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Il seminatore uscì a seminare   Mt 13,1-23.

Il vangelo si apre con una immagine: “Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole.” Immaginate lo spettacolo?

La prima cosa che Gesù dice è che “il seminatore uscì”. Uscire! Uscire è il verbo che rivela la condizione indispensabile sia dell’annuncio e sia dell’ascolto: è necessario “uscire di casa” per ascoltare. Quante volte anche papa Francesco ci ricorda la necessità di una “chiesa in uscita”.

Il racconto prosegue descrivendoci l’itinerario del seme, gli incontri che fa e il loro esito: “Una parte, un'altra parte , un'altra parte ancora e infine un'altra parte”. La parabola ci dice che ci sono terreni che non riescono a portare il frutto desiderato ma è bello attraversare i vangeli e scoprire che c’è una strada e che anche le pietre e le spine hanno portato frutto.

“Lungo la strada”, infatti, i due discepoli di Emmaus“...erano in cammino verso il villaggio di Emmaus ...” e Gesù “...cominciando da Mosè e dai profeti, spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a Lui ...”. Dunque, il seminatore semina lungo la strada, ma questa strada porta frutto: “...Ed essi si dicevano l’un l’altro: non ci ardeva forse il cuore mentre conversava con noi lungo il cammino e ci spiegava le scritture? E partirono, senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme...”.

E ancora. È sulla “pietra” che è Pietro che Gesù edifica la sua chiesa. Gli basta il suo ritrovato amore. “Pietro mi ami tu?” “Signore tu lo sai che ti amo”. “Pasci le mie pecorelle”.

Ed è dalle “spine” della preoccupazione e dalla agitazione di Marta che, come l’evangelista ci racconta, nasce la professione di fede nella risurrezione del Signore: “Io sono la risurrezione e la vita... credi tu questo? ... Credo Signore...”.

Ti preoccupi e ti agiti, sono gli stessi verbi usati per il seme che viene soffocato. Il dono d’Amore del Signore e la sua risurrezione, trasformano in terreno buono che porta frutto anche la strada, le pietre e le spine!

Ma perché Gesù parla in parabole? Sembra che il fine delle parabole sia che chi ascolta rimanga lì dove si trova. O non sarà invece il tentativo usato da Gesù che per salvare a tutti i costi? Gesù legge la realtà così come è, ma ha nel cuore la speranza che si trasformi. È la speranza di chi ama e porta con sé il sogno che la realtà cambi.

Già il profeta aveva denunciato: “si è indurito infatti il cuore di questo popolo”. Gesù darà “l’antidoto” per guarire il cuore, perché i sensi tornino a percepire l’annuncio della salvezza. E’ il desiderio che guarisce il cuore e riattiva l’ascolto e la visione.

L’organo dell’ascolto e della vista non sono né l’udito né gli occhi, ma è il cuore. Se il cuore è occupato e affannato, allora i nostri orecchi non ascolteranno e i nostri occhi non vedranno. Il desiderio mantiene il cuore vigilante e attento al sussurro della Parola di salvezza e pronto a cambiare strada.

Gli scogli che impediscono alla Parola di portare frutto sono tanti. Non la comprendiamo, non la prendiamo con noi, per noi, quando pur accogliendola, non le diamo tempo, costanza e pazienza perché metta radici. Quando all’ascolto si mescolano preoccupazioni e affanni, situazioni che viviamo da “gestori”, non lasciando a Dio il primato sulla nostra vita. La Parola è soffocata da noi stessi perché che noi diventiamo più importanti della Parola.

Ci conceda il Signore di ascoltarlo e rimanere con Lui perché la Parola seminata in noi non ritorni senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano