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L’amore eterno di Dio ci fa vivere in eterno  Lc 20, 27-38

I Sadducei erano mediamente facoltosi e avevano il monopolio dell’organizzazione del culto nel tempio, a Gerusalemme, e dell’elezione del sommo sacerdote. La tradizione rabbinica li ricorda come degli opportunisti in politica e dei liberali in materia religiosa.

Non potevano che rifiutare l’idea dell’anima e della sua immortalità e tanto più di un premio o di un castigo come buona uscita dalla vita. La cosa che a loro interessava era il presente. L’oggi contava e, se conta, bisogna tenerlo sotto controllo e salvare vantaggi e privilegi.

Si inventano una storia piuttosto strampalata. Una donna sposata sette volte ma senza figli. Il problema dei sadducei riguarda l’appartenenza di questa donna, “di chi sarà moglie?” In realtà, la domanda ha a che fare con l’eternità della vita della donna, ma soprattutto del “nome” di coloro che l’hanno avuta in moglie.

La domanda dei sadducei rivela che, per loro, l’unica “eternità” possibile sta nel generare figli, nella discendenza che assicura il perdurare del “nome” degli uomini. Gesù risponde in modo sorprendente. Non si addentra nella questione della resurrezione né su come risorgano i morti. Ma li porta di fronte al volto di Dio rivelato a Mosé. Solo in relazione a Lui è possibile “sciogliere” l’enigma della vita e della morte dell’uomo.

E ricorre a un passo della Scrittura che nessuno degli israeliti poteva contestare: la manifestazione di Dio a Mosé e della rivelazione del suo Nome, nell’episodio del roveto ardente. Gesù dilata l’orizzonte di corto respiro dei sadducei e rivela che la vita dell’uomo non ha “futuro” per una modesta eredità biologica, ma che il “futuro” dell’uomo è inscritto nel Nome stesso di Dio.

L’identità di Dio fonda la vita eterna dell’uomo. L’amore di Dio, che si rivela nel suo Nome, è la “garanzia” della vita dell’uomo, vita che non ha più i confini della morte. Se Dio ama qualcuno e si lega a lui, non lo può abbandonare in balia della morte.

Questo è indelebilmente inscritto nel Suo Nome, così come Dio lo ha fatto conoscere a Mosé nell’incontro faccia a faccia con Lui nel fuoco del roveto: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre” (Es 3,15). Dio si manifesta come il Dio che si è legato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe e si è consegnato a loro come il “loro Dio”. Questo legame è il “segreto” dell’eternità dell’uomo.

Dio ama così tanto l’uomo che stringe con lui un vincolo indissolubile e reciproco e assume il nome dell’uomo nel Suo. Il nome dell’amico di Dio (Abramo, Isacco, Giacobbe...) diventa parte del nome stesso di Dio: “Dio di Abramo”, “Dio di Isacco”, Dio di Giacobbe”. Dio si fa conoscere così!

L’uomo non conosce Dio “in se stesso”, ma in quanto Dio si lega a lui, si offre a lui come il “suo Dio”. Così lo ha conosciuto Abramo, così Isacco, così Giacobbe e tutti i patriarchi.

Noi non nominiamo mai Abramo chiamandolo “Abramo di Dio”, indicando l’uomo che Dio ha chiamato da Ur dei Caldei per fargli dono di una terra e di una discendenza. Dio, invece, non ha paura di definirsi in rapporto all’uomo, al suo amico, tanto da custodire il nome del suo amico nel Suo stesso nome!

In questa appartenenza, “Io sono il tuo Dio”, l’uomo ha la vita per sempre! Finché Dio sarà il “Dio di Abramo”, Abramo sarà vivo! E questo vale anche per la donna del vangelo di oggi e anche per ogni uomo della terra.

Appartenere al “Dio dei viventi” significa esistere per sempre. La fecondità della donna verrà dall’appartenenza a Dio, l’unico che può donare una discendenza alla sterilità dell’uomo, alla sua impotenza, alla sua incapacità a darsi un futuro da se stesso. Anche i patriarchi a cui Dio si è legato (da Abramo, fino a Isacco e Giacobbe) avevano mogli sterili che Dio ha rese feconde: la vita ha una fecondità che viene da Dio; Lui solo rende la vita “eterna!”

Noi continuiamo a confrontarci e a scontrarci con la morte che sembra toglierci il futuro, ma non dobbiamo dimenticare che Gesù ci ha mostrato fino a che punto si spinge l’amore di Dio per noi: “Chi ci separerà dall'amore di Cristo? (...)né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35.38-39).

L’amore di Dio, questo amore è la nostra vita eterna.

Don Paolo Zamengo, prete salesiano