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Voi siete la mia vita   Gv 10, 24-30

Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».

Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza; ma voi non credete, perché non siete mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Vi propongo il vangelo iniziando dai versetti che precedono il brano ufficiale e che contengono una domanda dei giudei: “Fino a quando terrai l'animo nostro sospeso? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”.

I giudei hanno una curiosità intellettuale sull’identità di Gesù, chiedono una definizione, vogliono un concetto. Gesù risponde che la sua identità non è esprimibile in una formula ma è riconoscibile nelle sue opere. Gesù non è venuto per darci una conoscenza intellettuale di Dio ma per indicarci la strada della fiducia, della vicinanza, della comunione, come via all’incontro con lui.

Gesù si è incarnato, si è fatto uomo, per farsi conoscere, proponendoci una relazione di legame con lui. (Pietro, mi ami tu?). Dio non pretende da noi l’osservanza di norme e di leggi, ma prima di tutto si china verso di noi, si fa nostro servo per amore.

Al centro, Dio non mette se stesso ma l’uomo, mette noi e il nostro vero bene. La gloria di Dio non sta nel suo trionfo, nel suo giudizio, nella sua perfezione. La gloria di Dio è l’uomo e che ogni uomo abbia il bene di una vita piena ed eterna in lui.

Gesù, buon pastore, lo esprime così: “Io do loro la vita eterna e le mie pecore non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. E la parabola termina con la più sconvolgente delle affermazioni: “Il buon pastore offre la sua vita per le pecore”.

Gesù ci assicura che per Dio la vita dell’uomo è più importante della sua stessa vita. La relazione tra uomo e Dio ha l’uomo al centro. Assurdo per la logica del mondo ma è l’unica logica per Dio che è amore. Conosce le sue pecore. Ci sente figli, fratelli. È il padre di tutti. Ci conosce e ci ama e ha voluto offrire la sua vita. Nessuno andrà al Padre se non per merito suo.

Gesù ha dato la sua vita ed è per la potenza di questo amore fino alla morte che noi ci sentiamo di appartenergli, come attraverso un patto sigillato nel sangue, la cui forza è irreversibile. Nessuno mai potrà strapparci dalle sue mani.

Ma c’è un’altra ragione più decisiva ancora. Gesù non si è costituito da sé come Pastore. A sua volta è nelle mani di un Altro, si è messo nelle mani di un Altro, indissolubilmente, irreversibilmente. “Padre, nelle tue mani affido la mia vita” sono state le ultime splendide e definitive parole di Gesù. Anche noi siamo del Padre.

Più volte Gesù ci rassicura: Non abbiate paura, voi valete! Che bello questo verbo! Per Dio io valgo, io conto. Valgo di più di quanto osavo sperare. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita. Ci abbandoniamo con Gesù nelle mani del Padre, perché Gesù e il Padre sono una cosa sola. Gesù è sceso quaggiù unicamente perché noi possiamo seguirlo lassù.

Prima della comunione sarà dolce sentire vibrare nel cuore le parole: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.” E sarà beato chi, accogliendo l’invito, potrà sussurrare: “ O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma dimmi soltanto una parola e io sarò salvato”.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano