parte di tutti gli invitati,ancorché poveri,storpi e ciechi,per accedere alla mensa.Per entrare alle nozze,infatti,occorre "spogliarsi" dell'uomo vecchio e rinnovarsi, pensare in modo nuovo,rivestendoci di sentimenti di misericordia, di mansuetudine, di pazienza.

C'è un paradosso in questa (cf Mt 22,1-14), come in altre parabole di Gesù: la gente pia, i teologi e i capi religiosi hanno fatto resistenza nei confronti della "buona notizia" del Regno e non l'hanno accolta Ma si tratta di un paradosso solo apparente, e così il Maestro "stanco della sonnolenza dei suoi" (Mounier) rivolge l'invito ai "peccatori" e ai "Gentili"... Per accogliere questo invito serve però la "veste nuziale", dono dello Spirito, di cui tutta la comunità radunata da Cristo deve lasciarsi rivestire per poter partecipare alle nozze con l'Agnello.

La parabola del banchetto nuziale nel Vangelo di Matteo si trova nel contesto dei discorsi e delle controversie degli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme (cf Mt 21,1-25,46). t l'ultima delle tre parabole che hanno come tema il rimprovero di Gesù ai capi dei Giudei che rifiutano il suo messaggio: "I due figli", "I vignaioli omicidi", e questa degli invitati a nozze che rifiutano l'invito,

La parabola - scrive in nota la Bibbia di Gerusalemme - è disseminata di testi allegorici come la precedente (I vignaioli omicidi") e... comporta la stessa lezione: il re è Dio, il banchetto di nozze è la felicità messianica, dato che il figlio del re è il Messia; i messi sono i profeti e gli apostoli; gli invitati che li trascurano o li oltraggiano sono i giudei; i chiamati dalla strada sono i peccatori e i pagani; l'incendio della città è la rovina di Gerusalemme. A partire dal v, 11 la scena cambia e si tratta allora del giudizio ultimo. Sembra che Mt abbia messo assieme due parabole, una analoga a quella di Le 14,16-24, la cui conclusione si trova nei vv. 11 ss: l'uomo che risponde all'invito deve portare la veste nuziale; le opere della giustizia devono accompagnare la fede (cf 3,8; 5,20; 7,21 s; 13,47s; 21,28s)".(1)

Gli invitati rifiutano la convocazione, e Gesù la rivolge ai "pagani"

Ho voluto riportare per intero la nota, che è di P. Benoit, perché vi troviamo elencati in un primo abbozzo e in modo molto chiaro gli elementi simbolici che caratterizzano questa parabola nel testo di Matteo. Perché è proprio questa tendenza all'allegorizzazione che, oltre all'aggiunta di 22,11-14 ("l'invitato senza la veste nuziale") mette in evidenza le divergenze che il testo di Matteo ha nei confronti di quello di Luca (14,6-24).(2)

Ma vediamo di proseguire con ordine.

Innanzitutto, dal confronto dei due testi si nota una base-matrice comune: il rifiuto degli invitati e la convocazione, al loro posto, dei primi che capitano: "poveri, storpi, ciechi e zoppi" in Luca; "buoni e cattivi" in Matteo.

Questa base comune, nel contesto dell'insegnamento di Gesù, rappresenta "una difesa e una giustificazione del Vangelo" (J. Jeremias). Cioè: la gente pia (i farisei), i teologi (gli scribi), i capi religiosi del popolo (i sacerdoti) non accolsero la Buona Novella del Regno che Gesù annunciava, benché all'inizio fosse destinata anzitutto a loro. Invece il popolo e parecchi tra gli emarginati (pubblicani, peccatori), esclusi dai potenti, si mostravano più aperti ai richiami di Gesù e lo seguivano volentieri (cf Lc 15,1-2), cosa che suscitava lo scandalo e le critiche degli ambienti cosiddetti benpensanti. "Voi siete come questi invitati che rifiutano... Vi scandalizzate che io cerchi i peccatori, ma non sono i giusti, bensì i peccatori che hanno bisogno di salvezza ... " (cf Mt 9,12-13; Mc 2,17; Lc 5,31-32).(3)

E passiamo ora a considerare le differenze tra i due testi di Luca e di Matteo.

Luca colloca la parabola in un contesto di banchetto; infatti il cap. 14 inizia così: "Un Sabato (Gesù) era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare. . . " e qui guarisce un idropico (14, 1 6); quindi "osservando come gli invitati sceglievano i primi posti", consiglia: "Va' a metterti all'ultimo posto ... " (14,711). E finalmente il consiglio su chi invitare a pranzo e a cena: "Invita poveri, storpi, zoppi e ciechi ... " (14,12-14) che anticipa 14,21. Poi, all'acclamazione di uno degli invitati che dice: "Beato chi mangerà il pane nel Regno di Dio ... ", Gesù risponde... " Un uomo diede una grande cena e.fece molti inviti ... ".

Altro particolare: in Luca vengono precisate le scuse degli invitati: "Ho comprato un campo... Ho comprato cinque paia di buoi... Ho preso moglie ... ", particolare che rivela uno dei temi preferiti da Luca: il rifiuto di entrare nel Regno e godere quindi della beatitudine espressa all'inizio del racconto (14,15), dipende dall'attaccamento alle ricchezze e alle preoccupazioni per gli affari del mondo. Per questo sono privilegiati i poveri, i minorati e a loro è rivolto un invito speciale.

Matteo, a differenza di Luca, compie un'azione redazionale molto più considerevole: amplifica e trasforma la base comune. L'"uomo" di Luca diventa "un re"; la "grande cena" (gr. déipnon méga) diventa un "banchetto di nozze" (gr. gamous), i servi entrano in scena quattro volte (vv. 3.4.8.13); nei vv. 6-7 sono anche maltrattati e uccisi; nei vv. 11 - 13 il re, infuriato, prima ancora di sedere a mensa, già pronta, manda addirittura il suo esercito a massacrare gli omicidi e distrugge la loro città: chiara allusione alla distruzione di Gerusalemme.

"Tutto questo ci permette di concludere - come scrive Jeremias - che col primo gruppo di servi Matteo ha voluto riferirsi ai profeti e al rigetto della loro testimonianza; col secondo gruppo (v. 4) agli apostoli e ai missionari inviati a Israele - o Gerusalemme - e ai maltrattamenti oppure al martirio subiti da alcuni di loro; con l'invio dei servi per le strade (vv. 9ss)alla missione ai pagani; con l'ingresso nella sala del banchetto (v. 10b) al battesimo. La cena cui i profeti invitano, di cui gli apostoli annunciano l'avvenuta preparazione, che gli invitati disdegnano e alla quale accorrono i non invitati, e per la cui partecipazione è richiesto l'abito nuziale, è la cena del tempo di salvezza. Così pure la visita del re ai suoi ospiti (v. 11) è il giudizio finale, le "tenebre esteriori" sono l'inferno (cf Mt 8,12; 25,30). In tal modo l'interpretazione allegorica di Matteo ha trasformato la nostra parabola in uno schizzo della storia della salvezza, dall'entrata in scena dei profeti dell'Antico Testamento, passando attraverso la rovina di Gerusalemme, fino al giudizio finale. Questo quadro sintetico - conclude Jeremias intende motivare il passaggio della missione ai pagani: Israele non aveva accettato la Buona Novella".(4) E questo il tema che Luca sviluppa e sottolinea ripetutamente negli Atti degli Apostoli (cf At 10,17ss; soprattutto 13,44-52, ecc.).

La "veste nuziale"

Ma veniamo all'inserto di Mt 22,11 14. Si tratta evidentemente di un'altra parabola, che potremmo chiamare "della veste nuziale".

Questa non si riferisce più agli avversari (farisei, scribi o sacerdoti) come la precedente, ma riguarda quanti sono entrati nella sala della cena di nozze e costituiscono quindi la "comunità cristiana".

Matteo ribadisce spesso l'idea che la comunità cristiana è composta "di buoni e di cattivi": vedi, per esempio, la parabola della zizzania (Mt 13,24-30), soprattutto la spiegazione che ne dà Gesù stesso (13,36-43): come pure contrappone spesso il "saggio" allo "stolto" (cf Mt 7,24-27; 25,1-13 ... ). L'invito indiscriminato di "buoni e cattivi" (v. 10) poteva far credere che la condotta degli invitati alla festa non avesse importanza. Applicando la parabola alla comunità cristiana, Matteo vuol direi che non basta la chiamata, che nel battesimo segna l'appartenenza alla Chiesa, per essere sicuri della salvezza eterna, ma è necessaria la "veste nuziale". Cioè, se dopo il rifiuto dei primi invitati vengono chiamati "buoni e cattivi", s'impone necessariamente da parte loro un impegno: devono indossare "abiti di giustizia", la loro vita deve dunque corrispondere all'invito che hanno ricevuto, altrimenti saranno esclusi dal Regno al quale sono stati invitati...(5)

Qui affiora la preoccupazione dell'evangelista per la purezza e la santità della comunità cristiana: la porta della sala del banchetto, il battesimo, è aperta a tutti, "buoni e cattivi"; ma, entrando, tutti devono "vestirsi dell'abito nuziale", cioè di frutti buoni, di opere buone, quelle che l'Apocalisse chiama "le opere giuste dei santi" (Ap 19,8).

Qual è per noi, oggi, questo "vestito nuziale"?

"Quanti siete stati battezzati in Cristo - specificherà San Paolo - vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27). Entrando nella sala del banchetto di nozze, vi siete spogliati dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza ad immagine del suo Creatore (cf Col 3,9ss). Invito a leggere in questo contesto il programma di vita cristiana che l'Autore della lettera ai Colossesi propone in 3,1-17. La Bibbia di Gerusalemme lo titola "L'unione con il Cristo celeste, principio della vita nuova", Peccato però che poi separi i vv. 1-4 dal seguito (vv. 5-17) col titolo molto vago "Precetti di vita cristiana".

No! l'Autore ha ben chiare quali sono le cose della terra alle quali il cristiano non deve pensare o che non deve cercare (3,1). E sono elencate nei vv. 5-11: "Mortificate (gr. nekrosate= uccidete) quella parte di voi che appartiene alla terra (v. 2): fornicazione (gr. pornéian), impurità, passioni, desideri cattivi e quell'avarizia insaziabile che è idolatria... ". E nei vv. 12-17 presenta le cose di lassù che, risorti con Cristo, dobbiamo "cercare e pensare" e che ci porteranno là "dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio". "Rivestitevi (gr. endusasthe), come amati (gr. eklektoi = eletti) di Dio, santi e diletti, di sentimenti (gr. splangcha = viscere) di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza... E al di sopra di tutto vi sia poi la carità (gr. agape) che è il vincolo della Perfezione".

E' questa la "veste nuziale" di cui dobbiamo lasciarci rivestire" con l'aiuto della grazia - perché è pur sempre dono dello Spirito - quella "veste di puro lino splendente che adorna la sposa pronta per le nozze con l'Agnello". E l'Angelo dirà: "Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell'Agnello!" (Ap 19,7-9).

Credo che oggi più che mai sia questo il vestito nuziale che il cristiano deve "indossare" per poi portarlo alle persone con cui vive o che incontra e rispondere così ad uno dei "segni del nostro tempo": il bisogno cioè che l'uomo di oggi ha di verità, di autenticità, di speranza.

Giacomino Piana

1) B1 p. 2136. 2) Joachim Jeremias sviluppa ampiamente questo tema nel suo Le parabole di Gesù, ed. Paideia, pp. 79-109 3) Cf Thaddée Matura in "Parola per l'assemblea festiva" 8PAF), Queriniana,Brescia, vol. 58,pp.27-48. 4) JOACHIM JEREMIAS, Cit. 5) Ho presente il bellissimo commento a questa parabola che fa Thaddée Matura, in PAF, Queriniana, vol. 56, pp. 27-42.