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Re di un’altra strada   Mt 2, 1-12

Il vangelo di oggi è solo in parte in sintonia con la gioia dell’annuncio degli angeli nella notte di Natale. “Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Gerusalemme, invece, alla notizia dell’evento, non partecipa alla gioia ma precipita nel sospetto.

Non appena i Magi diffondono la voce della nascita del re dei giudei, un’ondata di inquietudine si impadronisce della città. Della Gerusalemme ufficiale, rappresentata dal re Erode e anche del popolo. “All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme”.

La nascita di Gesù non suscita entusiasmo, al contrario, semina inquietudine e genera paura. Gli abitanti di Gerusalemme con il potere che li amministra si accordano e cercano di difendersi da lui. Erode moltiplica le consultazioni per calcolare la data e ipotizzare il luogo di questa nascita, tanto indesiderabile quanto inopportuna.

Nasce ora il malinteso che continuerà a crescere per tutta la durata della vita di Gesù fino a toccare il culmine qualche settimana prima della sua condanna. È un malinteso tragico, a causa del quale Gesù, alla fine, sarà messo a morte.

Colui che viene a salvare il suo popolo è sentito, fin da subito, come una minaccia, una presenza inquietante. Si fa strada il sospetto che egli possa detronizzare il rappresentante del potere politico per prenderne il posto. Anche se il canto degli angeli annunciava la pace a tutti gli uomini che Dio ama, l’opinione pubblica individua invece in Gesù un fomentatore di disordini, un sovversivo.

Deve essere stato il titolo di Re, usato dai Magi, a scatenare una simile reazione di panico. “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?” ripetevano imprudentemente. Usavano già quel titolo! Di fatto, è proprio attorno al titolo di re che l’equivoco continua ad allargarsi fino all’esasperazione del malinteso che costituirà la trappola mortale nella quale Gesù finirà per cadere.

“Dunque tu sei re?” dirà Pilato, il rappresentante del massimo potere politico dell’epoca, per concludere con quel “dunque” il sospetto che girava su tutti i gesti e le parole di Gesù, prima di diventare il principale capo d’imputazione per la sua condanna a morte.

A nulla servono le parole di Gesù “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. Nessuno lo ascolta e nessuno gli crede, anzi cresce la paura e la voglia di sbarazzarsi di lui al più presto.

Già Erode avrebbe voluto farlo con un abile stratagemma adducendo a pretesto il desiderio di adorarlo. Stratagemma divinamente sventato da Dio in persona che farà in modo che i Magi “Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.

Per molto tempo ancora Gesù e i re della terra troveranno difficile la convivenza. Per il momento, solo i semplici, i senza nome, i poveri in spirito, sono pronti ad aprirsi alla luce dell’Epifania. Sono i pastori della campagna, i Magi così fiduciosi nella loro semplicità e nel loro candore di stranieri, e tutti i poveri dal cuore disponibile che non si sono ancora compromessi con un altro re. Per noi, per tutti questi e grazie a questi “pace in terra agli uomini che Dio ama”.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano