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La morte di Gesù è il luogo dell’amore   Venerdì santo   Gv 19, 25-37

“Gesù disse: è compiuto”. Quello che i capi dei giudei avevano in mente da settimane è stato perpetrato. Gesù è morto con la complicità dei romani per una parvenza di legalità; di fatto fu freddamente assassinato e loro si sentirono sollevati. Con questa morte si volta pagina, definitivamente. Non è forse l’esito normale del processo che Gesù stesso aveva imprudentemente innescato?

 Assassinio politico, come avevano suggerito alle orecchie compiacenti di Pilato, “noi non abbiamo altro re che Cesare”. Mentre per i giudei si tratta piuttosto di un omicidio religioso, la giusta punizione per una bestemmia: “noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire perché si è fatto Figlio di Dio”.

Per i seguaci di Gesù la sua morte fu una sventura sconcertante e totalmente incomprensibile. È accaduto l’irreparabile. Si è posto fine, brutalmente, a tante speranze. Le parole amare dei due discepoli di Emmaus riflettono, pochi giorni dopo, quella che doveva essere la delusione di tutti. Sollievo per gli uni, crudele delusione per gli altri, ma nessuno di questi stati d’animo riesce comunque a rendere pienamente conto di ciò che in realtà è accaduto.

Qualunque morte rimane difficile da capire e da decifrare. È quanto stiamo vivendo in questi giorni di pandemia per il virus. Ogni sofferenza umana ci lascia un’impressione di ingiustizia soprattutto quando si tratta di un innocente. A maggior ragione la morte di Gesù per coloro che a lui si erano affidati. E ancora, più che per chiunque altro, per la vergine Maria, la madre, d’ora in poi Madre dei dolori. Il suo cuore è stato trafitto da una spada.

Il vangelo non rivela nulla di lei in quel giorno e nessuno potrà dire qualcosa di più che il suo muto dolore. Ma tre giorni dopo, Maria vedrà e comprenderà che quella condanna a morte del figlio di Dio era certamente una fine ma era anche la fine della morte stessa. Si era definitivamente voltata pagina, certo, affinché Dio potesse scrivere una storia radicalmente nuova.

Che quella morte in sé non aveva nulla a che vedere con le ostilità che si erano accumulate intorno a Gesù, che quella morte non era il prodotto dell’odio ma, paradossalmente, era anche il frutto dell’amore, che non era un assassinio politico e neppure l’uccisione di un fanatico religioso, ma era semplicemente un gesto d’amore, che in Gesù, all’improvviso, la morte, fino a quel momento così oscura, così ingiusta, era diventata il luogo in cui, più di qualsiasi altro, si poteva “amare sino alla fine”.

Che la morte, ogni morte, poteva, da quel momento, diventare una morte d’amore e lo sarebbe diventata comunque un giorno, anche agli occhi di coloro che in quel momento non potevano comprendere. La morte è un luogo d’amore. Gesù l’aveva preannunciato che così sarebbe stata la sua morte, per amore degli uomini e per amore del Padre: “Non c’è amore più grande che dare la propria vita per chi si ama” (Gv 15,13).

E, prima di lasciare il cenacolo, luogo dell’ultima cena, per avviarsi verso il giardino degli ulivi, Gesù disse: “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui” (Gv 14,31). La sua morte fu all’incrocio di questi due amori.

E, dal momento che l’amore è sempre più forte della morte, agli occhi di coloro che l’hanno attraversata con Gesù, la morte non esiste più. Come per Gesù, anche coloro che muoiono in lui, con la loro morte distruggono la morte.

La sera del venerdì santo, accanto al corpo morto di Gesù e dinanzi al velo che ogni morte costituisce per i nostri occhi, possiamo già intravedere l’amore e la gloria che sono appena al di là di essa. “Oggi sarai con me in paradiso”. Noi lo crediamo, e lo speriamo.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano