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Un recinto, la sua porta     Gv 10, 1-10

Un recinto ha la sua porta. La porta di uno spazio sicuro per le pecore e il pastore che entra ed esce con le pecore attraverso questa porta. Perché la vita delle pecore sia sicura.

Ma ecco l’insidia dei ladri e dei banditi. Anche loro entrano nel recinto ma non dalla porta, si arrampicano da qualche altra parte. Vengono soltanto per rubare, uccidere e distruggere. Questo è lo scenario descritto nel vangelo di Giovanni.

La porta, le pecore, il pastore, i ladri e i briganti. Queste immagini mettono i brividi. Il contrasto è molto forte e netto. E riguarda Gesù stesso e gli uomini che rappresentavano il meglio della società religiosa del suo tempo. Gesù non si limita a denunciare ma vuole darci dei criteri perché ognuno possa riconoscere quando un’esperienza religiosa è esperienza con Dio e non piuttosto con ladri e briganti. Gesù ci offre tre criteri di riconoscimento per un incontro vero con Cristo: verità, libertà e carità.

Verità. Io sono la porta. Una sola è la porta attraverso la quale si entra nello spazio sicuro, dove le pecore sono custodite ed è Cristo. Altri recinti dove si entra senza incontrare Cristo nella sua parola e nei sacramenti non sono una casa sicura. Chi si avvicina alle pecore senza passare attraverso Cristo ma arrampicandosi da qualche altra parte è un malintenzionato.

Libertà. Gesù dice di essere la porta, non il recinto. La pecora potrà entrare e uscire e trovare cibo. Un’esperienza religiosa se assume i torni della costrizione, della limitazione arbitraria dello sviluppo della vita, della capacità affettiva, intellettiva, della libertà, se diventa frustrante obbedienza ad una forma di autoritarismo, non è esperienza di Dio.

Carità. Il pastore che si serve della porta per fare entrare e uscire le pecore dal recinto, che si fa per l’altro sacramento dell’incontro con Cristo, vuole veramente bene alle pecore. Garantisce la verità: entra dalla porta. Le chiama per nome, le conosce ad una ad una, le identifica. Di ognuna scopre e rispetta l’unicità, non coltiva pretese di omologazione e le porta fuori e cammina davanti a loro. Le guida, le difende, le accudisce ma accetta anche la sfida della libertà. Perché abbiano la vita, una vita vera   e completa.

Verità, libertà e carità. Un monito per ciascuno di noi chiamati a nostra volta ad essere per gli altri testimone o anche strumento di esperienza di Dio. Un monito per la chiesa, per le sue istituzioni, per la famiglia e per la scuola.

Verità, libertà e carità. Sappiamo come sia forte, soprattutto oggi, la tentazione di una verità semplificata o scontata, con gli spigolo smussati per non perdere popolarità. Conosciamo anche la tentazione di una verità arrogante, impartita per garantirsi un ruolo, la tentazione di un’autorità tanto più pretesa e imposta, quanto più si è deboli in autorevolezza.

Conosciamo come sia sottile il confine tra educare e plagiare, tra prudenza e censura, tra farsi guida attenta e diventare padroni, tra formare una moralità della coscienza o condannare allo scrupolo.

“Io sono venuto perché abbiano la vita”. Questa promessa di Gesù ci è di aiuto per riconoscere i veri profeti ma insieme ci richiama a esaminare il nostro agire di sacerdoti, di educatori, di evangelizzatori, di genitori e di cristiani testimoni.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano