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Sacra Famiglia  Lc 2,22-40

Oggi la luce del Natale brilla e illumina la famiglia, ogni famiglia, che si sforza di essere sacramento dell’amore di Dio nel mondo. Guardando la famiglia di Nazareth, cosi uguale alle altre e così singolare rispetto ad ogni altra, non fatichiamo a far nostre le parole del vecchio Simeone: “i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te per tutti i popoli, luce per illuminare le genti”. Il vangelo ci testimonia che sono due anziani profondamente religiosi, come tanti nei secoli, che hanno tramandato alle nuove generazioni una fede genuina e forte come una quercia.

La famiglia sognata da Dio non è certamente imprigionabile sotto una campana di vetro che la preserva dalle miserie, tuttavia essa non è fatta per l’ombra, ma per la luce, tanto che il disegno di Dio sulla famiglia è che essa riproduca nel vissuto umano l’esperienza di amore oblativo della Trinità.

Nel vivere gioiosamente il comandamento che “non c’è amore più grande che dare la vita per chi si ama”, impariamo a servire piuttosto che a servirsi, a donare prima che esigere; il volere il bene prima che il semplice volere bene. Nel perdono e nella riconciliazione come unica via per sdrammatizzare e risolvere sul nascere l’insorgere di crisi familiari che oggi hanno assunto la proporzione di una autentica tragedia.


Alle giovani generazioni ricche di esperienze le più varie, ricche di molte cose, di possibilità di istruzione, di divertimento, non deve mancare il necessario riferimento a Dio, senza il quale insorgono fragilità, inconsistenze, insipienze e assenza di grazia.

Quando troppi giovani giocano a rischiare la vita o a mettere a repentaglio la vita altrui per provare forti emozioni e scariche di adrenalina, ciò significa che siamo vicini alla bancarotta morale e al fallimento civile, al crack educativo, poiché risultiamo assai carenti quanto a umanità, quanto a consistenza psicologica, quanto a capacità di avviare alla vita, quanto a maturità di fede, quanto all’abilità di forgiare uomini e donne pienamente maturi. Rischiamo, come umanità, di essere una madre sterile, incapace di dare la luce ai suoi figli.

È la fede profonda, coltivata e raffinata, che è riuscita a far sentire “giovane” il vecchio Abramo, al punto da indurlo a mettersi a contare le stelle del cielo con l’ingenuità di un bambino o di un innamorato, da spingerlo a credere che alla sua età avrebbe avuto un figlio, da avere la grazia di vedere finalmente una famiglia felice, quando ogni speranza era tramontata; da accogliere un dono oltre ogni previsione, ogni attesa, ogni speranza. Il figlio non è diritto, ma dono.

Dio si offre come pienezza di felicità e di vera realizzazione alla famiglia di oggi, tanto quanto si era proposto ad Abramo. Dio è l’unico capace di restituire giovinezza agli anziani, di accendere speranze, entusiasmi e sogni nei giovani. La luce e la felicità di Dio non sono un surrogato come quelli reperibili ovunque a prezzi stracciati ma umanamente salati, molto salati.

La santa famiglia di Nazareth rivolge, oggi, a tutte le famiglie l’invito che la liturgia nuziale proclama ai giovani sposi: “Diventate sacramento dell’amore di Cristo, diventate piccola Chiesa domestica, diventate luogo naturale dell’amore e della vita, diventate luce per illuminare le genti e gloria del nostro popolo”.

Oggi la liturgia che celebriamo domanda prepotentemente di essere travasata nella vita quotidiana, affinché essa profumi di parola, di eucaristia e di testimonianza dell’amore.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano