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Chi cercate?     Mt. 11, 1-12

“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Dalla prigione, Giovanni pone questa domanda a Gesù. È ciò che gli brucia in cuore, l’interrogativo che lo inquieta. Questa è la domanda per eccellenza, l’unica che, a distanza di venti secoli, rimane scottante e speriamo inquietante anche per noi.

Perché Giovanni lo attendeva sul serio e lo attendeva anche tutto il popolo d’Israele. Giovanni, inoltre, è consapevole di essere stato mandato a preparare la strada proprio a Gesù. Ma Gesù, per quello che dice e per quello che fa, sembra non avere niente a che fare con il Messia che Giovanni e gli altri si aspettavano.

Gesù li sconvolge. Usa un linguaggio nuovo e diverso. Agisce in maniera sorprendente perché frequenta i peccatori e, scandalo, anche le peccatrici. Le sue scelte fanno discutere: parla a lungo con la Samaritana, perdona all’adultera, guarisce il servo di un centurione romano, si autoinvita a casa di Zaccheo, un pubblico peccatore e collaborazionista degli invasori. Parole e gesti discutibili che sorprendono, spiazzano e scandalizzano.

La risposta di Gesù ai dubbi di Giovanni è pacata ma chiarissima. Risponde, punto per punto, a tutto ciò che alimenta la perplessità della gente e, per essere chiaro, usa le parole del profeta Isaia. Gesù non è il Messia grandioso e vittorioso che il popolo si aspettava ma è il Messia mite e umile di cuore, è il salvatore, l’amico dei peccatori e dei piccoli. Talmente amico da essere pronto a morire in croce per loro.

Sconcertante. Ma è proprio lui l’inviato del Padre, mandato a guarire le profonde povertà di coloro che lo attendono. Non propone facili ricette, non ha rimedi passeggeri o di superficie. Gesù punta diritto all’essenziale e mette a nudo la più cocente delle miserie che è il vuoto del cuore. Viene a guarire chi non osava sperarlo: “i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano e ai poveri è annunciata la buona notizia”.

Gesù si rende conto della rivoluzione che ha lanciato e allora aggiunge: “Beato colui che non trova in me motivo di scandalo”. Perché il problema sta qui, proprio qui. Aspettiamo Gesù o Babbo Natale? Prepariamo la strada a chi guarisce il nostro cuore o alla slitta con le renne? Attendiamo la calza con i doni o siamo in attesa di Colui che è il Dono?

Gesù è sempre oltre. Oltre rispetto a quanto abbiamo voluto capire di lui, oltre a ciò che ci aspettiamo da lui. Lui è altro, è sempre nuovo. È sempre di più. Questo ci sconcerta. Non è più grande, anzi, è infinitamente più piccolo, più umile e più nascosto, perché è vicino ai peccatori, ai poveri ed è talmente dalla loro parte che noi rischiamo di rimanerne estranei e lontani.

Perché? Perché non ci vogliamo rendere conto, non ci convinciamo che i poveri, i peccatori, quelli da salvare, da guarire, da rimettere in piedi…siamo proprio noi. Tutti noi, piccoli e grandi. Nessuno escluso.

E noi, invece, corriamo dietro a “balocchi e profumi” e scartiamo il grande dono che è Gesù, che ci ama da morire e ci dona la parola che salva, la misericordia che guarisce i cuori e cambia la vita di tutti, ha riacceso la luce, ha rinvigorito i cadenti, ha liberato l’anima, ha potenziato le armonie, ha ridato coraggio, ha fatto rinascere la speranza.

Ora continuiamo noi, senza timore e senza indecisioni ad allargare sentieri e a perpetuare la vita. Lui ci aspetta alla fine.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano