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Un amore più forte della morte

“Tutto è compiuto”. Nel momento stesso in cui muore Gesù ne fa serenamente la costatazione. Quando diciamo di una persona o di un avvenimento che tutto è finito, ci riferiamo al punto finale molto vicino al nulla o ci riferiamo a quando un avvenimento tocca il suo punto più alto e culminante.

 

A prima vista, la croce di Gesù sembra la fine di tutto, un fallimento. Era quanto temevano gli amici di Gesù e era quanto invece volevano i suoi nemici. Ora che Gesù non c’è più non potrà più fare niente per nessuno. È stato re per burla e prima che morisse glielo hanno gridato in faccia. Gesù, inchiodato sulla croce, sprofonda nell’impotenza senza altra via di uscita.

La morte, punto finale della vita pubblica di Gesù, manda in frantumi tutti i progetti dei discepoli. Senza più Gesù, le speranze sono crollate. Restano solo lo smarrimento e i cocci di un grande sogno e qualche ferita al loro amor proprio.

La morte di Gesù ha, inoltre, esibito la loro fragilità. La paura di fronte ai soldati e la fuga precipitosa. Amarezza bruciante soprattutto per il primo di loro, Pietro. La vergogna e il rimorso per le stupide risposte a una serva. Ed gli è bastato il canto del gallo per scoprire la verità. Ma soprattutto l’incontro con uno sguardo, l’ultimo, senza parole, senza condanna e di una tristezza infinita.

Piange Pietro e piange anche Maria, la madre, con quel figlio, pieno di sangue, gonfio e tumefatto. Non c’è niente di più irrimediabile di un figlio morto troppo presto e deposto tra le braccia di una madre anch’essa troppo giovane ma crudelmente invecchiata. Dolore muto, infinito, e pianto.

Maria non è sola a piangere. Con questo cuore di madre piange anche il Padre. Perché Gesù, sulle ginocchia della madre, giace anche sulle ginocchia e sul cuore del Padre. Il Padre ha bisogno del corpo e del cuore di Maria per sentire fino a che punto gli costi ora, quanto gli faccia male ora il non aver risparmiato il Figlio e averlo sacrificato per tutti noi.

Ma il cuore del Padre che tanto soffre continua a vegliare. Il Padre può soffrire ma non può smarrirsi. Egli non cessa d’amare, anzi, ora ama più che mai. Le mani nelle quali Gesù si è consegnato nella morte abbracciano anche tutti noi. Perché quella morte, la sua morte, era un gesto d’amore, che chiamava l’amore.

La morte oggi ha cambiato direzione e senso. Non è più un punto finale ma il punto culminante. In bocca a Gesù il “Tutto è compiuto” ora vuol dire “Tutto ha raggiunto la pienezza”. Ciò che né l’amore delle pie donne, né l’amore di Giovanni e neppure quello di Maria la madre poteva realizzare, lo può ora l’amore del Padre. E lo farà. Perché l’amore è più forte della morte.

L’amore del Padre glorificherà Gesù perché è il figlio prediletto e non poteva e doveva essere abbandonato alla morte. Gesù sarà rivestito di gloria che già aveva prima della creazione del mondo. Dal cielo il Padre vede che questo mondo porta un altro mondo in grembo. E il Crocifisso, sulla collina, ne possiede la chiave.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano