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Custodire l’innesto    Gv 15, 1-8

Quale è la differenza tra il deserto e un giardino? La differenza non è l’acqua ma l’uomo. Dio non ci ha ordinato di custodire un museo ma di coltivare un giardino. Le vigne non evocano l’immagine dell'aria chiusa e morta ma quella dell'aria aperta, delle vigne assolate e rigogliose della Palestina, nate, quasi per miracolo, in una terra arida.

Ebbene Gesù si ricorda dell’immagine più volte tramandata dall'Antico Testamento, dove la storia della vigna descrive e racconta il rapporto tra Dio e il suo popolo, un rapporto, sul versante di Dio, fatto di cure, di premure e di tenerezza per la sua vigna, sul versante dell’uomo, invece, una relazione seminata di indifferenza, spesso, e anche di rifiuto.

Ma c'è di più. Gesù attribuisce a se stesso l'immagine della vite. "Io sono la vite, io la vite e voi i tralci". Possiamo ben dire che con il Battesimo è avvenuto questo innesto: noi, rami in qualche misura selvatici, innestati alla vite dalla vita riceviamo la pienezza della primavera.

È questo l’invito di Gesù: dobbiamo custodire l'innesto, averne cura, perché senza la comunicazione con lui e con il Vangelo, si interrompe il flusso della linfa e, fatalmente, noi moriamo. Diventare un ramo secco, è questa la cosa che mi preoccupa di più, più dell'invecchiare negli anni, è l'inaridirmi, il rinsecchirmi, l'ammuffire, il morire dello Spirito. Come evitarlo?

La condizione è ricordata da Gesù: "Rimanete in me". Cioè, custodite l'innesto. Per sette volte in questi otto versetti del Vangelo ritorna il verbo "rimanere". È un ritornello. Il verbo "rimanere" è una parola molto cara all’evangelista Giovanni. Perché dice intimità, dice appartenenza.

Cosa significa rimanere? Cosa significa rimanere in Gesù, rimanere nella vite? Può capirlo solo chi fa l'esperienza dell’amore. Significa che il suo mondo, il mondo di Gesù, è diventato il mio mondo, è l'aria che respiro, è la linfa che pulsa e genera sussulti di primavera e di vita anche in me che sono ramo apparentemente secco, rinsecchito o morto.

Custodire l’innesto è il nostro impegno, è la nostra parola d’ordine, la nostra fortuna. A volte sembra che la preoccupazione più grande sia quella di tagliare e di bruciare. Posso anche sbagliarmi, ma non ci vuole una grande arte né una grande intelligenza per tagliare, ammucchiare e bruciare i rami secchi. L'arte e l'intelligenza dello Spirito stanno invece nel creare gli innesti o nel custodirli, nel fasciare, come diceva Gesù, il punto debole della vite.

Anche la Chiesa delle origini stentava a credere nei nuovi innesti. Stentava a credere che Dio avesse fatto giungere la linfa viva a Paolo di Tarso. E ci volle Barnaba, ci volle tutta la forza del suo cuore per convincerli che Dio ha strade infinite e che anche la strada di Damasco era una strada di cambiamento e di vita.

Bisogna aprire gli occhi e contemplare ciò che sta germogliando. Beato te, Barnaba, uomo della vigna, uomo degli innesti! E noi? Anche la nostra comunità è chiamata non a custodire un museo, ma a coltivare un giardino! Ricordiamocelo. Quale è la differenza tra il deserto e un giardino? La differenza non è l’acqua ma l’uomo.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano