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La tentazione del tempio   Gv 2, 13-25

Per quanto ci sforziamo di addolcire la scena, non riusciamo a nascondere la spigolosità imbarazzante del gesto di Gesù che caccia i mercanti dal tempio. Ci disturba questo scoppio di collera, questo ricorso alle maniere forti. 


La sfuriata ha come destinatari coloro che sulla porta del tempio vendono merce, anche se il loro ruolo è puramente funzionale al culto. Come si poteva sacrificare un animale a Dio se non lo si trovava pronto sul posto? Come si poteva evitare l’insulto di donare al tempio del denaro che recava l’effigie di divinità straniere? Era necessario che qualcuno cambiasse le monete pagane in monete ebraiche.

Ma la relazione con Dio, il rapporto con il Padre che costituisce l’asse portante della vita, correva il serio pericolo di essere attraversato da un terribile equivoco. I mercanti fanno credere che anche Dio, in fondo, è in vendita e che basta poco per ammansirlo o strattonarlo, con le lusinghe, dalla propria parte.

Dio non è in vendita, è il grido di Gesù. Dio non si compra. Il suo amore, la sua grazia, non sono frutto di una transazione commerciale. Chi si illude di poterlo comperare si sbaglia.

Dio non è in vendita e l’odore del denaro diventa una puzza insopportabile quando proviene da attività svolte all’ombra del campanile, sotto la copertura del tempio o con il pretesto del culto. Dio non è in vendita e coloro che lo fanno credere bestemmiano perché disonorano Dio riducendolo a maschera.

È l’eterna tentazione di Adamo: mettere le mani su Dio. Bisogna avere il coraggio di riaffermare decisamente che, spesso, il denaro puzza!. Puzza quando non è onesto, puzza quando non ha come fine l’amore. Puzza quando nasconde il proposito di comandare a Dio e alla sua chiesa. Puzza quando ha lo scopo di esibire forza e potere.

La collera di Gesù oggi ci raggiunge tutti ed esige rispetto. Gesù chiede al popolo ebreo, sottratto alla schiavitù del faraone, di rimanere libero. Lo ha affrancato dalla schiavitù dell’idolatria, dell’asservimento al tempo, al possesso, alla violenza, alla falsità e gli propone di compiere, finalmente, il passaggio dalle catene dell’Egitto al servizio liberante e libero di Dio. Gesù manda in frantumi un giocattolo tanto vantaggioso quanto ignobile, che mortifica la fede, rapina il prossimo e ingrassa i furbi.

Il capovolgimento portato da Gesù è un Dio che non chiede più sacrifici, ma che sacrifica se stesso, prende su di sé il male e lo porta fuori dal mondo, fuori dal cuore e lo inchioda sulla croce. E per questo gesto di purificazione del tempio, Gesù pagherà con la distruzione del tempio del suo corpo.

Gesù rovescia il mercato e disinnesca le trappole dell’individualismo ma apre, invece, anzi, spalanca i tavoli della generosità, della condivisione e della testimonianza di amore, di impegni di presenza e di continua reperibilità.

E a questo tavolo vediamo Gesù stesso che prende il posto dell’indigente, del misero, dello smarrito e del senza fissa-dimora, che aspetta chi lo adotti, chi lo riconosca come uomo. Lui è il Trasfigurato, lui è l’Ecce Homo che conosce ogni uomo, perché identico, che offre il tempio del Padre suo come casa per l’accoglienza, per l’incontro, per la preghiera, il santuario del suo corpo per la salvezza. E in questa casa non si vendono falsi paradisi o illusioni, ma si scambiano amore e speranze, per risorgere anche in tre giorni.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano