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Siamo servi inutili

San Paolo in 2Cor 2,16 si chiede: “E chi è mai all’altezza di questi compiti?”. E’ una domanda a cui non possiamo sfuggire neppure noi, per convincerci fino in fondo che la nostra idoneità al compito cui siamo stati chiamati viene da Dio e non da noi.

Si tratta di servire, di essere quei servi che il Signore vuole per la sua gloria e perciò occorre non separare il nostro agire dal nostro essere, dando il primato all’essere, per poi agire come vuole Dio.

La nostra tentazione è di fare e poi valutare la nostra missione su ciò che abbiamo prodotto. Viviamo in una società che mira solo a produrre, per cui c’è il rischio che noi stessi finiamo per pensarla così; privilegiando l’agire sull’essere, dimenticando che siamo sede del dono di Dio, possiamo restare un po’ sconcertati quando non riusciamo a fare quello che vorremmo e che siamo chiamati a fare.

Occorre davvero prendere consapevolezza che nessuno di noi è all’altezza dei compiti a cui siamo chiamati, nessuno di noi è degno di essere un servo del Signore. Questo discorso potrà anche dare fastidio, ma, appunto perché si tratta di un servizio, la nostra idoneità è dono di Dio: Dio non ci sceglie perché siamo idonei, ma ci rende idonei ad essere suoi servi.

Paolo ne era convinto a tal punto che, dopo essersi dichiarato umanamente provvisto di tantissime doti, è consapevole che lui, da parte sua, è inidoneo: è stato Cristo a renderlo idoneo. In 2Cor 3,5-6 si legge: “Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza”.

 

Tutto posso in colui che mi dà forza

In Fil 4,13 Paolo dice: “Tutto posso in colui che mi dà la forza”. E’ la fiducia d chi si sa capace di fare quello che deve per grazia di Dio e perciò non si appoggia su di sé e sulle sue capacità. In Ef 3,7-8 Paolo dice ancora: “Sono divenuto ministro (del Vangelo) secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa secondo l’efficacia della sua potenza. A me, che sono l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le impenetrabili ricchezze di Cristo”. Paolo si guarda bene dal dire: “Avete visto come sono bravo, che idea teologica originale sono riuscito a elaborare!”. E’ grazia essere servo, è grazia servire. Considerandosi sempre più lucidamente servo per grazia, Paolo si rende conto che la sua piccolezza non è di intralcio al disegno di Dio, ma anzi rientra in questo disegno.

In vasi di argilla

Noi abbiamo un tesoro grandissimo in vasi di argilla, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Noi siamo vasi di argilla, ma ciò non significa che Dio non possa mettervi dentro i suoi tesori. Potremmo chiederci che tipo di strategia, di politica, diciamo pure di sapienza, ha questo Dio che mette i suoi tesori nei vasi di creta.

Ci deve essere una ragione nel modo di agire di Dio. La ragione è sempre quella che abbiamo già meditato altre volte cioè la propria gloria, la celebrazione della propria potenza e grandezza, perché non accada che si pensi che questi tesori sono nostri, nostro frutto, ma perché tutti siamo convinti che sono grazia: più il vaso è ignobile, più splende manifestamente la grandezza di Dio.