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Pensati da Dio    Mt 5,1-12a

Il vangelo delle Beatitudini rischiara l’orizzonte. È come uno squarcio in mezzo al cielo dopo una burrasca e già si intravedono piccoli e grandi anticipi di luce.

Che senso ha chiamare beato chi oggi è uno scarto? E’ beato l’uomo della storia di oggi, profugo o sbandato? Facile promettere felicità domani ma è l’oggi che spaventa, che fa tremare, che pesa sul cuore. Ma in chiesa è perfino bello sentirle risuonare queste parole. Sanno di quiete.

Il problema è oltre, fuori da quella porta, dove la storia provoca, insulta e grida. Beati voi! Certi giorni anche il cielo sembra prendersi gioco dei rantoli di quaggiù.

Chi sono i santi? Sono gli uomini e le donne che hanno saputo leggere la storia con gli occhi di Dio. Uomini e donne che hanno accettato di lasciarsi guardare dal cielo fino a riuscire a pensarsi come Dio li ha pensati: uomini perfettamente uomini e donne perfettamente donne.

E noi li abbiamo imprigionati sugli altari delle chiese, trafitti di spade, macerati nel corpo, con in mano fiori di giglio e la palma del martirio, quando invece era la strada il loro posto. I santi, armati di beatitudini, hanno guardato in faccia la storia e l’hanno attraversata. Attraversata non aggirata e nemmeno scansata.

Eroismo? No, non si tratta di eroismo ma di fiducia. È vero che oggi fidarsi di qualcuno sembra la più alta forma di eroismo ma loro sono scesi in strada consapevoli che ognuno ha l’avvenire che si merita. Oggi scartati, domani beati.

E sono arrivati a chiamare sorella quella che per tutti è la nemica, la morte. Sorella, la porta che, attraversata, si spalanca su Dio, ti spalanca su Dio.

Un giorno Cartesio disse le parole che lo hanno reso simpatico a molti: “Cogito, ergo sum” – “Penso, dunque sono”. Molti anni dopo Karl Barth, un teologo, corresse quelle parole con l’aggiunta di una piccola lettera, una r: “Cogitor, ergo sum”, cogitor cioè sono pensato. Cogitor, ego sum: “Sono pensato, dunque sono”.

Il santo è qui, il santo è tutto qui, è lasciarsi pensare da Dio. È vivere come da Dio pensati. Forse per questo noi abbiamo isolato i santi sugli altari, in alto, sui monumenti. Ci spaventa quell’immensa libertà di essere riusciti a lasciarsi pensare da Dio per imparare ad essere uomini. Vivere da uomini pensati dal cuore di Dio.

Oggi e domani faremo visita ai cimiteri. Cosa c’è in una tomba? In una tomba non abbiamo sistemato solo un corpo ma abbiamo raccolto tutto senza perdere nulla. Ogni defunto è come un vaso prezioso che si è rotto e noi raccogliamo ogni frammento. Cosa mettiamo nella bara? Non mettiamo solo il corpo, mettiamo il patrimonio che quell’uomo o quella donna sono stati.

È difficile salvare tutto, subito. L’eredità dei nostri morti si raccoglie lentamente. Occorre forse piangerli a lungo, meditare sulla loro vita e celebrare gli anniversari della loro morte. Dobbiamo voltarci indietro, molte volte, per ricordare di non aver dimenticato nulla.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano