Amare in piena libertà fino alla morte    Gv 10, 11-18

Abbiamo bisogno del tempo di Pasqua per trovare il coraggio di parlare della morte come fa Gesù in questo vangelo. Abbiamo bisogno di questo tempo, che di per sé è già un tempo al di là della morte, per osare parlarne con tutta serenità. La morte di Gesù è il luogo dove si manifesta tutta la sua libertà e il suo grande amore.

Gli storici possono spiegarci la morte di Gesù con la rivalità dei farisei, con la gelosia dei dottori della legge, con il tradimento di Giuda e la vigliaccheria di Pilato, con l’abbandono di Pietro e dei discepoli. Ma queste sono solo circostanze, sfortunate circostanze, storie di uomini tristi e mediocri. Ma né Giuda né Pilato né i farisei né i dottori della legge e nemmeno i sommi sacerdoti sono gli attori della morte di Gesù.

Nel vangelo di oggi (Gv 10, 11-18) Gesù ci offre l’unica chiave valida per comprendere questo Evento. Gesù usa l’immagine del buon pastore che, quando arriva il lupo, vive e rimane presso le sue pecore, e, a differenza del mercenario che le abbandona e fugge, Gesù buon pastore resta fino a rischiare la propria vita e a perderla se necessario.”.

Ciò che distingue Gesù dal mercenario, e fa la differenza, è l’amore che egli nutre per le sue pecore. La morte di Gesù, qualunque sia stata la fatalità apparente delle circostanze, è stata, prima di tutto, un dono d’amore per salvare le sue pecore dalla morte.

Per questo, come tutti i grandi amori, la morte di Gesù nasce e sboccia da una libertà regale e sovrana. Gesù lo afferma: “Io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Perché ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo”.

Gesù morì liberamente perché fu il suo dono d’amore. Senza libertà, nessun amore ha valore tanto più che è un amore fino alla morte. La morte di Gesù non fu una sfortunata fatalità. Gesù non ha fatto di necessità virtù e tanto meno buon viso a cattivo gioco.

Gesù ha scelto liberamente di morire per le sue pecore perché le amava più di sé stesso. Con la vita donata Gesù ha dato la misura del suo amore. “Non c’è amore più grande che dare la vita per chi si ama”.

Dinanzi al segno della sua morte le pecore, cioè noi, riconosciamo Gesù come nostro vero pastore che ci conosce per nome e conosce ciò che c’è nel nostro cuore ed è per questo che ci può amare fino al pieno compimento del suo amore che è la morte.

La Pasqua proietta la sua luce sulla morte di Gesù e noi possiamo intravedere qualcosa di ciò che ci sarà donato nell’ora della nostra morte personale. Sarà anche per noi il luogo della grande libertà e del più grande amore. Entreremo liberamente per sempre e per amore nel Regno di Gesù.

Nel Regno nel quale il ladrone in croce con Gesù sperava solo di essere ricordato ma che invece si troverà spalancato per sempre. Oggi sarai con me in paradiso. Anche il ladrone, per grazia, conoscerà l’amore e la gioia di questo amore.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano