La strada ritrovata        Mt 2, 1-12   e Gv 2, 1-12

Si racconta che uno dei servi dei Magi, al ritorno, fatta un po’ di strada con i compagni, giunto là dove bisognava separarsi, si fermò come per prendere fiato. Fu così che, poco dopo, la carovana ripartì ma senza di lui.

Anche lui, con il suo sapiente sovrano, aveva visto il bambino ed era rimasto affascinato dal viso dolce e regale della madre. Ma ciò che lo aveva impressionato di più era stato vedere il suo padrone, il suo re, prostrato a terra, sulla nuda terra e in adorazione. Una nostalgia piena di fascino e una voglia inconfessabile di comprendere agitavano il suo cuore.

Quel servo aveva deciso di ritornare a vedere. Sapeva bene che la strada non era la stessa dell’andata. Ma quella strada se la ricordava bene, diceva. Gli pareva di non essersi allontanato molto. Lui, abituato ai viaggi del suo sapiente padrone, pensava, avrebbe ritrovato facilmente la via.

Si mise in cammino… ma non ritrovò la strada. La prima notte calò in fretta e così la seconda e poi la terza. Ormai non le contava più. Passarono i giorni, le notti, gli anni nel tentativo di tornare e vedere, vedere e capire.

Preso da questo desiderio non aveva fatto attenzione a ciò che era accaduto intorno. Aveva visto madri piangere disperate i loro bambini, villaggi popolati solo da adulti e da vecchi. Mancavano i ragazzi e i giovani per colpa di Erode.

Nemmeno si era accorto del suo invecchiare. Solo la povertà, ormai estrema, lo riportò alla realtà. Lui, servo ma abituato agli abiti di lusso, ai cavalli e ai cammelli riccamente bardati, dovette stendere la mano e mendicare. Si decise a cercare lavoro e fare di quella terra la sua patria.

Conosceva ogni sentiero, ogni strada, ogni segreto passaggio, eppure quella terra era diventata come un labirinto di cui non trovava l’uscita e la casa che andava cercando per vedere e capire era come sparita nel nulla.

Forse era stato solo un sogno della sua giovinezza. Le immagini dei Magi, il loro comune e fraterno cercare, il loro adorare e donare erano ormai sfuocate e lontane. Ma gli restava la nostalgia di quel bambino e, soprattutto, la dolcezza del volto della madre. Un volto troppo bello per averlo solamente sognato.

Trovò lavoro presso un ricco venditore di olio e di vino. Come gli altri salariati andò a prestare servizio a un banchetto di nozze. Ed era lì, presso le giare dell’acqua per la purificazione. Ascoltava i canti della festa che gli ricordavano, con dolente malinconia, il suo paese, quando una donna si avvicinò e con ferma dolcezza disse: “Fate tutto quello che egli vi dirà”. E venne il Figlio e quell’acqua, fresca e abbondante, era diventata vino.

Tutti coloro che lo sapevano, a cominciare dal padrone, erano nella più grande meraviglia. Ma a lui non interessava il vino ma quel volto e quella voce. Sì, era lei, la madre del bambino di Betlemme e lui era il bambino. La gioia gli scoppiò nel cuore.

“Fate tutto quello che vi dirà”. Ma come aveva fatto a non comprendere prima! Era quella la strada che andava inutilmente cercando tra le strade della terra d’Israele. Era quella la via che subito avevano capito i suoi Re Magi. I Magi che possedevano la sapienza del cuore. Avevano fatto tutto quello che era stato detto loro dall’alto, dalla voce divina. Si erano fidati.

In silenzio, da lontano, tra l’agitazione e la meraviglia di tutti gli invitati, quel servo non poteva staccare lo sguardo dal volto della madre che silenziosa, con le altre donne, continuava a servire al banchetto di nozze. Di tanto in tanto, con materna tenerezza, lei posava il suo sguardo sul Figlio. Anche quel giorno era una epifania.

Il servo finalmente aveva compreso. E, ora, era pronto a percorrere quella strada. In nessuna carta geografica, in nessuna mappa, si può trovarla tracciata. Solo Dio può disegnarla nel cuore di coloro che lo cercano con umiltà.

A tutti e sempre, la indica la voce della Madre: “Fate tutto quello che egli vi dirà”. Allora ogni giorno può essere l’Epifania.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano