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Ascolta Israele       Mc 12, 28b.34

Quale è il primo di tutti i comandamenti? Cioè, che cosa conta più di tutto nella vita? L’evangelista Marco mette in scena la storia di uno scriba, di un uomo in ricerca, pronto a lasciarsi raggiungere dalla grazia. La domanda di quel viandante dello spirito non è frutto di curiosità né di malizia. Vuole attingere alla sorgente della fede di Abramo.

La vocazione del cristiano è vivere da viandante in una società di sedentari. Anche noi ci mettiamo in cammino alla ricerca del cuore della nostra fede.

Lo scriba sente il bisogno di verità, di sfoltire la giungla delle prescrizioni dentro le quali era stata avvolta e sepolta la legge di Mosè. Disposizioni solo umane spesso cristallizzate fino al punto da sembrare più importanti di Dio.

Ancora una volta la religione ha rischiato di esiliare l’amore e diventare schiava di regole e di norme spesso impraticabili. Quello scriba non parla a vanvera e rivolge a Gesù la domanda fondamentale: “Quale è il cuore della fede?”.

Gesù risponde unendo inseparabilmente l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Sono due i comandamenti dell’amore ma l’amore è uno solo. E per tre volte Gesù ripete l’esigenza della totalità.

Amare il prossimo è come amare Dio. Il prossimo è inscindibile da Dio. Questa è la rivoluzione di Gesù: amare tutte le persone con tutto il cuore. Dio non rapina il cuore ma ne raddoppia la capacità. Dio non esaurisce l’amore ma lo moltiplica. I discepoli di Gesù non separano l’uomo da Dio perché non si può staccare i rami dalle radici dell’albero.

Una sfida sottile agita il mondo. Di più Dio o di più l’uomo? Non si può opporre Dio all’uomo, dice Gesù, né l’uomo a Dio. Non c’è concorrenza né rivalità. E voi, sposi, che avete celebrato il sacramento del matrimonio, ricordate che là dove l‘uomo e la donna si giurano amore, lo fanno con una pretesa di eternità, di completezza e di totalità.

Il comandamento ha ancora una indicazione: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Come te stesso. Come se non fosse possibile amare gli altri senza aver imparato ad accogliere e a voler bene a se stessi. Se non si accoglie gioiosamente la propria esistenza non si diventa capaci di amare nessuno. Si cercherà il piacere forse, di possedere certo, di mordere e fuggire via, ma senza gioia e senza gratitudine.

L’amore è una sinfonia: Dio, il prossimo e se stessi. C’è spazio per tutti. Ricordandoci che la direzione del cammino è più importante della meta stessa. Chi si ferma, chi si accontenta, resta lontano dall’amore.        

Amare Dio con tutta la mente e con tutte le forze ci sradica dal narcisismo e dall’illusione di poterci accontentare. Non finiremo mai di amare Dio e non finiremo mai di trovare nuove strade di amore per i fratelli.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano