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Credi tu questo?      11, 1-45

Nel lungo brano dell’evangelista Giovanni ci sono due affermazioni che hanno suscitato la mia simpatia e la mia fede. La prima è questa: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”.

Queste parole si staccano nel tono e nel contenuto abituale dal vangelo di Giovanni. Non hanno niente a che fare con la missione di Gesù, con il suo ruolo e il suo insegnamento. Eppure a me sembra che abbiano una grande rilevanza perché queste parole ci raccontano come Gesù ha vissuto la sua umanità.

La sua storia fu certo segnata dal ruolo e dalla missione chiara e definita, ma Gesù non fu solo un ruolo e una missione. Gesù fu un uomo vero, compiuto. E tra le cose che caratterizzano un uomo c’è l’affettività, un’affettività bella, esemplare e compiuta.

Gesù non vive una umanità diversa ed estranea alla dimensione affettiva. Gesù non predica e non vive come virtù l’anestesia o l’amputazione delle relazioni affettive. Chi la pensa così ha uno strano concetto di Dio ma anche dell’uomo. Perché rischia di teorizzare una povera caricatura di uomo, incapace di amare sia Dio che il prossimo.

L’altra frase che mi ha colpito domina tutta la scena: “Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”.

Nel cuore dell’uomo è prepotentemente radicato il desiderio di non morire e di non finire nel nulla, di non venire cancellato dalla morte, di sconfiggere la precarietà di cui facciamo esperienza in questa vita e, in maniera drammatica, anche in questi giorni. Le parole di Gesù, in fondo, sono quelle di cui ciascuno sente nostalgia. Le sentiamo necessarie per vivere.

Ogni altra parola di Dio, la storia del suo dialogare con l’uomo, tutta la vita della chiesa, alla fin fine, non avrebbero senso se Gesù non fosse la risposta a questo ineffabile desiderio, che è il più profondo del nostro cuore. Non c’è cosa, per quanto preziosa, che ci possa dare felicità piena se non fosse accompagnata dalla parola “per sempre”.

Il dialogo con Marta che racchiude le parole di Gesù, termina con una domanda: “Credi tu questo?”. Non è una sfida di Gesù alla fede di Marta. A Marta era appena morto il fratello e Gesù conosce bene il cuore per non sapere che la morte di una persona cara, cara come Lazzaro, rappresenta un’esperienza non solo di lacerazione affettiva ma anche di provocazione alla ragione.

Anche a noi che celebriamo l’eucarestia Gesù fa questa domanda: “Credi tu questo?”. Nell’eucarestia siamo in compagnia di Gesù e guardando l’Ostia consacrata comprendiamo che proprio in quell’Ostia sta la garanzia che le parole di Gesù hanno senso concreto e compiuto per noi e in quell’Ostia troviamo la forza per rispondere al “Credi tu questo?” Dicendo il nostro “Sì”.

L’Eucarestia è il pane che contiene tutta la divinità e tutta l’umanità di Gesù e diventa parte di noi e consente a noi di diventare parte di Dio. Nella comunione la realtà di Dio si fonde con la nostra realtà umana e qui poggia la certezza che la nostra vita va al di là della morte. ”Chiunque vive in me non morirà in eterno”.

La morte è l’arma estrema di satana per farci disperare della presenza di Dio nella nostra vita. Ma abbiamo l’Eucarestia. In questo pane consacrato l’Eterno ha deciso di unirsi a noi, e noi a lui, per sempre.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano