cookiesE' entrata in vigore (dal 2 giugno 2015) la legge italiana sui cookie che recepisce la direttiva del Parlamento europeo, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche.
Chiudendo questo banner, acconsenti all’uso dei cookie.

Frammenti di luce

Il porta ombrelli       Mc 1, 1-8

Sono anni che lo vedo. Non ha nulla di eccezionale: è un porta ombrelli, per di più pure brutto. Anche un cieco se ne accorge che c’è. Ho il sospetto che sia un’altra cianfrusaglia inutile. "Lascialo lì, diceva mia mamma, non si sa mai, un giorno potrebbe servire".

Da come lo diceva, ci credeva. “Se non ci metterà troppo, l'aspetterò tutta la vita»” (O. Wilde). Un giorno non l'ho più trovato: "Dove l'avete messo?" ho chiesto. L'avevano portato in garage per pulirlo: non vedendolo, mi sono accorto di essermi affezionato. Perché? Mi stupisce la sua capacità di aspettare. Degli oggetti inutili, come il portaombrelli, mi colpisce il loro aspettare… di diventare utili. D'attendere che arrivi il loro turno. Se arriverà, quando arriverà.


L'Avvento è la stagione del mio porta ombrelli: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento”. È la stagione dell'attesa: quella delle cose lente, che non arrivano mai, che quando arrivano sembrano comunque in forte ritardo. L'attesa è il futuro che si presenta a mani vuote.

Il verbo dell’attesa è attendere: è verbo di trazione, di tensione, è freccia d'arco puntata. È, pure, verbo di desiderio. In spagnolo "attendere" si dice esperar: in fondo aspettare è sperare. L'avvento è, dunque, la stagione del desiderio: desiderare è sognare, cioè allargare, oltre il pensabile, il cuore, svuotarlo fino in fondo, fare più spazio possibile al desiderio.

A forza di desiderare, mi sono allenato a migliorare la mia capacità di portata. Che è l'esatto contrario di chi dice che aspettare è tempo perso, “È non aspettare niente, che è terribile” (C. Pavese). Arriva quando arriva. Ma c'è qualcosa di più triste del non aver avuto l'occasione? O di averla avuta e non essere stati capaci di coglierla? Non ci resta che il mestiere dell'attesa.

Vegliare è azione che stanca: occhiaie, ossa e schiena rotta. È restare svegli mentre tutti intorno dormono, credere quando più nessuno lo fa. È correre il rischio di sembrare matti, da farsi ridere dietro: "A che serve attendere? I cristiani hanno tempo da perdere", ci dicono e ridono di noi.

Non capiscono che, senza l'attesa, la sorpresa diventa noia. Perché, se non stiamo in attesa tanto da sentire gli occhi che bruciano e il cuore che batte, corriamo il rischio di fare la fine degli abitanti di Betlemme, proprio nella notte di Natale. Dicevano tutti di attendere il Messia, ma poi quando lui è passato tanto vicino, tanto da chiedere "Permesso, posso entrare", per Lui non c'era posto.

Il posto invece c'era. Ma non furono capaci di riconoscerlo. Peccarono di desiderio, stanchi di attenderlo. Quando Lui arrivò, ebbero come una svista, peccarono di vista, sfuggì ai loro occhi.


Per fortuna lo accolsero gli animali con i loro pastori: bestie e mestieri d'attesa. "In attesa" è il cartello d’appendere sulla porta del cuore. “Vegliate!” È la logica del mio porta ombrelli: "Attendo. Arriverà anche il mio giorno!"

Don Paolo Zamengo, prete salesiano