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Le ferite dell’amore         Gv 20,19-31

È passata una settimana dal mattino di Pasqua e i discepoli non sono ancora pienamente rassicurati. Hanno paura dei giudei fanatici e si sono nascosti.

Li sorprende il nuovo comportamento di Gesù che non abita più con loro, va e viene e appare ora all’uno ora all’altro. Soprattutto il più delle volte lui è già presente molto tempo prima che essi lo riconoscano.

Nel racconto di oggi Gesù porta un segno nel proprio corpo, una prova irrefutabile e profondamente emozionante, il segno dei chiodi nelle mani e nei piedi e la ferita della lancia nel costato.

Perché questi segni? Sono i segni che identificano per sempre il corpo di Gesù risorto. La risurrezione aveva restituito la vita a colui che era morto e forse, pensavano, avrebbe dovuto cancellare per sempre anche le ferite della croce. Tutto doveva essere restaurato senza lasciare la minima traccia.

Questo non era possibile. Non perché Dio non fosse capace di farlo ma semplicemente perché la perfezione del corpo risorto è di un ordine totalmente diverso e non ha più niente a che vedere con la perfetta salute di un corpo di carne.

Le ferite erano ferite d’amore e l’amore che le aveva sofferte e offerte le rendeva per sempre indelebili. Quelle ferite avevano un peso e un titolo di gloria che né la morte né la risurrezione potevano cancellare.

È impossibile amare senza la partecipazione e il coinvolgimento del corpo, con tutte le gioie ma anche con tutte le sofferenze che ne derivano. Non c’è amore nella nostra vita che non finisca per far male. L’amore ha le proprie ferite nei cuori e nei corpi.

“Non c’è amore più grande che dare la vita per chi si ama”, sono proprio le sue parole e Gesù fa questa esperienza nel suo corpo per giungere alla perfezione del suo amore. Senza i segni di queste ferite Gesù non è riconoscibile e non sarebbe più Gesù. Queste piaghe eternamente aperte sono l’amore che si è manifestato a noi in modo definitivo.

Basta vederle per credere e Gesù invita Tommaso a mettere la sua mano. Tommaso sfiora la carne risuscitata e riconosce e confessa l’amore di Dio. Le piaghe ieri sfiguravano il corpo di Gesù, oggi non più, oggi lo adornano in modo impressionante. Non grondano più sangue ma irradiano luce. Le ferite dell’amore rinascono in fiamme e fiori.

Ci è donata così una grande speranza. Anche i nostri corpi seppur sofferenti sono destinati alla stessa risurrezione. Le nostre ferite saranno trasformate in sorgenti di luce. Nessuna sofferenza potrà sfigurarci ma sarà una sorgente di gioia e la nostra eterna bellezza. Se il nostro amore è vero e grande.

Con Tommaso anche noi fissiamo da lontano le ferite dei chiodi e adoriamo i segni della nostra libertà.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano