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Una fame saziata

La Parola di questa domenica è un invito pressante ad andare dal Signore Gesù perché sia saziata ogni nostra fame e sia placata ogni sete. E’ il Signore stesso a rivolgerci l’invito attraverso le parole del profeta Isaia: “O voi tutti assetati, venite all’acqua” ed è sempre lui a rivolgere al suo popolo una domanda cruciale: “perché spendete denaro per ciò che non sazia?”.

Come esiste un vendere tutti i nostri averi per comprare il campo dove è nascosto il tesoro, così c’è uno spendere tutto quello che abbiamo per ciò che non sazia e che ci costringe ad una fame e ad una sete inestinguibili. Bisogna saper distinguere quale è la vera acqua, occorre saper scegliere dove ci è possibile “comprare e mangiare, senza denaro e senza spesa, vino e latte”. Occorre saper riconoscere che in Cristo, la vita per noi è data per grazia.

Nel testo della liturgia di oggi anche Gesù, come il Battista, si ritira in un luogo solitario, ma di fronte alle folle che accorrono a lui, si lascia commuovere: “ebbe compassione”. La stessa esperienza che Gesù vive davanti al sepolcro di Lazzaro; la stessa compassione che prova davanti alla madre vedova che piange la morte del suo unico figlio.

Questa compassione è il centro capace di modificare le scelte di Gesù, è il luogo in cui la comunione con il Padre si fa visibile e tangibile anche per noi affamati di vita, è ciò che spinge Gesù dal ritirarsi in disparte al donare se stesso attraverso una successione di eventi, all’origine dei quali c’è il dialogo con i suoi discepoli.

Sono proprio i discepoli a costatare la verità dei fatti e a farne una lettura chiara a Gesù: “Il luogo è deserto e ormai è tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. A questa analisi il Signore risponde con un invito che li fa passare dalla misura al dono: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”.

E i discepoli come noi, non smettiamo subito di fare i nostri calcoli: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”, calcoli che non fanno altro che misurare quanto siamo poveri di fronte a ciò a cui il Signore ci chiama, quanto sia impossibile per le sole nostre forze entrare nella misura senza misura del Vangelo.

E qui, nel cuore di questa impossibilità, che ha abitato l’esperienza di ogni discepolo, e di Pietro (“abbiamo pescato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”) e di tutti gli altri discepoli, proprio in questo punto di rottura con le nostre misure e i nostri calcoli, avviene il miracolo attraverso una successione di eventi che ci introducono nel cuore del mistero Eucaristico, luogo nel quale si rinnova il gesto quotidiano della compassione di Dio per noi.

“Prese i cinque pani e i due pesci e alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani, li diede ai discepoli e i discepoli li diedero alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati”.

Si tratta di accogliere l’invito a sfamarci di Lui e a dissetarci alla sua acqua per imparare ad entrare in un'altra logica di vita, per accogliere la nuova misura dell’amore sovrabbondante che non si tira indietro di fronte all’impossibilità, ma accetta la sfida di consegnare come offerta di sé non solo quello che si possiede, ma anche quello che si pensa di non avere nella certezza che il nostro niente nelle mani di Dio diventa pane capace di saziare fino alla sazietà sovrabbondante tutti coloro che, come noi, hanno fame e sete di vita.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano