cookiesE' entrata in vigore (dal 2 giugno 2015) la legge italiana sui cookie che recepisce la direttiva del Parlamento europeo, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche.
Chiudendo questo banner, acconsenti all’uso dei cookie.

LogoBlu

Traducteur-Translator

Quella pietra              

Gesù giaceva nella sua tomba e stava oltre una pietra pesante. Eppure Gesù, anche senza vita, ha continuato a donarla "scendendo agli inferi", ossia nel punto più basso possibile, portando fino al limite estremo la sua solidarietà con gli uomini.

Il Vangelo di Pasqua parte proprio da questo limite, dalla notte buia. Scrive l'evangelista Giovanni che "era ancora buio" quando Maria di Magdala si recò al sepolcro. Era buio fuori, ma soprattutto dentro il cuore di quella donna; il buio per la perdita dell'unico che l'aveva davvero capita e amata. Con il cuore triste Maria si reca al sepolcro.

Appena giunta vede che la pietra posta sull'ingresso, una lastra pesante come ogni morte e ogni distacco, è stata ribaltata. Non entra. Corre subito da Pietro e da Giovanni: "Hanno portato via il Signore!", grida. Neanche da morto, pensa, lo vogliono. E aggiunge con tristezza: "Non sappiamo dove l'hanno messo".

La tristezza di Maria per la perdita di Gesù, anche solo del suo corpo, è uno schiaffo alla nostra freddezza e alla nostra dimenticanza di Gesù vivo. Questa donna è un esempio per tutti. Solo con i suoi sentimenti nel cuore è possibile incontrare il Signore risorto. È lei e la sua disperazione, infatti, che muovono Pietro e l'altro discepolo che Gesù amava. Essi corrono immediatamente verso il sepolcro vuoto. Dopo aver iniziato insieme a seguire il Signore durante la passione, sebbene da lontano, ora si trovano a "correre insieme", per non stargli più lontano. È una corsa che esprime finalmente l'ansia di ogni discepolo che cerca il Signore.

Anche noi, forse, dobbiamo riprendere a correre. La nostra andatura è diventata lenta, forse appesantita dalla paura di scivolare e di perdere qualcosa di nostro, dalla pigrizia di un realismo triste che non fa sperare più nulla, dalla rassegnazione di fronte al male e alla violenza che sembrano inesorabili. Bisogna riprovare a correre, lasciare quel cenacolo dalle porte chiuse e andare verso il Signore. Sì, la Pasqua è anche fretta.

Giunse per primo alla tomba Giovanni, il discepolo dell'amore: l'amore fa correre più veloci. Ma anche il passo più lento di Pietro lo porta fin sulla soglia della tomba; ed ambedue entrarono. Si erano trovati davanti ai segni della resurrezione e si lasciarono toccare il cuore.

Fino ad allora "non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli doveva risuscitare dai morti". Questa è spesso la nostra vita: una vita senza resurrezione, una vita senza Pasqua, rassegnata di fronte ai dolori degli uomini, rinchiusa nella tristezza, passiva sotto un mondo che ci crolla addosso.

La Pasqua è venuta, la pietra pesante è stata rovesciata e il sepolcro si è spalancato. Il Signore ha vinto la morte e vive per sempre. Non possiamo più starcene chiusi come se il Vangelo della resurrezione non ci sia stato annunciato. Il Vangelo è resurrezione, è rinascita, è vita nuova.

Questa Pasqua non può passare invano; non può essere un rito che stancamente si ripete; essa deve cambiare il cuore e la vita di ogni discepolo, di ogni comunità cristiana, del mondo intero. Si tratta di spalancare le porte al Risorto che viene in mezzo a noi.

A Pasqua Gesù deposita nei cuori degli uomini il soffio della resurrezione, l'energia della pace, la potenza dello Spirito. La nostra vita è come coinvolta in Gesù risorto e resa partecipe della sua vittoria sulla morte e sul male. Assieme al Risorto entrerà nei nostri cuori il mondo intero con le sue attese e i suoi dolori.

Entrerà in questo mondo malato ma anche percorso da un grande anelito di pace e di giustizia. Potremmo dire che questo mondo ferito è presente nel corpo stesso di Gesù, nelle piaghe che sono ancora nel suo corpo. Egli le presenta a noi come le mostrò ai discepoli, perché possiamo cooperare con lui alla nascita di un cielo nuovo e di una terra nuova, dove non c'è più né lutto né lacrima, né morte né tristezza, perché Dio sarà finalmente tutto in tutti.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano