cookiesE' entrata in vigore (dal 2 giugno 2015) la legge italiana sui cookie che recepisce la direttiva del Parlamento europeo, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche.
Chiudendo questo banner, acconsenti all’uso dei cookie.

Li amò sino alla fine    Giovedì santo     Gv 13, 1-15

Li amò sino alla fine. Un’ultima volta, prima della passione, dopo aver condiviso il suo corpo e il suo sangue con i discepoli, Gesù vuole mostrare cosa significa ‘amare sino alla fine’ e lo fa attraverso una specie di gioco di ruolo, profetico, che vede tutti coinvolti. C’è una lavanda dei piedi, un servo e un maestro.

Per l’occasione Gesù ribalta i ruoli e sconvolge l’ordine. Colui che i discepoli chiamano Signore e Mastro ora è il servo. E i servi sono divenuti tutti maestri di colui che prima era il loro Signore. D’ora in poi amare sino alla fine sarà questo.

Ma perché un simile rovesciamento di ruoli? Perché Dio come servo? Per fare memoria di quanto Isaia aveva annunciato? “Non ha apparenza né bellezza, disprezzato e reietto dagli uomini,
percosso da Dio e umiliato” (Is 53, 2-4).

Non è detto. Infatti Pietro non ricorda, anzi recalcitra di fronte a un gesto che giudica improprio, indegno per Gesù. Gesù si inginocchia davanti a lui e si dispone a lavargli i piedi. ”Signore, tu lavi i piedi a me? Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. E Gesù deve insistere: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Se Pietro rifiuta non ci sarà posto per lui nel Regno di Gesù né tra i suoi amici, non ci sarà posto nel suo amore.

D’ora in poi l’amore sino alla fine sarà proprio questo. Gesù, il Signore, si inginocchia e si umilia davanti ai discepoli e in particolare proprio davanti a lui che lo rinnegherà poco dopo. Il Signore si abbassa dinanzi al peccatore per raggiungerlo e purificarlo là dove si è macchiato. Il medico si mette sullo stesso piano del malato per poterlo toccare e curarne le ferite.

L’amore di Dio arriva fino a questo punto e il ruolo che Gesù interpreta non fa che tradurre concretamente l’itinerario della redenzione. Per salvarci dal peccato non c’era altra strada. Gesù doveva raggiungerci là, nel peccato, il suo amore doveva abbassarsi fino a quel punto.

Pietro forse si aspettava un altro intervento, glorioso e più adeguato alla dignità di Gesù e anche un po’ meno umiliante per se stesso, anche se sapeva di essere peccatore. Meno umiliante anche? Sì, perché Pietro, lasciando che Gesù si abbassi per raggiungere i suoi piedi non può che riconoscere la necessità di vederli purificati da Gesù. Pietro non vuole accettare un amore che si umilia fino a quel punto, se non ammettendo che i suoi piedi sono sporchi.

Un amore così grande può essere capito e accettato solo attraverso i propri peccati che attendono il perdono. È proprio Pietro il peccatore che Gesù viene a incontrare, e non il giusto che non ha bisogno di conversione. E’ difficile accettarsi così peccatori?

No, perché non tocca a Pietro umiliarsi per primo né è chiesto a qualsiasi altro peccatore. Quando Dio e un peccatore si riconciliano è sempre Dio che si umilia e si abbassa per primo e va anche più in basso perché, nel suo amore, non vuole che la coscienza del proprio peccato opprima il peccatore e lo getti nello scoraggiamento o nello sconforto.

Dio si fa piccolo e assume il ruolo del servo perché chi ha peccato possa già intravedere un barlume dell’amore di Dio. L’amore sino alla fine è questo. È la pasqua del Signore Gesù che si umilia fino alla morte, e alla morte in croce, per il perdono di tutti i peccati.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano