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Non sono un fantasma     Lc 24, 35-48

È passata la paura di aver perso per sempre Gesù. Due discepoli avviliti sulla strada di Emmaus incontrano lo stesso Signore apparso alle donne presso il sepolcro. Gesù si è fatto vicino ai due che si allontanavano con la morte nel cuore e apre i loro occhi, medica le loro ferite, rianima il cuore e ridona energia a quanti erano paralizzati dalla paura, sopraffatti da un evento più grande di loro.

“Non sono un fantasma” dice Gesù a chi si ritrova con un cuore di pietra logorato dal dolore o dal dubbio. La fede è sempre stata merce rara già da allora. Così Gesù snocciola una serie di inviti per sgretolare questa freddezza: “guardate, vedete, guardate e toccate, mangiamo insieme”. E come i due discepoli di Emmaus riconoscono Gesù allo spezzare il pane, così ora gli altri discepoli credono di fronte al segno familiare del pasto condiviso.

Ancora una volta le strade di Dio sono quelle dell’uomo e gli apostoli non dimenticheranno più quel cibo frugale, quel pesce diventato prova del suo ritorno alla vita. Gesù mangia insieme per sconfiggere la loro paura. Mangiare insieme è il segno familiare e caldo di un legame rinnovato, di una comunione ritrovata, dell’autenticità di una presenza.

Non sono un fantasma, ripete Gesù e ripensa alla grotta di Betlemme dove era nato povero tra i più poveri, rivede gli occhi dei pastori, pieni di luce, primi testimoni del grande evento, i magi venuti da lontano per incontrarlo, la sua casa a Nazareth e il lavoro con Giuseppe per imparare a diventare uomo, sente lo sciacquio delle acque del lago dove incontra Pietro e Andrea, ricorda le reti vuote lanciate al largo e ritornate a riva cariche di meraviglia, rivede il sorriso dei bambini della sua terra e gli pare di sentire il profumo dei gigli del campo e la fragranza del pane che Maria la madre gli preparava. Rivede ogni cosa e sente che tutto questo gli appartiene.

Non c’è altra strada per parlare di Dio che la strada dell’uomo. Per questo Gesù abbraccia il lebbroso, si ferma davanti a un cieco, mangia a casa di Zaccheo, partecipa alla festa di nozze a Cana, siede a un pozzo ad aspettare chi si era smarrito, piange la morte di Lazzaro e prende in braccio i bambini. L’uomo parla così. E Gesù si incarna in questa parola umana rendendola divina.

Perciò “guardate, vedete, guardate e toccate, mangiamo insieme”. Mi riconoscerete, sono io, non un fantasma. Le parole del pellegrino avevano scaldato il cuore ma solo il gesto del pane spezzato aveva conquistato il cuore a Emmaus. Oggi è ancora così. Lo ha detto Gesù. Fate questo in memoria di me. Spezzare il pane e bere il vino in nome suo, è il linguaggio di Dio lasciatoci come dono e pegno.

Gesti concreti che parlano di lui. Mi hai vestito e visitato, mi hai dato da mangiare; ero forestiero e avevo sete. Questi gesti continuano a parlare di lui. Il vestito del risorto è l’umanità. Il risorto assume tutti i volti della terra e abita ogni vita. L’umanità è il nuovo corpo di Dio.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano