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Commenti al Vangelo della domenica di Paolo don Scquizzato.

V domenica del Tempo Ordinario. Anno A
Is 58, 7-10
1Cor 2, 1-5
Mt 5, 13-16
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. 16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».
Il sale nell’antichità veniva posto come antisettico e antidolorifico sulle ferite.
Il profeta Isaia scrive: «Se tu dividerai il pane con l’affamato, introdurrai in casa i miseri, i senza tetto, vestirai uno che vedi nudo, allora la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58, 8).
Interessante: la cura dell’altro, il risollevarlo dal fango e dal non senso, guarisce le nostre ferite. Chi di noi non si porta dentro piaghe esistenziali, magari inferteci dall’infanzia o provocateci da amori sbagliati, delusioni, e tanto dolore arrecato e subìto? Ebbene, il vangelo di oggi ci indica la strada per poter rimarginare queste ferite: il sale – il balsamo dell’amore – versato sulle ferite dell’altro, rimargina le nostre.
Se non diamo sapore alla vita altrui, perdiamo il gusto della vita; precipitiamo in una storia dove tutto è insipido, scialbo e triste. Senza idealismi però, perché sappiamo bene che l’amore per l’altro alla fine ci brucerà dentro, proprio come il sale sul vivo di una ferita.
«Voi siete la luce del mondo» (v. 14). È ancora Isaia a ricordarci cosa vuol dire, concretamente, essere luce del mondo. «Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all'affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (vv. 9-10).
Saremo luminosi, solo se cominceremo ad illuminare gli altri. Se non lo facciamo, ci spegniamo anche noi.
Il bene fatto all’altro alimenta la nostra lampada.
Nella Chiesa primitiva, i battezzati venivano chiamati gli ‘illuminati’, perché impregnati di Cristo, la luce. Ebbene, siamo stati ‘illuminati’ solo per far uscire dal buio i fratelli.
Una vita nell’oscurità dell’egoismo, giocata sotto un secchio (moggio nel vangelo) è destinata a spegnersi. Una vita consumata nell’ombra, nel nascondimento del proprio vivere quieto, incentrato su di sé, alla fine si spegnerà nell’insignificanza.
Gesù mostra che la vita che illumina il mondo intero e dà sapore alla storia è quella che è in grado di amare sino alla fine, quella in grado di salire su quel candelabro che è la croce (v. 15).
Una vita che è ‘venuta alla luce’, ma che poi non s’alimenta dell’olio dell’amore facendo così luce a tutti coloro che stanno intorno, si spegnerà presto, divenendo morta anche se detta vivente.

IV domenica del Tempo Ordinario. Anno A
Sof 2, 3; 3, 12-13
1Cor 1, 26-31
Mt 5, 1-12a 1

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.

2Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

3«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

4Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

5Beati i miti, perché erediteranno la terra.

6Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

7Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

8Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

9Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

10Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.


Felicità, ossia pienezza di vita, è assicurata a coloro che ‘molleranno la presa’.
Il vuoto creato in sé è via per la pienezza. Lasciare e staccarsi è possibilità di essere raggiunti. Felici coloro che si permetteranno di non far dipendere la propria felicità da qualcosa d’esterno, in quanto la felicità è sempre un ‘effetto collaterale’, ti raggiungerà quando avrai smesso di cercarla. Quando non ci sarà più l’io e il mio, scoprirai che felice lo eri da sempre.
Felici saranno coloro che imparano a fare lutto nella propria vita. Coloro che imparano a piangere per le persone scomparse, le occasioni perdute, per ciò che non si è potuto vivere, per colpa propria o altrui. Per tutto ciò che si soffre, e soprattutto per quanto si fa soffrire gli altri.
Piangere è dar corpo fisico alla tristezza, permettendo all’anima di drenare.
«È triste piangere per quello che si è sofferto, ma è più triste non piangere in assoluto, poiché questo significa che non abbiamo amato. Chi piange esprime disperatamente il suo amore: per la luce velata dall’avversità. Chi piange rilascia il proprio dolore, ed è così che si consola. Lo lascia andare. Permette che fluisca e non ristagni» (Pablo d’Ors).
‘Ci sono cose che non vedono se non gli occhi che hanno pianto’ (Louis Veuillot).
Mite è colui che ha pianto così tanto da ripulire i suoi occhi e vedere finalmente la realtà per quella che è. Occorre imparare ad essere molto miti anzitutto con sé stessi. Perdonarsi senza il bisogno di farsi violenza e fluire come fluisce la vita, senza mettersi di traverso e opporle resistenza.
‘Non voglio diventare migliore, voglio sorridere al mio peggio’ (Chandra Candiani)
Giusto è ‘chi vive secondo la propria natura’ (Platone).
Dovremmo essere affamati e assetati di compierci per ciò che siamo, senza corrispondere ai sogni degli altri. Imparare a patire la propria incompletezza; solo così impareremo a lottare perché gli altri possano giungere alla loro, consapevoli che non si può essere felici in mezzo all’infelicità altrui.
La prima misericordia va vissuta verso sé stessi, mettendo a tacere il proprio super-Io, il giudice implacabile che ci abita e responsabile di devastanti sensi di colpa quando non si vive in conformità coi propri ideali.
‘Neanch’io ti condanno – dice Gesù alla donna scoperta in flagrante adulterio – va’ e d’ora in poi non fallire la vita’. Solo chi è misericordioso con sé stesso troverà misericordia. Chi si perdona può cominciare a perdonare, e perdonare significa riconciliarsi con ciò che si è stati e si è.
È beato chi ha un cuore puro, ossia incapace di nutrire secondi fini, e dice ciò che intende dire. E ama lasciando libero l’amato.
Kierkegaard definisce la purezza di cuore come il desiderare una sola cosa. Siamo ingolfati da desideri, a cui affidiamo la nostra felicità. Mentre dovremmo imparare a desiderare solo ciò che siamo in questo momento, unico porto sicuro per salpare per quest’oggi colmo di opportunità.
‘Chi è in guerra con sé stesso è in guerra col mondo intero’ (Gandhi). E viceversa.
Si è fautori di pace quando si accoglie la propria polarità, l’altro nome della contraddizione. Tutto è polarizzato. Inspiro ed espiro, unico modo per vivere.
Notte e giorno, unico modo perché la giornata possa compiersi.
La morte dell’inverno e la vita dell’estate…
Saremo in pace con noi stessi quando armonizzeremo gli opposti che ci abitano, e impareremo a riposarci in essi, certi che a volte per giungere ad un punto occorre puntare decisamente su un altro. Come nel tiro con l’arco, perché la freccia possa scoccare e andare lontano, è necessario tendere il braccio con forza in direzione ‘ostinata e contraria’.
Devo affrontare in modo creativo i conflitti dentro e intorno a me per poterli risolvere.
‘La causa di Dio agonizza sempre in questo mondo’ (Pablo d’Ors).
Le persone luminose sono tollerate solo quando non fanno rumore. Se lo fanno, sono perseguitare, calunniate, messe in ridicolo. La santità di queste figure è data dal modo in cui fanno tana in tutto questo. Il santo, l’illuminato, l’essere maturo è colui che ha imparato a stare, ritto come un albero, con le radici ben radicate a terra sia nella calma che nella tempesta, negli applausi e nelle critiche. Egli sa che le lodi o gli insulti, al fine dell’essere, non hanno alcun significato. Tutto scorre. Tutto è ‘vapore’.
E i colpi che riceve l’allontanano dall’effimero e l’avvicinano all’essenziale.
‘Nessuno può fermarlo. Egli possiede una forza sconosciuta al mondo. Ha la mira puntata sul bersaglio verso il quale s’incammina; tutto il resto, è niente. (d’Ors).

III domenica del Tempo Ordinario. Anno A
Is 8, 23b-9, 3
1Cor 10, 10-13.17
Mt 4, 12-23
«Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, 13lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, 14perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
15Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,/ sulla via del mare, oltre il Giordano,/ Galilea delle genti! / 16 Il popolo che abitava nelle tenebre / vide una grande luce,/ per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta. 17Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino".
18Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 19E disse loro: "Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini". 20Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. 21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. 22Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
23Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».
La cosmologia contemporanea ricorda che siamo nati dalle stelle. 12 miliardi di anni fa, le Giganti Rosse sono esplose e i loro elementi espandendosi li ritroviamo ora in ciò che costituisce la vita. Noi siamo formati da polvere cosmica. «Non è per questo che brillate e sentite dentro di voi il calore e l’impulso a splendere? Sì, perché portate dentro di voi la potenza delle stelle» (Leonardo Boff). "Convertiti, perché il regno dei cieli è vicino", dice Gesù. Cambia mentalità, comincia a pensare diversamente. Entra in contatto con la luce che ti abita, e non fermarti sul male che riscontri in te; credi al bene che puoi fare. Brucia del fuoco interiore, asseconda l’impulso a splendere. Ricordati da dove vieni, e vivi fino in fondo il tuo desiderio, la ‘mancanza di stelle’. ‘Non lasciarti cadere le braccia’ (Sof 3, 16) ma usale per ‘pescare’ fuori dai gorghi della storia (cfr. v. 19) le donne e gli uomini che vi sono caduti dentro infangando così la loro dignità. I primi collaboratori di Gesù non erano sapienti, ma semplici pescatori con i volti bruciati dal sole e le mani segnate dalle reti. Gesù li chiama a sé non per proclamare dottrine o verità su Dio, ma per liberare le persone dal male identificando così la salvezza non con l’ortodossia bensì con l’ortoprassi, atti segnati dal bene. Essere cristiani significherà dunque portare avanti la creazione, la nostra umanità, e la fraternità. È curioso che all’inizio Gesù chiami a sé coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, perché in fondo il cristianesimo altro non è che energia immessa nella storia capace di richiamare in vita i Caino e gli Abele di sempre, trasformando così il fratricidio in vita nuova. «Abele e Caino si incontrano dopo la morte di Abele nell’eternità, nell’oltre vita. Camminavano nel deserto. Si riconobbero da lontano perché erano ambedue molto alti. I due fratelli sedettero in terra. Accesero il fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che aveva in mano e che stava per portare alla bocca, chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele invece rispose: Tu mi hai ucciso o io ho ucciso te? Non ricordo più. Stiamo qui insieme come prima. Ora so – disse Caino – che mi hai perdonato…» (J. L. Borges)

Battesimo di Gesù. Anno A
Is 42, 1-4.6-7
At 10, 34-38
Mt 3, 13-17
«Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.14Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: "Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?". 15Ma Gesù gli rispose: "Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia". Allora egli lo lasciò fare. 16Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. 17Ed ecco una voce dal cielo che diceva: "Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento"».
Giovanni il Battista e Gesù. Due uomini così vicini ma così incredibilmente distanti. Distanti nel modo di concepire l’uomo, il destino, Dio. Giovanni è intriso di una mentalità apocalittica: "Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione. La scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Mt 3, 7.10). Per lui la chiave interpretativa dell’uomo è il peccato. Per lui l’uomo è essenzialmente sbagliato, macchiato dal male, ma crede anche che attraverso atti meritori il suo Dio potrebbe deporre la falce della punizione e quindi della morte. Stando ai vangeli, Gesù di Nazareth pare essere molto lontano da questo araldo della giustizia divina. Per Gesù l’uomo non è sbagliato a prescindere, il peccato non è la sua chiave interpretativa, il suo Dio è il Dio dei vivi e non dei morti, e il Regno di Dio è da incarnarsi qui ed ora. Gesù entra nella morte – l’acqua – anticipo simbolico della sua salita sulla croce, ma non come atto sacrificale, gesto di penitenza o purificazione. Ma come ferma decisione ad entrare nella vita, quella concreta di ogni giorno, convinto che solo lì può compiere la sua lenta fatica ascensionale. E questo attraverso la modalità dell’amore. Nessun atto sacrificale per la divinità, nessuna purificazione, nessun cammino di conversione per meritarsi il paradiso nella storia del nazareno. Stando ai testi non si dà notizia di un Battista che guarisca gli ammalati, che abbia a cuore i poveri, che distribuisca pane agli affamati… Egli è tutto intento alla sua salvezza, tutto intento al suo Dio, dimenticando però un solo particolare, che ‘la strada più breve per Dio passa per i fratelli’ (Doroteo di Gaza). Gesù ridà la vista ai ciechi, l’udito ai sordi, il pane agli affamati, la vita ai morti, e il vino – ossia la felicità – alla tavola di due sposi. Solo incarnando uno stile ‘altro’, improntato alla vita buona, il paradiso scende sulla terra: «si aprirono per lui i cieli». Il paradiso non sarà il premio dei buoni, ma condizione esistenziale qui ed ora per chi s’impegna a incarnare il bene. Non un futuro che ci spetterà un domani, ma un presente da incarnare. E poi la comparsa dello Spirito santo, la forza creatrice, generatrice, la medesima che ‘aleggiava sulle acque’ all’inizio di tutto, come viene raccontato in Genesi. Sì, per chi ama comincia una vera e propria ri-creazione. Comincia una vita nuova: il cattivo passato viene cancellato, e il compimento del proprio essere si va ad affermare. Lasciamo Giovanni il Battista e tutti i predicatori di tristezza nel loro ambiente più consono, il deserto, e immergiamoci nella vita, per goderci la bellezza di una creazione e ri-creazione sempre nuova.

Maria Ss. Madre di Dio Nm 6, 22-27 Gal 4, 4-7 Lc 2, 16-21

«Andarono [i pastori] senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo». Maria viene oggi celebrata come Madre di Dio. Ma non è questo ciò che fa ‘grande’ questa donna, piuttosto il suo sì, la disponibilità all’azione di un Altro in sé, il riconoscersi opera di un Principio altro che non è il proprio ego.
Maria, la ‘benedetta tra tutte le donne’, sconosciuta perfino a sé stessa, si fa spazio vuoto, grembo accogliente. Fa voto di vastità.
Laddove non c’è più l’io, c'è Dio. Maria è dunque solo più terra feconda. Semplice campo arato, perché il seme vi possa cadere e sbocciare. E sarà il seme a fare il suo corso: «dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso [il contadino] non lo sa» (Mc 4, 27). Occorre avere molta fiducia nel potere che ci portiamo dentro, quel seme, quel centro di energia creativa, pura potenzialità che ci abita e che se non intralciamo può farci venire alla luce.
E Maria custodisce, medita tutto ciò che accade nel suo cuore. Occorre abbracciare ciò che accade, anche l’inspiegabile, anzi soprattutto l’inspiegabile, l’incomprensibile, e custodirlo, meditarlo, dargli spazio, lasciare che si dilati e si dia nella sua modalità – quella del Mistero – e non quella dei nostri progetti e dei nostri deliri.
Maria terra paziente. Sta, come si sta nella meditazione più profonda. Dove pare che nulla muti, come in un lunghissimo inverno. Per poi scoprire che il germoglio del grano già compare dalla terra a primavera.
Maria, Madre e discepola piuttosto che Madonna. Giunta non in un etereo paradiso ma aggrappata a un patibolo infame – la croce – per scoprire infine e lentamente che a compiere una vita, non è l’essere integerrimi di fronte alla Legge divina, come credeva ancora nella sua acerba religiosità (cfr. Lc 2, 22.23.39) ma solo l’amore capace di andare sino alla fine.

Natale del Signore
Is 9, 1-6
Tt 2, 11-14
Lc 2, 1-14
«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.3Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.
8C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore 10ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo:11oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 13E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
14«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
Secondo una tradizione affermatasi nel secondo secolo, Gesù nasce in una grotta. E terminerà la sua avventura terrena ancora in una grotta, quella del sepolcro. La grotta è un simbolo ambivalente. Anfratto della madre Terra, simbolo uterino di fecondità, e perciò di vita. Ma altresì luogo oscuro, dove è possibile smarrirsi, precipitare, morire. A dirci che la vita, e quindi l'amore, necessita di essere ferita per portarsi a compimento. Nascita e morte sono quindi inestricabili: sistole e la diastole, inspirazione ed espirazione, notte e dì. Solo l’unione degli opposti condurrà alla pienezza. Inoltre la tradizione vedrà nelle fasce con le quali viene avvolto il bambino fasce funerarie: il seme ha bisogno di conoscere il buio della terra per poter germogliare. Quel bambino, stando al verbo greco, viene ‘sdraiato’ in una mangiatoia, e non 'adagiato' come in traduzione. Stesso termine usato nell’atto di sdraiarsi a terra per prendere il cibo, negli ambienti mediorientali. Ma qui l’Amore non si sdraia per mangiare ma piuttosto per farsi mangiare. L’amore o si dà in cibo o si consuma nell’inutilità, come sarebbe accaduto avesse ‘trovato posto nell’alloggio’, luogo di riposo e tranquillità. «Non è attraverso il divino che noi sperimentiamo l’umano; piuttosto il contrario, è dall’interno dell’umanità che sperimentiamo il divino. È la piena umanità di Gesù che rivela ciò che Dio è, è nella pienezza dell’umanità di Gesù che possiamo sperimentare che cosa significhi vivere oltre le barriere del nostro passato evolutivo e innalzarci a un’umanità che è riempita dallo spirito, aperta alla sorgente della vita e dell’amore, al “fondamento dell’essere”» (J.S. Spong). Non dunque un Dio che decide di entrare nella storia umana prendendo in prestito un corpo, ma piuttosto pienezza d’uomo verificatasi per via d’amore, così da manifestare il divino. Il Natale forse non è memoria d’un fatto compiutosi nel passato, ma presa di coscienza che la mia umanità, nella misura in cui si adagia nella storia del tempo dandosi in cibo, manifesterà il divino all’opera. Crescendo in umanità, si propagherà il divino attorno a noi.
‘Incinti’ di Dio, lo si partorirà nel mondo per via di umanizzazione. Ogni gesto di bene, ogni frammento di luce gettato nella tenebra, ogni segno di cura che dona dignità all’essere umano, ogni parola che edifica, ogni abbraccio che scalda e rimette in piedi, contribuirà ad incarnare Dio nel mondo, dissipando la caligine di buio che avvolge tutta la terra. E questo parto sarà doloroso certo, perché amare costa fatica, la fatica ascensionale dell’essere umano. Il dolore, il pianto accompagneranno questa nostra ri-nascita. Ma d’altra parte nel vangelo non v’è scritto ‘felici coloro che amano’, ma ‘quelli che piangono’ (Mt 5, 4). A ricordarci che l’amore avrà sempre il sapore delle lacrime, perché è morte del proprio piccolo io, della propria vana-gloria.

IV domenica di Avvento. Anno A
Is 7, 10-14
Rm 1, 1-7
Mt 1, 18-24
«Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". 22Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. 24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa»
Giuseppe deve decidere: o tenere per sé la donna amata, od obbedire alla santa Legge di Dio. O il cuore o la morte. Dice infatti Dio: “Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l'adùltero e l'adùltera dovranno esser messi a morte” (Lv 20, 10).
Dinanzi ad una scelta lacerante, Giuseppe si addormenta e sogna. Entra in un altro stato di coscienza e al risveglio ha la soluzione. Einstein ebbe a dire: “I problemi non possono essere risolti allo stesso livello di pensiero che li ha creati”. È proprio ciò che è successo a Giuseppe.
Sarebbe interessante a questo proposito interrogarsi sul mondo onirico, e alla poca attenzione prestata ad esso. La psicanalisi ci lavora da tempo, ma in ambito di spiritualità cristiana non credo sia mai stato preso in debita considerazione.
Ma non è questo il nostro tema. L’importante qui è sottolineare come Giuseppe non risolve il suo dramma pensandoci sopra, elucubrando, ma frequentando un altro livello, un luogo a parte: quello dello Spirito, in ultima analisi la sua coscienza, qui rappresentato dall’angelo. E vi presta obbedienza. Sceglie Maria, consapevole che questo significa disobbedire alla legge divina, e subirne tutte le conseguenze, come l’estromissione dal suo clan familiare e sociale.
Dinanzi ai grandi interrogativi che ci consumano, dovremmo imparare a frequentare altri spazi, altre modalità che non sono quelli della consuetudine, del ‘solito’, dei pensieri abituali. Ci sono soluzioni che non scaturiscono dall’averci pensato su.
Giuseppe si sveglia e prende la sua decisione: tiene con sé Maria e il mistero che l’avvolge. E impara a stare con ciò che non capisce, con l’ombra, col mistero. Invece di allontanarlo lo abbraccia. Ed ecco il figlio, ovvero la fecondità.
È come se l’angelo gli dicesse: «abbi una relazione intima – da amato con l’amata - con tutto, e ammettilo a casa tua, ma non profanarlo, cioè mantieni sempre con tutto un rapporto disinteressato, che vada oltre l’ego. Non ignorare la tua promessa sposa, non sacrificarla per il tuo conflitto, non scrollarti di dosso il problema – che è quanto siamo soliti fare tutti quando affrontiamo una situazione complessa. Anzi: rendi questa ragazza la tua sposa, cioè convivi con il tuo problema, sacrificati tu, renditi un tutt’uno con il problema: guardalo negli occhi ogni mattina, commina con lui al pomeriggio, addormentati al suo fianco la notte. Renditi conto che il tuo problema non è qualcosa di esterno a te stesso, ma che sei tu. Tu sei l’amore che provi per Maria e le difficoltà che sperimenti nel viverlo» (Pablo d’Ors, Biografia della luce).

III domenica di Avvento. Anno A
Is 35, 1-6a.8a.10
Gc 5, 7-10
Mt 11, 2-11
«Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: "Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?". Gesù rispose loro: "Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!".
Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
Giovanni il Battista sperava che l’Ira di Dio da lui creduta imminente s’incarnasse nell’uomo Gesù di Nazareth. Finalmente avrebbe messo le cose a posto, fatto un po’ di pulizia. È incredibile come da sempre, nei momenti di maggior crisi, s’invochi la figura dell’uomo (o della donna) forte. Sia esso un messia o un politico.
Giovanni ci credeva sul serio: «La scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Colui che viene dopo di me è più potente di me… Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».
Ma Gesù pare non incarnare l’auspicata ira di Dio invocata da Giovanni per questo gli manda a dire: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».
Gesù non risponde direttamente. Se una divinità dovrà manifestarsi, questa non lo farà tanto in un individuo quanto in un’azione: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (v. 5s.).
Quando la vita potrà emergere, fiorire, quando la dignità delle persone verrà affermata, e la creazione intera conoscerà la possibilità di giungere al compimento, allora sarà segno che il divino si sta rivelando.
Dio altro non è che vita emergente.
Per cui Gesù di Nazareth non è tanto un Dio che si fa carne, ma un uomo che incarna ciò che è la divinità: vita portata avanti, respiro, fecondità, evoluzione, umanità in pienezza. Ora noi sappiamo che tutto ciò è la nostra medesima vocazione. Il Natale è per noi la memoria che possiamo vivere ‘da dio’, nella misura in cui dilatiamo, espandiamo la vita, nostra e quella altrui.
Penso che dovremmo imparare a non attenderci vita dall’alto, ma scoprire che possiamo partorirla. E se di ‘grazia’ vogliamo parlare è quella della responsabilità. La grazia, potremmo definirla ‘non tanto un fiore da cogliere, piuttosto un pane da impastare’ (Teresa Forcades).
Dio è pane da impastare, carne da incarnare, amore da donare, vita da elargire.
Il Natale lo celebreremo non accogliendo un bambino donatoci dall’alto, ma incarnando il bene divenendo più umani.

IIa domenica di Avvento. Anno A
Is 11, 1-10
Rm 15, 4-9
Mt 3, 1-12
«In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea 2dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”.3Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! 4E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. 5Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui 6e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.7Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? 8Fate dunque un frutto degno della conversione, 9e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 10Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 11Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 12Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Strana figura quella di Giovanni Battista. Avrebbe dovuto seguire – da che mondo è mondo – la stessa vocazione del padre, sacerdote, e invece no. Chissà, forse per evitare di vivere una vita sterile come la sua. Da Luca sappiamo infatti che Zaccaria e sua moglie Elisabetta erano irreprensibili riguardo le cose di Dio, per poi aggiungere con sottile ironia che ‘non avevano figli’. Giovanni così tradisce il Tempio. E con esso le sue liturgie, i riti propiziatori, gli animali sgozzati, il sangue versato, le carcasse bruciate in sacrificio di soave odore. Giovanni esce e se ne va. Preferisce il deserto. Una vita austera, sufficiente a sé stessa. Veste di peli di cammello, mangia locuste e miele selvatico. Giovanni non parla, grida. Nel deserto esistenziale grida la parola che può salvare. Sente che il tempo stringe ed è giunto il momento di andare all’essenziale, a ciò che conta. Giovanni non predica (come traduce la CEI) – che sarebbe come acqua sui vetri- ma proclama, proferisce: ferisce con parole che lasciano un segno. E lo fa indipendentemente da chi si trova dinanzi. Potere religioso o civile che sia. Morirà per aver gridato la verità in faccia al potente di turno, il re Erode. A chi ritiene che Dio sia localizzato in un luogo, amministrato e ammansito da un’élite di addetti ai lavori - manco a dirlo - tutti maschi, egli dice no. Con Giovanni la presenza di Dio emigra dal recinto del Tempio alle pareti della coscienza. Giovanni chiede la conversione: cambiamento di mentalità, di testa: usare la coscienza come luogo più sacro di un essere umano, e lì si farà esperienza del divino. I sacrifici per un dio non hanno mai salvato nessuno. Tanto meno la religione, autoreferenziale e autocelebrativa, fatta di certezze granitiche, giocata su una logica commerciale: io-ti-do-e-tu-mi-dai, e fondata sul principio del merito. Ai pii religiosi Giovanni grida: «non crediate di poter dire fra voi: abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre». Gli studiosi s’interrogano se Gesù di Nazareth sia stato effettivamente discepolo del Battista. Chissà. Ciò che è certo è che quando Gesù sale al Tempio viene sempre colto a guarire o insegnare e mai ad offrire sacrifici o a bruciare incensi. E quando parla degli addetti alla religione ha parole a vetriolo. Se il Battista li chiama ‘razza di vipere’, Gesù rincara la dose definendoli ‘ipocriti e sepolcri imbiancati; serpenti e razza di vipere’ (cfr. Mt 23, 1ss.). E definirà il Tempio di Dio come ‘covo di ladri’ (Mc 11, 17). Per poi invitare i suoi ad entrare dentro di sé, dove riposa il ‘Regno di Dio’, il punto luminoso dell’intero Universo (cfr. Lc 17, 21), e dove nel silenzio e nella quiete si sentirà una voce antica e sempre nuova che dirà: ‘misericordia io voglio non sacrifici. La conoscenza di Dio più degli olocausti’ (Os 6, 6; cfr. Lc 12, 7).

I domenica di Avvento. Anno A
Is 2, 1-5
Rm 13, 11-14a
Mt 24, 37-44
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. 38Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell'arca, 39e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell'uomo. 40Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l'altro lasciato. 41Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l'altra lasciata. 42Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. 43Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 44Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
Noè si prepara alla ‘tempesta perfetta’, destinata ad abbattersi sulla propria vita, perché alla fine rimanga l’unum necessarium, l’unica cosa di cui c’è veramente bisogno. Il diluvio è sempre in agguato: un dispiacere, un fallimento, la crisi interiore, il buio della mente, una malattia, un incidente, la morte fisica…. I contemporanei di Noé, da parte loro, ‘non si accorsero di nulla’… Mangiavano, bevevano, mettevano al mondo figli… Tutte cose belle e buone, certamente. Ma alla fine furono travolti.
Gesù ancora una volta mette in guardia i suoi, e cioè noi: cosa è necessario per salvarsi dal diluvio?
L’attenzione. La salvezza è un atto di consapevolezza.
In un libro famoso del ‘600, appartenente all’antica arte alchemica, si trova questa parola: vitriol, un acrostico che nel suo sviluppo recita così: “Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem», ovvero: «Visita l'interno della terra, operando con rettitudine e troverai la pietra nascosta». A livello simbolico il messaggio è potentissimo: Scendere nell’interiora Terrae, significa entrare nella parte più profonda del proprio essere, e lì scoprire ‘l’unum necessarium’, l’unica cosa necessaria, ciò che ci costituisce, ciò che rimarrà quando la tempesta abbatterà tutto ciò che c’è d’abbatere.
Tutte le tradizioni, anche le più antiche invitano al ‘ritorno al Centro’.
È il buio, il nascondimento, le profondità, il silenzio ad essere grembo fecondo perché qualcosa possa venire alla luce. È solo il viaggio dall’interno verso l’esterno ad essere foriero di vita. Il feto ha bisogno, come il seme, di stare nella profondità e oscurità per venire alla luce.
Nell’antico Egitto le iniziazioni si svolgevano nelle piramidi o nelle cripte interrate dei templi. In Persia si scendeva nelle grotte, mentre gli indiani d’America costruivano apposite capanne. I misteri di Mitra venivano eseguiti in templi costruiti sottoterra, e l’iniziazione era simboleggiata appunto dalla penetrazione della pancia della Grande Madre. Nella mitologia greca, Orfeo discese nell’Ade per cercare Euridice (simbolo della sua anima perduta). Il Dio hindù Krishna discese negli inferi per cercare i suoi sei fratelli (ossia i sei chakra, essendo Krishna il chakra della corona).
Non c’è niente da fare: il primo passo per giungere in quel territorio dove finalmente si gode della vita in pienezza, che nel vangelo viene chiamato regno di Dio o regno dei cieli, è il viaggio verso sé stesso: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13, 44).
«Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas», Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità (Agostino, La vera religione).
«Chi vuole penetrare nel fondo di Dio, in ciò che ha di più intimo, deve prima penetrare nel suo fondo proprio, in ciò che esso ha di più intimo. In effetti nessuno può conoscere Dio, se prima non conosce sé stesso» (Meister Eckhart, Sermoni).
Che l’Avvento sia il tempo del silenzio e del nascondimento. Dell’esperienza del vuoto e del distacco. Del morire a sé stessi perché possa nascere la Vita.

Cristo Re
2Sam 5, 1-3
Col 1, 12-20
Lc 23, 35-43
«È re non chi ha autorità sulle persone in virtù del suo potere, bensì colui che con la sua vicinanza è fonte di felicità; egli dispone come fosse naturale di tutto il ‘potere’ che una persona possa mai avere su un’altra, ma possiede tale potere proprio perché non intende rivendicarne per sé alcuno. Ciò che egli vuole, se è veramente re, è soltanto promuovere la vita dell’altro» (E. Drewermann).
«Tu sei re?» domanda Pilato a Gesù. Sì, Gesù è re, ma di una regalità ‘altra’ e ‘oltre’ ogni regalità di questo mondo.
È re nel ridonare dignità a chi l’ha perduta, sollevando dalla polvere i deboli e i fragili, chi non si è mai sentito ‘idoneo’, pulito o a posto. Rialzando i “paralitici”, ovvero i bloccati a terra da tristi sensi di colpa o da leggi e norme promulgate da sacerdoti avidi d’ordine e pulizia, e gettate sulle spalle di creature incapaci di portarne il peso. Aprendo percorsi di libertà e distribuendo quel ‘pane’ capace di sfamare la “fame” di senso che abita il profondo, a differenza dei i re della terra intenti ad elargire il pane a gente già sazia togliendo così il primo ed ultimo desiderio di vivere.
Gesù invita i suoi a vivere con una postura regale, lavorando nel qui ed ora per edificare un regno diverso: condividendo piuttosto che prendere, dando la vita invece di toglierla, liberando da sterili norme invece che imporle, ponendosi al servizio degli altri anziché servirsene.
È quindi vero re colui che fa la verità, piuttosto che dirla o recriminarla.
Il re, in ultima analisi, non è uno che dall’alto del suo scranno può fare a meno dell’umanità, ma è un cuore che sa che il motivo fondante dell’amore risiede nell’aver bisogno dell’altro per trovare la strada che conduce a sé stessi, e quindi alla felicità.
È infatti solo amando l’altro che scopriremo chi siamo veramente.

XXXIII domenica del TO. Anno C
Mal 3, 19-20
2Ts 3, 7-12
Lc 21, 5-19
«Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: 6"Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta". 7Gli domandarono: "Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?". 8Rispose: "Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine".10Poi diceva loro: "Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. 12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
"Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, […] a causa del mio nome».
Gesù non fa sconti. A chi l'ascolta sbatte in faccia la realtà. Le cose non vanno bene, e non ci s'illuda che andranno meglio.
La tradizione zen afferma che ‘il mondo è perfetto così com’è’, e Gesù pare esserne convinto. Certo, semplicemente perché è qui ed ora che siamo chiamati a vivere con tutto noi stessi, senza rifugiarci in sogni o nostalgie.
Piuttosto che recriminare su come va questo mondo, Gesù invita ad immergercene e viverlo fino in fondo, percependo la vita come un parto, possibilità di venire alla luce di sé. Proprio questa vita, con tutta la sua complessità, con le tempeste e gli sconvolgimenti, e la grande dose di sofferenza che l'accompagna, sta conoscendo i dolori del parto (cfr. Rm 8, 22), per una fioritura che non avrà fine.
La vita è processo di trasfigurazione, non di disfacimento.
E forse in quest’ottica impariamo che la ‘fine del mondo’, non accadrà quando la violenza e la cattiveria raggiungeranno l’apice, e quando l’ultima bomba atomica deflagrerà l’intera creazione, ma quando ciascun essere vivente saprà apporre nel quotidiano un gesto di bontà, un abbraccio accogliente, una condivisione del pane, un gesto di perdono gratuito. La ‘fine’ non sarà un fatto terribile, ma un evento di bellezza. E se sapremo conservare un barlume di umanità potremo anticipare la ‘fine del mondo’ ogni volta che affermeremo un gesto di bontà e di bellezza.

In questo inferno su cui siamo chiamati a camminare, noi siamo di quelli che s’ostinano ancora a raccogliere i fiori. E che dinanzi al volto dell'altro si scoprono a dire: ‘sei la fine del mondo!’.
Tutta la Bibbia è concorde nel farci memoria che alla fine ciò che rimarrà è la fedeltà di Dio, rivelata come Bellezza e Amore. Ma questo avverrà come accade al seme che prima di essere un fiore conosce il buio della terra e il marcire.
Aveva ragione il grande scrittore francese: «Non è niente il morire, spaventoso è il non vivere» (Victor Hugo) Sì, non è la morte biologica la cosa peggiore che potrà capitarci, ma il non aver vissuto appieno.

XXXII domenica del TO. Anno C
2Mac 7, 1-2.9-14
2Ts 2, 16-3,5
Lc 20, 27-38
«Gli si avvicinarono alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e gli posero questa domanda: 28"Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 29C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. 30Allora la prese il secondo 31e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. 32Da ultimo morì anche la donna. 33La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie". 34Gesù rispose loro: "I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; 35ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito:36infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. 37Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. 38Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui"».
Stando al testo appena letto, pare che l’idea di risurrezione propria della setta religiosa dei sadducei – e di molti cristiani oggi - fosse quella di una rianimazione di cadavere, una sorta di seconda chance concessa dopo la morte.
Il vangelo ci ricorda che la risurrezione autentica non è qualcosa che riguarda il dopo morte ma l’al di qua della vita.
Il Dio di Gesù è quello del roveto del Sinai, che non volendo rivelare a Mosè il suo nome (cfr. Es 3, 14), lo invita piuttosto ad andare a liberare i suoi fratelli dall’oppressione egiziana. Detto in altri termini: il Dio di Gesù è il Dio dei vivi, non dei morti (v. 38), e se ne può fare esperienza al centro della vita, quando si vive pienamente, soprattutto quando ci si prende cura della vita dei più fragili.
«Quelli che sono giudicati degni della vita futura… non possono più morire» (vv. 35s.). Interessante, Gesù sta prospettando una possibilità, una modalità di vita che permetterà di non morire più. E qual è concretamente? Vivere già ora da risorti, e dal Vangelo sappiamo che vive da risorto chi fa coincidere la propria vita (il proprio nome) con l’azione di liberazione (risurrezione) dei fratelli oppressi da una vita diminuita. Chi vive ‘risuscitando a vita piena’ i fratelli, è già risorto!
«Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni» (Mt 10, 8): è questo l’invito rivolto da Gesù ai suoi: risuscitare i morti, ovvero riportare alla Vita coloro che stanno semplicemente esistendo. Per Gesù c’è un modo inequivocabile per non conoscere la morte, e quindi vivere già ora da risorte: amare. Lo dirà Giovanni con queste parole: «Noi sappiamo che siamo passati – già ora, adesso, in questa vita - dalla morte alla vita [quindi risorti], perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3, 14).
Dunque ai sadducei di ieri e di oggi, i quali immaginano la risurrezione come un qualcosa che verrà dopo la morte, Gesù ripete «voi siete in grave errore» (Mc 12, 27). La morte toccherà solo chi troverà già cadavere.
«Vincete la paura per non diventare cadaveri. Finché sarete vivi, la morte non vi potrà toccare. Nessuno potrà mangiarvi. Se la morte vi trova vivi, non vi toccherà» (Vangelo apocrifo di Tommaso).

XXX domenica del TO. Anno C
Sir 35, 15b-17.20-22a
2Tm 4, 6-8.16-18
Lc 18, 9-14
«Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 10"Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo". 13Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". 14Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato"»
Pio fariseo - pubblico peccatore.
Religione - fede.
Legge santa da osservarsi credendo di legarsi al cielo - vuoto da viversi per poter essere abitati.
Presunzione – abbandono.
Premio – dono.
«Abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno» (Gal 2, 16).
Non sarà mai la nostra ricchezza religiosa a legarci ad un dio e quindi a salvarci. Il divino è la nostra parte migliore, la Presenza che riempie assenze. Va da sé che la mia miseria sarà sempre misura della sua misericordia.
Il fariseo, dall’alto della sua giustizia, si permette di giudicare il disgraziato che gli sta accanto.
Abitare la nostra verità, ci sottrae dal bisogno di condannare gli altri.
Abitare la mia verità, mi porta a riconoscermi come il primo di tutti i peccatori (cfr. 1Tm 1, 15), ma un peccatore perdonato. Per questo saprò stare con tutti i peccatori del mondo.
«Allora Cristo ci dirà: venite anche voi, venite, o ubriaconi! Venite, o deboli! Venite, o dissoluti! E ci dirà: esseri vili, siete creati ad immagine della bestia e siete segnati dalla sua impronta. Venite comunque anche voi! E i saggi diranno, e i prudenti diranno: “Signore, perché li accogli?”
Ed egli dirà: Se li accolgo è perché ciascuno di essi non se ne è mai giudicato degno.
E ci tenderà le braccia, e cadremo ai suoi piedi, e scoppieremo in singhiozzi e allora comprenderemo ogni cosa. Sì, allora comprenderemo tutto» (F. Dostoevskij, Delitto e castigo).

XXIX domenica TO. Anno C
Es 17, 8-13
2Tm 3, 14 – 4, 2
Lc 18, 1-8
«Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:2"In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: "Fammi giustizia contro il mio avversario" .4Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: "Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi"". 6E il Signore soggiunse: "Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?"».
“Se portate alla luce quello che è in voi, quello che porterete alla luce vi salverà” (vangelo apocrifo di Tommaso).
“Proprio come il burro esiste nel latte, così la Natura del Buddha permea tutti gli esseri” (sentenza Buddhista).
Credo che queste due sentenze antiche ci dicano qualcosa d’importante riguardo il passo evangelico odierno. In noi abita la ‘vera natura’, l’essere cristico se vogliamo dirla con termini cristiani: il divino insomma. È il nostro principio salvifico, la nostra autentica identità; la questione è farla emergere, darle spazio, liberarla dalle nebbie e dalle catene dell’ego, dal piccolo sé autocentrante, desiderante, giudicante, che tutto soffoca. Come il latte è potenzialmente già burro, così il nostro essere divini, luminosi, compiuti è già una cosa sola con la nostra umanità, devono solo verificarsi determinate condizioni perché tutto ciò possa accadere. La salvezza non ci giunge dunque dall’esterno, ma se ‘portiamo alla luce ciò che è in noi, allora la salvezza si compirà’, ossia diverremo veramente esseri viventi, non più schiavi dell’illusione, e smetteremo di faticare invano a cercare un po' di felicità.
La trovo bellissima l’immagine del latte e del burro.
C’è un tesoro potenziale dentro il nostro essere, è già dato tutto – si pensi alla parabola del tesoro nascosto nel campo (cfr. Mt 13, 44) – dobbiamo solo togliere, asportare, estirpare tutto ciò che soffoca e impedisce alla nostra autentica natura di emergere.
Ed è qui che s’inserisce la preghiera che è al centro del nostro brano. Il ‘gridare giorno e notte’ non è un atto verso un dio che concederà per sfinimento quanto richiesto, ma un disporsi ‘giorno e notte’ ovvero continuamente all’attenzione, alla consapevolezza, alla non-dispersione, per entrare sempre più in contatto con proprio centro incandescente. Se si verificano le condizioni di ‘distacco’ dalla confusione, dai pensieri, dalle proprie attese e aspettative; dal proprio sé egoico, allora il passaggio di soglia, dal latte al burro, dall’umano al divino, si andrà ad affermare da sé facendoci sperimentare ciò che in ultimo chiamiamo salvezza, o compimento del cuore.

XXXI domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Sap 11, 22-12, 2
2Ts 1, 11-2, 2
Lc 19, 1-10
«1Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, 2quand'ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura.4Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. 5Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: "Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua". 6Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. 7Vedendo ciò, tutti mormoravano: "È entrato in casa di un peccatore!". 8Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: "Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto". 9Gesù gli rispose: "Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo. 10Il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto"».
«La biologia e la neurologia dimostrano come il senso di colpa, come tutte le emozioni, sia il prodotto diretto di sostanze chimiche isolate da determinate connessioni neuronali, legate a loro volta a complessi sistemi di premi e castighi relazionati all’educazione. Non sono state le religioni a provocare il senso di colpa, ma è fuor di dubbio il ruolo di esse giocato nel gestirlo: attraverso determinati rituali penitenziali, hanno garantito a individui e comunità il perdono della colpa e la pace della coscienza». (José Arregi)
Il vangelo di oggi è uno splendido esempio di come Gesù sia interessato non tanto alla colpa ma al danno. È proprio questo il passaggio fondamentale che in duemila anni di cristianesimo si è fatto fatica a comprendere. La Chiesa ha costantemente posto al centro il peccato e la colpa piuttosto che il danno e la ferita con cui la donna e l’uomo si trovano a fare perpetuamente i conti.
Il nazareno non ha mai rimproverato la colpa di alcuno ma ha sempre guarito la ferita di chi gli si è fatto incontro. Ecco il percorso indicato da Gesù a coloro che si reputano suoi discepoli: passare dalla logica del perdono-castigo alla guarigione.
Ultimamente è stato papa Francesco a indicare la Chiesa come ‘ospedale da campo’ la cui unica preoccupazione dovrebbe essere quella della guarigione del danno.
Noi esseri umani ci feriamo, volenti o nolenti. Siamo fatti così. E quanto avremmo bisogno di qualcuno che entrasse in casa nostra raggiungendoci non con il perdono della colpa e la necessità di espiarla – d’altra parte che importa e chi può valutare se ho la colpa o meno di qualcosa? (Arregi) - ma versasse sulle nostre ferite doloranti il balsamo della compassione muovendoci così alla responsabilità. Come ha sperimentato questo pover’uomo di nome Zaccheo, ovvero che alla fine ciò che conta è assumersi la responsabilità del danno e del bene da compiere. Passando così dall’angoscia alla cura dell’altro.

XXVIII domenica TO. Anno C
2Re 5, 14-17
2Tm 2, 8-13
Lc 17, 11-19
«Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. 12Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza 13e dissero ad alta voce: "Gesù, maestro, abbi pietà di noi!". 14Appena li vide, Gesù disse loro: "Andate a presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono purificati. 15Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, 16e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. 17Ma Gesù osservò: "Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? 18Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?". 19E gli disse: "Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!"».
Per giungere a Gerusalemme – la città santa – Gesù deve attraversare la Samaria e la Galilea, simboli da sempre di lontananza, inimicizia, di infedeltà, di ‘non popolo’.
L’amore divino non bypassa la nostra ombra, ma l’attraversa tutta.
È la nostra lontananza da lui, il luogo dove può starci vicino.
Sono le nostre zone perdute, i luoghi dove può ritrovarci.
Gesù, entra in un villaggio – la parte più oscura di me – e «gli vennero incontro dieci lebbrosi» (v. 12), le mie zone d’ombra, la mia parte malata. Egli entra e il ‘male’ gli si fa incontro! La miseria è attratta dalla misericordia.
A questo punto succede un fatto strano: Gesù non li guarisce. Dice loro semplicemente: «Andate a presentarvi ai sacerdoti» (v. 14).
Secondo la Legge antica, i lebbrosi – esseri impuri - non possono recarsi dai sacerdoti perché questi risiedono nella città santa e in particolare nel Tempio (luogo stesso della divinità), assolutamente interdetto agli impuri.
Il significato è splendido. Gesù mi dice: non temere, non credere di essere così sporco da non poterti avvicinare a Dio. Vai, cammina, credici! E vedrai che la strada si aprirà camminando.
Abbi la certezza che così come sei, con la tua storia, con la tua fragilità, con le zone di ombra che ti porti dentro, con le tue continue cadute e con tutti i tuoi sbagli, stai già facendo esperienza della Vita e quindi del Vivente, perché ne sei immerso. Devi solo prenderne coscienza. Non cercare una via per diventare migliore, ora puoi sorridere al tuo peggio.
«Mentre essi andavano furono purificati» (V. 14b). La guarigione, la nostra ‘ricreazione’ avviene in itinere, durante il lento procedere della nostra storia personale. L’importante è camminare, procedere, non lasciarsi bloccare da inutili e sterili sensi di colpa. Infatti la lebbra di questi dieci impuri, scompare proprio durante il loro lento camminare.
Non ci è chiesto di purificarci, di diventare migliori per poterci avvicinare ad un Dio, ma d’imparare a stare da Dio nelle nostre ombre e difficoltà.
Siamo già esseri divini, in continuo cammino di compimento. Portiamolo alla fine.
E di questo ringraziamo.

XXVII domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Ab 1, 2-3; 2, 2-4
2Tm 1, 6-8; 13-14
Lc 17, 5-10 «Gli apostoli dissero al Signore: 6"Accresci in noi la fede!". Il Signore rispose: "Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: "Sràdicati e vai a piantarti nel mare", ed esso vi obbedirebbe. 7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? 8Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"». Oggi dovremmo inserire nei nostri catechismi una virtù in più: la ‘fede nell’umanità’. Prima di credere in un Dio, sarebbe necessario cominciare a credere nell’essere umano, e ciò che di meglio si porta dentro. «La fede nella possibilità che l’uomo ha di liberarsi del suo male è una qualità straordinaria. La fede nell’uomo è la fede nell’impossibile, è la fede, per esempio per chi lotta perché il mondo sia fatto da uomini eguali fra loro e senza violenza» (Balducci). Il cristiano si porta dentro l’inveterata convinzione di essere segnato da un male profondo, e da qui la percezione di sé stesso come un mezzo uomo, una mezza donna, insufficiente, incapace, inadatto a venire alla luce di sé, e pertanto bisognoso di un tutore che ha imparato a chiamare dio che intervenga ad ogni piè sospinto con la sua ‘santa grazia’, perché altrimenti da solo rimarrebbe a languire in quella 'valle di lacrime' che è la vita. Il Vangelo di oggi però ci parla d’altro: «solo dopo che hai fatto tutto ciò che dovevi fare, che era in tuo potere fare, solo dopo aver vissuto da essere umano, fino all’estremo, potrai dire “sono un servo inutile”». Non prima. Non ti è dato disertare la storia sino a quando non sarai venuto alla luce di te stesso, giunto alla vita piena, perché occorre sapere che ‘alla fine’ risorgeranno i vivi non i morti. La fede nella nostra divina-umanità occorrerebbe mettere in campo nel nostro vivere quotidiano. La mia umanità è ‘Dio all’opera’, e per questo mi è chiesto di vivere con passione e attenzione ogni istante, ogni momento per portarmi a sbocciare, e quindi ad incarnare Dio nel mondo. In un certo senso siamo noi ad aiutare Dio ad essere presente qui ed ora! Non viceversa. E' il tempo della fede come fiducia nella nostra insita capacità di bene, di giustizia, di bontà; fiducia nella retta coscienza che ci abita e nella profondissima capacità di amare che possediamo. Si sposterebbero così montagne di odio e di violenza, d’intolleranza e d’ignoranza. Se oggi qualcuno crede ancora in Dio, chi crede ancora nella bontà dell’uomo? «Abbiamo avuto uomini che hanno saputo morire per il futuro dell’umanità, hanno dato voce alla specie umana e sono morti per questo. Che importa se dicevano che in cielo non c’è nessuno? In cielo ci sono tanti idoli. Ce li abbiamo messi noi. Forse è una via necessaria anche quella di spopolarlo, visto che molta sostanza di umanità è stata proiettata e come alienata nel cielo delle immaginazioni. Quel che conta è la fede nel futuro dell’umanità. Dobbiamo essere intransigenti contro i rassegnati. I veri nemici del futuro non sono i cattivi, ma i rassegnati». (Balducci)

XXVI domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Am 6, 1.4-7;
1Tm 6, 11-16;
Lc 16, 19-31
«C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. 20Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, 21bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. 22Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. 24Allora gridando disse: "Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma".25Ma Abramo rispose: "Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. 26Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi". 27E quello replicò: "Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, 28perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento". 29Ma Abramo rispose: "Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro".30E lui replicò: "No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno". 31Abramo rispose: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti"».
«Si hanno due vite. La seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una» (Confucio). Noi abbiamo la possibilità, qui ed ora di fare della nostra vita un paradiso o in inferno. Perché l’inferno o il paradiso hanno a che fare col momento presente, con la storia, e soprattutto con le nostre relazioni. Nella parabola di oggi, il ricco è un solo, talmente solo da non avere nemmeno un nome. Lo si definirà in seguito epulone, aggettivo ma non nome proprio. Egli è definito da ciò che ha e fa, mangia lautamente vestendo splendidamente. Invece il mendicante ha un nome, Lazzaro. Il ricco è un solo, solo come un cane. Accanto a Lazzaro invece stanno dei cani, che gli alleviano la sofferenza. Gli animali sanno benissimo cos’è il bene, e per gli umani una compagnia del genere ha già il sapore di paradiso. Il ricco epulone è come cieco, non vede chi bivaccava alla sua porta. Ha occhi solo per ‘la sua roba’, per dirla con Verga. Ma la roba l’ha fregato, pensando che fosse il tutto, il necessario per vivere. Un assoluto. Invece alla porta ci sta dell’altro: l’altro che chiede di venire alla luce, di essere visto e di essere sfamato. La roba ci offusca la vista e il cuore, pensando che la vita, che si nutre di cose, sia l’unica che abbiamo. E la difendiamo coi denti, minacciando chi ce la tocca. E la ingrassiamo, coccoliamo, inganniamo. Ma di vite ne abbiamo due, la seconda quella che lasciamo fuori, disprezzata e ferita sta morendo di fame e reclama solo di essere vista. È il nostro vero Sé, la matrice di cui siamo fatti, Ciò che emergerebbe qualora l’ego si dissolvesse. Il divino di cui il nostro bios è manifestazione. Solo qui ed ora possiamo prenderci cura di quel Lazzaro che è la nostra sorgente interiore. Domani sarebbe già troppo tardi. Ora è necessario nutrire il nostro essere spirituale, ferito e abbandonato, perché troppa cura abbiamo riservato a ciò che alla fine sarà solo vapore. «Per quale ragione il mio Sé è un deserto? Ho forse vissuto troppo al di fuori di me, nelle persone e nelle cose? Perché ho evitato il mio Sé? Non ero forse caro a me stesso? Eppure ho evitato il luogo della mia anima. Dopo che non ero più le cose e le altre persone, ero i miei pensieri. Non ero però il mio Sé, che si contrappone ai miei pensieri. Dovrei dunque elevarmi anche al di sopra dei miei pensieri per raggiungere il mio proprio Sé. Lì conduce il mio viaggio. Esso conduce dunque lontano da persone e cose, nella solitudine. Ma è solitudine restare con sé stessi? Solitudine probabilmente solo se il Sé è un deserto» (C.G. Jung, da Il libro rosso).

XXV domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Lc 16, 1-13

Per Gesù la ricchezza è sempre disonesta. E iniqua, in quanto si tratta di qualcosa d'accumulato sulla schiena dei poveri e ottenuta per esclusione degli ultimi. Fuori da ogni ingenuità: un’economia di opulenza richiede una politica di oppressione e per assicurarci il ‘nostro stile di vita’ è necessaria l’esistenza dei poveri. Nessuno – nei confronti della ricchezza - può dirsi puro, «nemmeno un eremita perché ci lascia nei guai per esserlo» (Balducci). Nessuno può chiamarsi fuori. «Siamo tutti responsabili di tutto» ricorda Dostoevskij. L’economia, lo vogliamo o no, è un fatto di tutti, ne abbiamo tutti le mani in pasta, ci attraversa, anche chi ha professato il voto di povertà. Chiunque venga al mondo riceve un codice detto ‘fiscale’. È il nostro numero di riconoscimento dinanzi agli uomini di questo mondo.

A questo punto la domanda: “Ma io oggi cosa posso fare?». La medesima che si pone l’amministratore infedele e corrotto della nostra parabola.

Gesù non ha mai detto di abbandonare il mondo e tanto meno di gettare via le proprie sostanze, ma di usarle in maniera ‘scaltra’. Questo mondo iniquo comincerà a dissolversi – forse - nel momento in cui si comincerà a vivere nella logica della condivisione, che dovrà divenire stile di vita non solo personale (e in questo supererà l’elemosina), ma famigliare, e poi di quartiere, cittadino, nazionale, mondiale. Attenzione: non è questione di dare, ma di condividere!

Le prime comunità cristiane impararono ben presto che a rendere compiuta e felice una vita non poteva essere la prassi religiosa interna ad una sinagoga, e neanche la cura del proprio ristretto nucleo famigliare, ma il mettere quanto posseduto in comune perché nessuno potesse dirsi bisognoso (cfr. At 4, 34), e di partecipare alla moltitudine la miseria dei propri ‘cinque pani e due pesci’ per poi sperimentare il miracolo che quel cibo solo perché condiviso può anche essere moltiplicato, divenendo così sufficiente per tutti (cfr. Mt 14, 17ss).

Una domanda: tutto questo è forse utopia? Sogno? Ingenuità? Probabilmente, ma qualcuno, a partire da Gesù di Nazareth ci ha creduto e l’ha vissuto, testimoniando che è la sola modalità di vita che permetterà agli uomini di vivere una storia più forte della morte, perché col sapore dell’amore e quindi capace di far vivere per sempre.

XXIV domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Es 32, 7-11.13-14
1Tm 1, 12-17
Lc 15, 11-32
11Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». 22Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: «Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso». 31Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
In questo Vangelo tutti perdono qualcosa. Un pastore perde una pecora, una donna perde una moneta e poi c’è un padre che se non perde un figlio, lascia di fatto che un figlio si perda.
Luca ama la perdita e la condizione dei perduti: per lui in fondo l’Amore è proprio per questi, tanto da far dire a Gesù: «Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò̀ che era perduto» (Lc 19, 10).
La divinità è come aborrisse il vuoto, e fosse obbligato a riempirlo. Vige, nelle cose di Dio, una sorta di legge di natura: come il gas riempie ogni anfratto trovato vuoto, così l’energia divina riempirà ogni spazio di non presunzione, di abbandono.
Non dobbiamo far nulla nei confronti della divinità, se non arrenderci, depositare armi ed espedienti posti in essere per conquistarla. Occorre ‘rimanere’, e accorgersi che la meta è sempre stata qui. Dobbiamo solo goderne.
Il ‘figlio maggiore’ della parabola ragiona in maniera diametralmente opposta. Lavora molto per il suo padre/padrone. Non disattendendo un comando del suo datore di lavoro alla fine pretende il salario-ricompensa, quello riservato ai servi. Ma il padre gli dirà: ‘tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo’. Siamo della stessa sostanza, come puoi fare qualcosa per me? Devi solo prendere consapevolezza che sei già ciò che vorresti essere: “Ciò tu sei”, tu sei me! Non devi raggiungere nulla, perché non c’è nulla da raggiungere!
Il figlio minore ha vagato, ha sperperato, è rimasto senza nulla, e proprio per questo può fare esperienza del Nulla, ossia della divinità che non è né questo né quello.
‘Chi perderà la propria vita la troverà’ dice Gesù, infatti il perduto non può far altro che abbandonarsi e sprofondarsi nella pasta di cui è costituito, il divino, sperimentando in questo modo la beatitudine, lo stato di quiete, di pace non dipendente da fattori esterni, da prestazioni e conquiste. E qui non vi è più paura e ansia. Se la divinità è vero che giace nel fondo dell’anima come ci ricorda la mistica, e se il nostro piccolo io, il nostro ego non sarà più ancorato, attaccato a qualcosa di esterno - aspettative, ricompense, desideri- allora l’uomo cadrà inevitabilmente come la mela di Newton. Dove? Nella divinità. Perché, lo ripetiamo, la divinità per sua natura, come la sabbia e l’acqua, saturerà tutto ciò che è vuoto.
«Dove e quando egli ti trova pronto cioè vuoto, deve operare ed effondersi in te, proprio come il sole non può fare a meno di effondersi, e nulla può trattenerlo, quando l’aria è limpida e pura» (Meister Eckhart).

XXIII domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Sap 9, 13-18
Fm 9b-10.12-17
Lc 14, 25-33
«Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: 26"Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
28Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? 29Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, 30dicendo: "Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro". 31Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.33Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».
Per trasformarsi da servi a discepoli, da fantocci ad esseri umani, occorre ‘odiare’ ogni tipo di potere in grado d’inficiare il nostro vero Sé.
Sarebbe necessario disidentificarci con ogni dimensione storica, con la nascita e la morte, gli alti e i bassi, gli inizi e le conclusioni. In questo modo impareremo a conoscere ciò che sta a fondamento del nostro essere, ovvero la realtà suprema, o se vogliamo il nostro vero Sé.
«Sulla superficie dell’oceano ci sono molte onde, alcune alte, altre basse, alcune belle, altre meno. Tutte hanno un inizio e una fine. Ma quando entrate in profondo contatto con le onde, realizzate che le onde sono fatte soltanto d’acqua, e dal punto di vista dell’acqua non ci sono inizio e fine, alti e bassi, nascita e morte» (Thich Nhat Hanh).
Sebbene siamo onda, ci persuadiamo d’essere ‘solo’ questo, dimentichi di essere invece l’acqua che costituisce l’onda. Diamo importanza alla forma dell’onda, al suo peso, alla struttura, a ciò che – per quanto possa essere bello e prezioso - è comunque momentaneo, impermanente. La nostra profonda realtà è essere quell’acqua che non ha inizio e fine, infinita, senza nascita e senza morte. Ma ci inganniamo, investendo le nostre energie su ciò che si muove in superficie.
Per questo Gesù insiste sull’esigenza di staccarci da tutto ciò che impedisce di vivere veramente, rompendo con l’illusione che la vita risieda in ciò che è destinato a passare, fossero anche cose belle e importanti appunto come gli affetti più cari (padre, madre, figli, fratelli, sorelle…) e persino la propria vita. Certo, perché di vita ne abbiamo due, quella biologica che si nutre dell’effimero, che è costituita da nascita e morte, e la Vita che ci attraversa, che è da sempre e destinata a non finire, e ci fa partecipare come nell’Uno a tutto e a tutti.

XXII domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Sir 3, 17-20.28-29
Eb 12, 18-19.22-24a
Lc 14, 1.7-14
«1Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. 7Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: 8"Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, 9e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: "Cedigli il posto!". Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. 10Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: "Amico, vieni più avanti!". Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. 11Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato". 12Disse poi a colui che l'aveva invitato: "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. 13Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti"»
«Fratelli, non vi siete avvicinati a qualcosa di tangibile né a un fuoco ardente né a oscurità, tenebra e tempesta, né a squillo di tromba e a suono di parole, mentre quelli che lo udivano scongiuravano Dio di non rivolgere più a loro la parola» (Eb 12, 18s.).
Questo passo della seconda lettura di oggi, ricorda ai cristiani come al tempo di Mosè circolasse un’idea di Dio capace di incutere ‘timore e tremore’, arrivando ad auspicare che quel dio arrivasse a non rivolgere più loro la parola. Questa immagine del dio terribile era veicolata da un sistema gerarchico, che – oltre al fatto di porsi come mediazione tra cielo e terra - faceva della paura il mezzo favorito per gestire le masse e quindi il fatto religioso: al tempo di Gesù era ben strutturato: il Sinedrio all’apice, a seguire gli anziani del Tempio e gli scribi, ovvero i teologi della legge e della morale, e poi i farisei. Alla base della piramide uomini e donne, la massa indistinta dei fedeli.
Gesù, è venuto a dire e a mostrare, come questa immagine di Dio fosse chiaramente blasfema. Egli ha sempre denunciato ogni gerarchia che presumesse di collegare cielo e la terra, e quindi ogni mediazione umana e chiunque si arrogasse il diritto di farsi guardiano delle cose di Dio. Tra Dio e i suoi figli non esistono mediatori: «Quando pregate dite Padre» (Lc 11, 2), e si ‘conoscerà’ Dio solo nella misura in cui si ‘conoscerà’ l’uomo, nella fattispecie il più povero e indigente.
Il Concilio Vaticano II (1965) farà sua questa certezza evangelica: il popolo di Dio – la Chiesa - è un l’insieme di donne e uomini di per sé ‘regale’, ossia senza capi né regnanti che dominano su di essa. È il popolo re di sé stesso.
La Chiesa tutta è un popolo sacerdotale: non si danno dunque preti, vescovi, papi che possano fungere da mediatori fra l’insieme dei fedeli e la divinità perché il popolo medesimo possiede il sacerdozio, in quando tutti sono sacerdoti in virtù del loro battesimo.
E infine la Chiesa è un popolo profetico capace cioè di pensare e leggere la storia con saggezza intravedendo nell’ascoltando anzitutto della propria coscienza il cammino da seguire senza il bisogno di qualcuno che lo debba ammaestrare, dirigere e condurre dall’alto.
La Parola di questa domenica è tutta volta a rispondere alla domanda fondamentale: dove poter incontrare dunque il volto autentico di Dio? Non quello terrifico impiegato da alcuni a proprio uso e consumo, ma quello narratoci da Gesù di Nazareth?
Non in un cielo che si dà a noi attraverso mediazioni umane che sotto condizione (morale, cultuale, rituale…) si arrogano il diritto di aprirne o sbarrarne le porte. (cfr. Mt 23, 13), ma piuttosto nell’uomo assetato e affamato.
Il Vangelo di oggi è inequivocabile a riguardo.

XX domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Ger 38, 4-6.8-10
Eb 12, 1-4
Lc 12, 49-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!», dice Gesù nel vangelo di oggi.
Dopo duemila anni di cristianesimo pare questo fuoco non sia mai veramente divampato; il fuoco del messaggio evangelico, quello delle beatitudini, di uno stile di vita fondato sulla condivisione, la cura, il servizio, facendo di contro troppo spesso l’occhiolino al mondo che radica sé stesso sul potere, l’avere e il successo, ammantando tutto con la pratica religiosa.
C’è un racconto significativo del gesuita Antony de Mello che spiega molto bene la situazione che si è venuta a creare all’interno dell’istituzione Chiesa in questi due millenni, non avendo mai compreso sino in fondo ciò che viene chiamata Tradizione, che non il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco!
«C’era un uomo, che aveva inventato l’arte di accendere il fuoco. Prese i suoi attrezzi e si recò presso una tribù del nord, dove faceva molto freddo. Insegnò a quella gente ad accendere il fuoco. La tribù era molto interessata. L’uomo mostrò loro gli usi per i quali potevano sfruttare il fuoco – cuocere il cibo, tenersi caldi, ecc. .
Quelle persone erano molto grate all’uomo per quanto era stato loro insegnato sull’arte del fuoco, ma prima che potessero esprimergli la propria gratitudine, egli scomparve. Non gli importava ricevere il loro riconoscimento o la loro gratitudine: gli importava il loro benessere. Si recò in un’altra tribù, dove nuovamente iniziò a dimostrare il valore della sua invenzione. Anche quelle persone erano interessate, un po’ troppo però per i gusti dei loro sacerdoti, che iniziarono a notare che quell’uomo attirava la gente, mentre essi stavano perdendo popolarità. Così, decisero di liberarsene. Lo avvelenarono – o lo crocifissero, non ricordo più. Ora, però temevano che la gente si rivoltasse contro di loro, e così fecero una cosa molto saggia, persino astuta. Fecero eseguire un ritratto dell’uomo e lo montarono sull’altare principale del tempio. Gli strumenti per accendere il fuoco furono sistemati davanti al ritratto, e la gente fu invitata a venerare il ritratto e gli strumenti del fuoco, cosa che fece ubbidientemente per secoli.
L’adorazione e il culto continuarono, ma non fu mai usato il fuoco».

XXI domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Is 66, 18b-21
Eb 1, 5-7.11-13
Lc 13, 22-30
«Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. 23Un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?". Disse loro: 24"Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. 25Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponderà: "Non so di dove siete".26Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze". 27Ma egli vi dichiarerà: "Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!". 28Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. 29Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio.30Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi"».
A tutti coloro che pensano di giungere al proprio compimento di persone umane (questa è salvezza), semplicemente attraverso una serie di pratiche come: l’ascolto della Parola: «tu hai insegnato nelle nostre piazze» (v. 26b), una costante pratica eucaristica: «abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza» (v. 26), magari una vita morale irreprensibile, portata avanti anche con una buona dose di sacrifici, Gesù risponde: «Per voi, la porta della salvezza è chiusa! Voi – proprio voi – non so di dove siete. Allontanatevi da me» (vv. 25b. 27).
Quelli che si salveranno, continua Gesù, saranno invece quelli che arriveranno da oriente ed occidente, da settentrione e mezzogiorno (v. 29) – luoghi dove risiedono i popoli maledetti e nemici storici di Israele! Proprio questi entreranno: «siederanno a mensa nel regno di Dio» (v. 29b), ovvero vivranno la comunione più alta con Dio. Interessante: si salva chi è perduto.
Gesù, in maniera paradossale, ci invita a cambiare mentalità. Non è il proprio ego, la propria volontà a conquistare il cielo, o se vogliamo la salvezza, ma piuttosto farsi accoglienti ad un qualcosa che è già dato, che è previo, immeritato.
"La grazie è senza sforzo" ebbe a dire Simone Weil.
Non vi è alcun premio da conseguire e chi crede di procurarsi la salvezza, è già perduto. Chi vive nella logica del merito, renderà vana la croce di Cristo, dono per tutti i ladroni crocifissi della storia.
Ma allora quel «sforzatevi di entrare per la porta stretta» (v. 24) come va interpretato?
Non certo come uno ‘sforzatevi con una vita morale e santa di entrare nel paradiso; sforzatevi di essere buoni, di amare, di non fare peccati…’. Anzitutto in greco non c’è sforzatevi bensì “lottate”. Siamo chiamati a lottare contro tutto ciò che impedisce di essere raggiunti, le nostre sovrastrutture religiose, la presunzione di essere dalla parte giusta, di 'essere dei suoi', di essere meritevoli della sua attenzione. Tutto questo risulta essere impedimento alla Presenza che desidera solo poter emergere dal nostro essere e trasformarci. Ciò che impedisce a Dio di amarmi non è il mio peccato, la mia debolezza, ma non fare spazio in me al suo dono immeritato, non accettare il suo amore gratuito, perché tutto intento a guadagnarmelo. Impedirò a Dio di amarmi ogni volta che penso che questo amore vada meritato. In questo caso lui non può venire a me, perché egli è venuto solo per gli ammalati e gli ingiusti (cfr. Lc 5, 31). Gesù sta dicendo proprio a noi: “Lottate” (sforzatevi) contro la vostra presunta “ricchezza” spirituale (cfr. Lc 6, 24), i vostri meriti, solo così potrò finalmente venire a recuperare ciò che era perduto (cfr. Lc 19, 10).
La porta sarà sempre stretta, anzi chiusa per ciascuno di noi se viviamo come schiavi dinanzi a un Dio padrone. E sarà larga solo per i miseri e i peccatori, perché da lì passerà il fiume della misericordia di Dio che come Padre si prende cura di tutti i suoi figli.
Qualcuno dinanzi a questo Vangelo sconvolgente dirà: allora è tutto ‘facile’, basta stare in un certo quietismo, magari continuando a peccare e aspettare che lui venga a salvarci. E invece no! Per questo Gesù dice: «lottate!». Ci vuole molta più forza per vivere da figli liberi e accettare di essere amati gratuitamente, che vivere da schiavi strisciando a terra come servi per guadagnarsi il suo amore. Ci vuole più forza ad aprire il pugno e stendere il palmo per ricevere il dono, che serrarlo per conquistare il cielo con la propria volontà.

XIX domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Sap 18, 6-9
Eb 11, 1-2; 8-19
Lc 12, 32-48
«32Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. 33Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. 34Perché, dov'è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. 35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! 39Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. 40Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo". 41Allora Pietro disse: "Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?". 42Il Signore rispose: "Chi è dunque l'amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? 43Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. 44Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. 45Ma se quel servo dicesse in cuor suo: "Il mio padrone tarda a venire" e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, 46il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l'aspetta e a un'ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. 47Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più»
Siamo tutti amministratori della nostra vita (cfr. v. 42). Il Vangelo di questa domenica è un forte invito all’attenzione, ossia fare in modo che il nostro ‘capitale umano’, non venga dissolto nel nulla ma giunga a suo pieno compimento. I verbi che ricorrono con insistenza hanno infatti tutti a che fare con una vita attenta, non distratta: «essere pronti, attendere, aprire, stare svegli, agire…». Si può amministrare la vita accumulando il grano – ossia l’essenziale - (Vangelo di domenica scorsa), ed è il modo migliore per sperimentare il fallimento; oppure si può amministrare donando la vita per far vivere i fratelli, in una parola: condividendo.
«Beato [felice] quel servo, che il padrone, arrivando, troverà ad agire così» (v. 43). Così come? Intento a donare “il grano” che fa vivere i fratelli. Se ci scopriremo intenti a far felici gli altri, allora vivremo appieno anche noi. A quel punto Dio ci porrà a capo di tutti i suoi averi! (v. 44). Ma quali potranno essere gli ‘averi’ di Dio? Egli forse possiede qualcosa? No, se non sé stesso, per cui ciò che ci donerà sarà niente meno che sé stesso, e quindi diverremo come lui! Il partecipare della nostra vita agli altri ci trasforma in Dio.
L’uomo che vive solo di ‘possesso’, incentrato sul proprio ombelico, conoscerà una vita segnata solo dalla violenza. Si notino i verbi: picchiare, mangiare, bere, stordirsi (cfr. v. 45). In questo caso, dice il testo: «Il padrone di quel servo […] lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli». La traduzione letterale sarebbe: «Il padrone di quel servo […] lo dividerà in due». In che senso? Chi vive tutto incentrato su di sé è un essere a pezzi, ‘diviso’ in due, segnato da preoccupazioni e divisioni; da una parte desidera con tutto sé stesso la felicità, dall’altra opta per strategie fallimentari.
Ovviamente non sarà Dio a dividere, frantumare e spezzare, ma sarà l’uomo che andrà in pezzi, perderà il proprio io-autentico, attraverso il suo egoismo esasperato.
Occorre insomma prestare molta attenzione a come ci stiamo giocando la vita. Ora, qui.
Gesù di Nazareth oggi ci fa memoria che «Dire ‘io’, significa dire – all’altro - ‘eccomi’» (E. Lévinas).

XVIII domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Lc 12, 13-21
Gesù disse loro una parabola: "La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante.
Egli ragionava tra sé: "Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni.
Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!". Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?". Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio"».
Accumulare tesori per sé, questo è il principio della sofferenza.
Tutte le tradizioni ricordano che illudersi di edificare la propria vita edificando, costruendo, attaccandosi al potere, l’avere, il successo è il principio della propria sconfitta esistenziale.
T.S. Eliot scrive: ‘Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo?’. Certo, perché come ricorda Gesù, vi è solo un modo per vivere veramente: morire a sé stessi, ossia risvegliarsi dal sonno dell’illusione. Questo significa: arricchirsi presso Dio: cogliere, esperire, vivere la realtà essenziale, autentica della nostra vita. Sapere che c’è una Vita oltre la vita cui merita dedicarsi, e quindi
nutrirla, farla crescere.
Come già detto a commento del vangelo di qualche domenica fa, il rischio mortale che corriamo tutti, è dare importanza a ciò che è vapore, all'inconsistente, all'impermanente e che il Qoelet, nella prima lettura di oggi, traduce con vanità.
Viviamo l'illusione che la realtà, i nostri granai, i nostri attaccamenti, le nostre sicurezze siano fonte della felicità quando invece sono solo accessori, mezzi ma non il fine.
Riposarsi, mangiare, bere, divertirsi, edificare, ingrandire… son tutte cose importanti, belle magari ma non toccano ancora la Vita. Questa sta oltre, o sotto. È la Realtà autentica, il Fondamento, ma ad appannaggio solo dei risvegliati, dagli attenti, dei saggi.
Esistere non vuol dire ancora vivere.
La vita stessa di Gesù testimonia tutto ciò. «La sua morte non è l’esaltazione del nulla, della vanità, ma è la negazione della vanità perché abbiamo capito, una volta per sempre, che si può anche morire non morendo. Chi muore perché c’è qualcosa di più grande della dialettica vita-morte – cioè l’amore – costui non muore» (E. Balducci).
Esiste un modo di vivere tale da percepire la vita come una metamorfosi continua, per cui da una parte si sente il proprio corpo come un lento disfarsi, ma dall’altra si ha la forte consapevolezza che la vita vera si sta rinnovando in sé in ogni istante, come un crescendo verso una pienezza e un compimento. È ciò che Paolo intuì scrivendo ai corinzi: «non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro
uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno» (2Cor 4, 16).
Insomma, «Vivono solo coloro che non hanno trovato pace nelle provviste fatte» (Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella).

XVII domenica Tempo Ordinario. Anno C

Gn 18, 20-32

Col 2, 12.14

Lc 11, 1-13

«Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli". 

2Ed egli disse loro: "Quando pregate, dite:
Padre,

sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno;

3dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,

4e perdona a noi i nostri peccati,

anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,

e non abbandonarci alla tentazione".

5Poi disse loro: "Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: "Amico, prestami tre pani, 6perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli", 7e se quello dall'interno gli risponde: "Non m'importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani", 8vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.

9Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. 10Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 11Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? 12O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? 13Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”».

C’è una crescita, un diventare adulti anche riguardo la preghiera.

Gesù invita a chiedere e domandare, ma altrove dice: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6, 7).

O si contraddice o ci guida alla maturità spirituale.

Faccio mie le parole del Mistico Eckhart riportate dall’amico Marco Vannini.

«È assurdo essere in rapporto con Dio, in comunione spirituale con Lui, dunque nella pura luce, ed andare a cercare qualcosa di comunque inferiore. Sotto questo profilo, anzi, la preghiera come richiesta viene bollata da Meister Eckhart con parole di fuoco: chi si rivolge a Dio per chiedergli qualcosa lo ama come ama la vacca, che viene tenuta per avere il latte; lo segue come il cane segue la donna che porta la salsiccia, perché è interessato a quella; lo tratta come un servo, cui regala gli abiti vecchi e vili, i vestiti smessi, ecc. Chiedendo a Dio qualcosa di diverso da Lui si dimostra infatti che ciò che veramente amiamo, desideriamo, è quel qualcosa, non Dio, che diventa invece subordinato, strumentale - un servo, appunto, un idolo» (Marco Vannini).

Preghiera per me oggi è fare esperienza della mia natura profonda, ossia del divino di cui sono manifestazione. È un perdermi lì, in questo Uno di cui sono parte. E mi chiedo: in questa pura unione, che bisogno c’è di chiedere ancora qualcosa? Se sono nel Tutto perché chiedere briciole? Qualsiasi cosa domandassi si tratterebbe comunque e sempre di una realtà infinitamente più piccola e inferiore. È come vivere un amplesso con la persona amata e al contempo scriverle lettere d’amore.

Faccio fatica pensare oggi la preghiera come un dialogo, perché troppo alto il rischio di un monologo auto gratificante. E tanto più faccio fatica pensare la preghiera come l’invocazione ad esempio della pioggia, in questo drammatico momento di siccità. Mi pare rito tribale, e poi mi fa sorgere una domanda: se un dio lassù in alto e un po’ capriccioso concedesse alla fine anche l’acqua, perché avrebbe avuto bisogno d’essere invocato per donarla?

XVI domenica del Tempo Ordinario. Anno C
Lc 10, 38-42
Noi ci affanniamo e ci agitiamo per molte cose, fiduciosi che a questo darsi tanto da fare corrisponda un di più di vita.
Ci affanniamo e agitiamo per un’infinità di cose che presto o tardi mostreranno la loro inconsistenza, lasciandoci l’amara sensazione di esserci aggrappati al nulla, al vapore.
«Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina sé stesso?» (Lc 9, 25).
Guadagniamo il mondo, ossia l’impermanente, il transeunte, l’inconsistente. Investiamo tempo ed energia su ciò che in ogni momento potrebbe mutarsi in nulla, mentre ciò che conta e rimane è il‘sé stesso’, la ‘propria essenza’, il vero Sé, ma che se non viene coltivato rischia d’essere disconosciuto.
La questione è sempre e solo una: prendersi cura della propria anima, del proprio nucleo vitale, di ciò che in qualche modo ci definisce, e che ‘non ci verrà tolto’ (v. 42bis).
È qui che dovremmo compiere un passaggio di soglia: dedicarci a Ciò. Il resto per quanto bello, grande, utile sarà sempre ‘vanità’ dice il Qoèlet, vapore, inconsistenza. Alito s’un vetro.
Il vangelo di oggi mi pare essere un invito a ‘stare’, essere radicati nella parte più profonda di noi che è la nostra parte di divino; a diventare consapevoli che siamo manifestazione spaziotemporale di ciò che chiamiamo Dio e che quando il nostro bios, fatto di spazio e tempo si dileguerà quello che rimarrà di noi non sarà altro che il Tutto di cui siamo sempre stati partecipi e quindi ciò che non ci verrà tolto. L’inganno è aggrapparci agitandoci al bios, al desiderio, ai pensieri, alla ragione che per quanto realtà bella, forte e promettente resta comunque sempre destinato a sciogliersi come neve al sole.

XV domenica Tempo Ordinario
Lc 10, 25-37
"Ciò che distingue all'origine, il Samaritano dagli altri due personaggi, il sacerdote e il levita, che vedono l'uomo ferito e abbandonato sul ciglio della strada e non si fermano a soccorrerlo, è il fatto che, nella parabola, il sacerdote e il levita non sono uomini della strada. Ignorando la concretezza e la complessità della strada la usano solo come strumento per recarsi dall'abitazione al tempio e dal tempio all'abitazione. Essi, e non il Samaritano, sono buoni" (G. Franzoni).
Il 'buono e il giusto' è l'ottemperante, colui che pur di salvaguardare la Legge del suo Dio è disposto a trascurare il bene dovuto all'essere umano.
È colui che conosce il Tempio e le sue liturgie ma disconosce la strada e i suoi frequentatori. Tra i proverbi popolari, deposito ambiguo di ogni conservatorismo, la definizione della persona virtuosa è "tutto casa e chiesa", mentre per i peccatori si parlerà di "uomo da marciapiede" o di "donna di strada". La strada, o cammino che sia, nei grandi racconti che hanno nutrito la fantasia dell'umanità rischia di essere sempre uno strumento che conduce da qualche parte e non una espansione dello spazio per connettere realtà diverse.
Gesù è l'uomo che cammina (Ch. Bobin), che vive sulla strada non avendo 'luogo dove posare il capo' (Mt 8, 20). E qui si ferma dinanzi chiunque abbia necessità di essere rialzato, curato, riabilitato alla propria piena dignità. E così ogni suo discepolo, chiamato ad essere 'compassionevole' e non buono, e tanto meno osservante. Perché in fondo "del Samaritano non conosciamo i precedenti; era anche lui un assassino in fuga o era un onesto mercante che tornava da un viaggio di affari? Ma la sua divisa morale è probabilmente indifferente rispetto all'atto di compassione compiuto per cui è stato portato come paradigma di salvezza. Fermandosi accanto al percosso ha corso molti rischi, forse anche quello di essere un giorno rimproverato persino dal suo beneficato, risentito per il fatto di essere stato soccorso da un impuro, ma ha creato la misura di un atto di salvezza non derivante da un ruolo di salvatore" (G. Franzoni).

XIV domenica del Tempo Ordinario. Anno C Is 66, 10-14c Gal 6, 14-18 Lc 10, 1-12.17-20
«Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: "La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: "È vicino a voi il regno di Dio". 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11"Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino". 12Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città.17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: "Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome". 18Egli disse loro: "Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli"».
Dall’unione con Cristo, nasce la missione. Lo ‘stare-con’, il ‘dimorare-in’, ha come conseguenza l’’andare-verso’, come la vita biologica è data dal duplice movimento del respiro: inspirazione ed espirazione.
Immersi nel Dio amore ci si trasforma in amanti. E come tali invitati a far visita alla ‘casa’ dell’altro, per fargli dono della pace: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace”» (v. 5).
Non si è inviati nel mondo ad indottrinare e tanto meno a giudicare, ma a riportare la pace nel cuore di uomini e donne in lotta con la vita. Interessante: ‘in qualunque casa…’. Anche quella abitata da peccatori, dai ‘diversi’, da malvagi… L’amore non sceglie, è scelto.
Il seguito del Vangelo di oggi ci suggerisce anche come elargire concretamente questa pace: guarendo i malati (v. 9). Malato è l’uomo segnato dal male, tutto ciò che in qualche modo lo diminuisce, lo impoverisce, lo blocca nel suo cammino verso il compimento. Siamo chiamati ad alleviare il dolore di chi ci sta accanto, a liberare le persone da pesi insopportabili, a farci compagni di viaggio tenendo compagnia all’altro nel suo cammino nel buio della notte.
Ma nella ‘casa’ dell’altro – si entrerà solo se poveri. Il ricco quando incontrerà l’altro, nella migliore delle ipotesi donerà cose ma mai sé stesso.
E questo amore donato, potrà anche essere rifiutato (v. 9b), ma proprio per questo non fallisce la sua opera, anzi la compie in pienezza, come il Figlio che sulla croce ha testimoniato un amore più forte della morte: ha dato la vita a chi gliel’ha rubata, ed è morto per chi l’ha ucciso.
Questo amore senza sé e senza ma, provoca qualcosa di incredibile, dice Gesù: “la caduta di Satana dal cielo” (v. 18). Fuori di metafora: più il bene viene affermato, più il male si dissolve, si sgretola, precipita nel nulla. Laddove si lavorerà per la giustizia e la pace, si disperderà anche la nebbia e l’oscurità che rendevano nascosti i nomi degli amanti scritti nel cielo (v. 20). E dato che nel vocabolario biblico nome sta per l’essenza più profonda della persona, e cielo indica il cuore stesso di Dio, chi ama è già nascosto con tutta la sua persona nel cuore stesso dell’Amore (cfr. Col 3, 13). Questo permette di credere – con dolce speranza – che «nulla potrà mai danneggiarci» (v. 19) e andare perduto, «nessun sacrificio per quanto nascosto e ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia» (Michele Do).

XIII domenica del Tempo Ordinario. Anno C
1Re 19, 16b.19-21
Gal 5, 1.13-18
Lc 9, 51-62
«Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme 52e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l'ingresso. 53Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. 54Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: "Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?". 55Si voltò e li rimproverò. 56E si misero in cammino verso un altro villaggio. 57Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: "Ti seguirò dovunque tu vada". 58E Gesù gli rispose: "Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo". 59A un altro disse: "Seguimi". E costui rispose: "Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre". 60Gli replicò: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio". 61Un altro disse: "Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia". 62Ma Gesù gli rispose: "Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio"».
Lascia…, non volgerti indietro…; non attaccarti, e sperimenterai il Tutto.
Un Cristo zen quello del vangelo di oggi.
Gesù invita, in tutto il Vangelo, a non cercare alcun appiglio, a non afferrare alcun concetto, perché non c'è necessità alcuna di farlo: è già tutto qui, e dentro di noi. Lo comprenderà bene Paolo il mistico quando dirà: «In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17, 28).
Non c'è nulla cui aggrapparsi semplicemente perché non c'è bisogno di aggrapparsi a niente: ciò che cerchi è sempre stato lì, fin dall'inizio. E tu sei quello!
«Interrogato dai farisei: “Quando verrà il regno di Dio?”, Gesù rispose: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo – dentro - a voi!”» (Mt 17, 20-21).
La questione è abitare questo Regno di Dio di cui siamo parte ma di cui siamo al contempo drammaticamente inconsapevoli, e che per questo viviamo in uno stato d’illusione mortale scambiando il potere, l’avere e il successo come la vera realtà e affannandoci per conseguirli.
Nel vangelo di oggi son tutti indaffarati, di corsa, in ricerca… Ma la vera Realtà comparirà quando si smetterà di cercarla, stupiti che da sempre la stavamo già abitando in quando nostra natura più profonda, il nostro vero Sè, come il contadino della storiella zen che cerca disperatamente il bue e non lo trova perché lo sta cavalcando.
Non è questione di vivere nel passato struggendosi per esso, e neppure desiderare un futuro di compimento.
Fermati e goditi il presente: lì c’è già tutto. Ad ogni passo sei a casa. «Marta, Marta tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» (Lc 10, 41). L’affanno, l’agitazione per afferrare il ‘centro’ della propria vita in realtà non fa che alzare la polvere e nasconderlo interamente. Occorre fermarsi, e stupirsi che la fiamma è sempre stata lì, ed è la sorgente nascosta che ci abita – l’unica cosa di cui c’è bisogno - e che rimane, rimarrà per sempre e per questo ‘nessuno potrà toglierci’.
Non si sta andando da nessuna parte perché non c’è nulla da raggiungere. La meta è la via. Il qui ed ora è il luogo dell’incontro, il Regno di Dio, e se ne potrà godere nella misura in cui si eliminerà il superfluo, come il marmo ricopre la statua che vi è all’interno.
Occorre giungere a questa verità, perché sarà l’unico modo per essere liberi, dato che ‘la verità ci renderà liberi’ (cfr. Gv 8, 32). Liberi dalla schiavitù del dovere andare, fare, pensare, affannarsi per giungere ad un fantomatico luogo dove ‘andrà tutto bene’, per poi accorgersi di essersi perduti in ‘un paese lontano dove si sperpera il proprio patrimonio, e non potendo far altro che pascolare i porci a servizio del potente di turno’ (cfr. Lc 15, 14).

Corpo e Sangue di Cristo. Anno C

Gn 14, 18-20;
1Cor 11, 23-26
Lc 9, 11b-17
«In quel tempo, Gesù prese a parlare loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.12Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: "Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta". 13Gesù disse loro: "Voi stessi date loro da mangiare". Ma essi risposero: "Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente". 14C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: "Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa". 15Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 16Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 17Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste».
«Il Corpo del Signore non lo dobbiamo pensare negli schemi sacrali. Ricordate le processioni con gli ostensori e gli incensi? Di quel pane che deve essere un pane a tavola noi abbiamo fatto un idolo. È l’astuzia dell’uomo! Quando l’uomo fa di un santo una realtà da adorare, se ne è già liberato. Adorare significa metterla fuori. Messa fuori, viviamo più tranquilli nella nostra malvagità» (E. Balducci).
Gesù, nel deserto della storia vede e si prende cura di un’umanità dolorante invitando ciascuno dei suoi a fare altrettanto, rivelando così la logica disarmante che la propria fame si estingue facendosi pane per gli altri. Infatti qui Gesù non invita a dare cose, denari o ad impetrare il Cielo per compiere la sazietà dell’altro, bensì a donare sé stessi: «Voi stessi date loro da mangiare», ossia ‘datevi in cibo a questa umanità affamata’ (v. 13a). E nell’attimo stesso in cui si vive questa logica del dono di sé, il deserto comincia a fiorire (cfr. Is 32, 15). Infatti nel Vangelo di Giovanni, passo parallelo al nostro, si afferma come in quel luogo ci fosse “molta erba” (Gv 6, 10b) e Marco aggiunge come quell’erba fosse ‘verde’ (Mc 6, 39). Un luogo con molta erba verde, richiama un giardino, e il Giardino nella Bibbia è sinonimo di paradiso. Insomma: il condividere, il prendersi cura della vita dell’altro fa fiorire il proprio deserto esistenziale e trasforma questo nostro mondo incolto, in un qualcosa dal sapere di paradiso.
Prima di farsi ostia, Dio s’è fatto carne, e quindi ogni carne.
Va da sé che maltrattare un essere umano significa profanare il medesimo Corpo di Cristo, il Dio-con-noi, e in- noi.
Va da sé che i veri e più preziosi tabernacoli saranno i corpi martoriati dei poveri, le carni consunte dei profughi, degli esclusi, degli allontanati e degli abbandonati.
Adorare e venerare un’ostia consacrata e poi calpestarla, denigrarla e rigettarla nel fratello può dirsi ancora cristianesimo?

SS. TRINITÀ. Anno C

Pr 8, 22-31
Rm 5, 1-5
Gv 16, 12-15
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».
“Lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità” (v. 13).
La vita di Dio, o se vogliamo Dio come vita, lo Spirito, abita in noi permettendoci pian piano di emergere verso un compimento che non avrà fine, la nostra verità, la nostra piena umanità.
Paolo dice che questo Spirito riversa sé stesso nel nostro cuore (Rm 5, 5) e questo comincia a fiorire, a dilatarsi sino ad ‘assomigliare’ al cuore stesso di Dio. L’essere ‘ad immagine e somiglianza di Dio’ (cfr. Gn 2, 27), non è dunque qualcosa di pregresso che abbiamo perso a causa del nostro peccato, ma piuttosto la nostra destinazione.
La verità ci sta dinanzi, non alle spalle.
Non siamo esseri decaduti, ma fragilità in via di compimento.
La questione sarà rimanere aperti a questa energia interiore perché ci conduca verso l’ascesa al nostro pieno compimento. Ma è necessario prestarle molta attenzione, escogitare modalità per entrare in contatto con essa, facendo così esperienza della ‘verità tutta intera’ di cui parla Gesù, immaginata come Trinità, l’Amore manifesto. Ed è importante sottolineare che a questa verità siamo chiamati tutti a parteciparvi, non solo quelli che si reputano con le carte in regola.
Qualcuno ha detto che “se la Chiesa traccia un cerchio, la maggioranza dell’umanità è fuori del cerchio, se il Padre traccia un cerchio c’è tutto, dentro”. Occorre non perdere di vista il cerchio del Padre, e contemplarlo sempre dall’interno.
Viviamo nel frammento, e nessun segmento della linea è la linea.

Solennità di Pentecoste. Anno C

At 2, 1-11
Rm 8, 8-17
Gv 14, 15-16.23b-26
«15Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
«Fare appello allo Spirito Santo vuol dire fare appello alla libertà della coscienza perché la punta alta della coscienza è la punta alta su cui batte il raggio dello Spirito. Per questo lo zelo delle istituzioni è nel coprire tutte le punte perché non appena la coscienza si illumina si scompagina un ordine esistente e il futuro irrompe. Ecco perché le istituzioni sacre hanno perseguitato i profeti; esse li hanno temuti, a cominciare da Gesù» (Ernesto Balducci). Ogni istituzione, religiosa o laica che sia, ha sempre temuto che le persone agissero ‘secondo coscienza’, prediligendo persone mute, obbedienti ed allineate all’autorità costituita, zittendo le voci del dissenso, contrarie al ‘è bene così’ o del ‘s’è sempre fatto così’. Ogni sistema di potere, dai tempi della Torre di Babele ha auspicato che i propri sudditi parlassero tutti la medesima lingua – quella del ‘capo’ - nella speranza che poi agissero anche nel medesimo modo. Lo Spirito di Dio – insegna Gesù – deve soffiare sempre più forte, dove vuole, scombinando le carte e facendo sì che ciascuno parli finalmente la propria lingua, e agisca secondo coscienza. È interessante notare come nel vangelo Gesù guarisca numerose persone mute. Mi piace pensare che siano state quelle zittite perché non allineate e obbedienti all’establishment di turno. Zittite chissà da quando da genitori, educatori, superiori perché ritenute non interessanti, banali, fuori luogo, inadeguate. Gesù quando parlava con le persone deve aver avuto la meravigliosa capacità di infondere in tutte loro la fiducia di poter aprire finalmente bocca, di convincerle a parlare perché anche loro avevano qualcosa di bello, di interessante e di unico da dire. Lo Spirito di Dio soffia, sempre, e comunque, indipendente da chi detiene il potere. E crea unità in un’umanità formata da genti diverse, religioni diverse, esperienze diverse in quanto ciascuno è portatore di verità, di bellezza e fecondità, non fosse altro perché unico e irripetibile. Il nostro compito di cristiani non è far sì che le varie ‘lingue’ delle donne e degli uomini del nostro tempo riconoscano il primato della nostra di lingua –ritenuta vera e indefettibile - ma far di tutto perché ogni diversità venga affermata e difesa affinché un’umanità più umana possa edificarsi, fondata sulla logica della pace, della cura e della condivisione.

VI domenica del Tempo di Pasqua. Anno C
At 15, 1-2.22-29
Ap 21, 10-14.22-23
Gv 14, 23-29
«23 [In quel tempo Gesù disse] «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».
«Se uno mi ama… » dice Gesù (v. 23).
Cosa vuol dire “amare Gesù”? Io credo permettergli di amarmi. Lasciarlo libero di agire in me. Finché ci sono io, non c’è Dio.
La questione è sempre la medesima: «Chi odia la propria vita in questo mondo, la conserva per vita eterna» (Gv 12, 25), e qui ‘odiare’ significa ‘espropriare’ il proprio falso sé, il proprio ego, per far spazio al ‘divino che è in noi’, il nostro ‘sé autentico’.
‘Amare Dio’ sarà perciò una sorta di ‘non azione’, al fine di lasciare a lui l’unica azione che conta. D’altra parte noi siamo per natura ‘piena ricettività’, e ciò che ci viene richiesto è solo di «coltivare tutte le nostre potenze mentali, psichiche e sensoriali perché si sviluppi in noi il divino, di cui poi fare esperienza di tale sbocciare» (W. Jäger).
Allora comprenderemo perché Gesù continua dicendo: «Se uno mi ama… noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (v. 23). Nella non-azione, nel rinunciare a ‘scalare il cielo’, si godrà finalmente del cielo in noi.
Una volta che Dio si espanderà in noi, plasmati e trasformati in lui, diverremo detentori dello Spirito santo (v. 26) e della pace (v. 27). I due doni del risorto.
E questo Spirito di Dio in noi, assolverà due compiti fondamentali:
1) «Insegnerà ogni cosa» (v. 26a), ossia che lui è Padre, che noi siamo figli e quindi che l’unico modo per vivere è lasciarsi amare, scoprirsi e vivere da fratelli.
2) «ricorderà tutto» (v. 26b). ‘Ri-cordare’, etimologicamente vuol dire ricondurre nel cuore. Chi è in Dio, chi è stretto in questa unione, può dimorare finalmente in sé stesso, all’interno di sé, non è più costretto a perdersi, non è più frantumato in mille pensieri e azioni che non gli appartengono. Ha le radici ben radicate in sé, al centro del suo cuore.
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (v. 27).
La pace è la serena certezza che in questa unione intima con Dio, non è più necessario crearsi nemici per vivere in pace. Infatti la pace del mondo (cfr. v. 27b), è quella fondata sulla violenza, sulla paura, sul dominio, su pericolosi giochi d’equilibrio. La pace di Cristo è frutto della vittoria del bene sul male, o meglio del male attraversato dal bene.
La consapevolezza di essere una cosa sola con la divinità che ci pervade, ci fa vivere nella pace, quella che niente e nessuno potrà mai toglierci

V domenica del Tempo di Pasqua. Anno C

At 14, 21b-27

Ap 21, 1-5a

Gv 13, 31-33a.34-35

«Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

«Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato”».

Il tradimento, il massimo del male subìto, Gesù lo fa coincidere col massimo della gloria. Il buio che colpisce Gesù, diventa per lui la possibilità di manifestare la luce, la stoffa di cui è fatto l’Amore, la divinità.

L’amore riporta la vittoria quando viene ferito.

Le nostre fragilità, limiti, fallimenti, il male invincibile che ci accompagna possono diventare – se solo lo volessimo - il luogo della manifestazione della gloria di Dio.

«Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» ricorda Paolo (2Cor 12, 9s.).

Sulla croce abbiamo la manifestazione massima dell’essenza dell’Amore; lassù viene in qualche modo rivelato il nome stesso del divino, la sua sostanza.

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (v. 34)

La novità di questo comandamento consiste nel far perdere a questo la caratteristica della legge. Con Gesù s’è chiusa l’epoca dell’osservanza di leggi sterili, e s’è aperta la possibilità di vivere una vita nuova, attraverso la possibilità di amarsi a vicenda.

Le leggi servono perché possiamo arrivare a farne a meno.

Gesù non propone nuove esigenze, altri imperativi etici, pesi insopportabili da portare, ma fa un dono.

L’amore non obbliga, dona. E ciò che ‘comanda’ prima lo concede.

«Donami o Dio ciò che mi comandi, e poi comandami ciò che vuoi» (Agostino).

IV domenica del Tempo di Pasqua. Anno C

At 13, 14.43-52

Ap 7, 9.14b-17

Gv 10, 27-30

«27Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 28Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 29Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. 30Io e il Padre siamo una cosa sola».

«Tuffarci in fondo all’abisso, sia Inferno o Cielo, che importa?

per trovare qualcosa di nuovo nel grembo dell’Ignoto» (C. Baudelaire, Il viaggio).

La novità è da sempre intesa come un ‘cambiamento radicale’. Un voltare pagina, frantumare l’esistente, sradicare, dissodare, eliminare ciò che è stato, perché qualcosa di nuovo possa sorgere. Tutto ciò si chiama rivoluzione, ma questa prima o poi richiederà sempre un braccio armato.

Gesù non è stato un rivoluzionario, ha piuttosto inteso avviare una riforma, che è qualcosa di profondamente diverso. Non ha mandato all’aria il pregresso, ma ha preso questo e ci ha buttato dentro un po’ di lievito (cfr. 13, 33). La pasta – la realtà - è sempre quella, ed è lì che occorre buttarci dentro il lievito, e tutta fermenterà.

«La felicità è amare ciò che si ha», diceva Agostino, e non desiderare sempre qualcosa di nuovo. E amare ciò che si ha significa ‘insistere’ sulla realtà qui ed ora, senza consumarsi in sogni o sterili desideri. Per questo Jacques Lacan dice che la parola più alta dell’amore è ‘ancora’.

Se il cambiamento impone di passare da un oggetto all’altro, per poi sperimentare a sera che è già vecchio, l’amore reclama lo sforzo titanico dell’approfondire, di scendere in profondità, per poi dire ‘oggi guardo ancora il tuo volto, e anche se è sempre il medesimo, non mi stanco perché è profondo come l’infinito’.

Stiamo morendo di superficialità.

Ci si stanca presto di tutto, confondendo vita con vitalità. Ci accontentiamo della spuma del mare, quando lo splendore è racchiuso negli abissi.

Gesù ha amato in questo senso. Non ha cambiato nulla ma trasformato tutto, cominciando con l’acqua in vino alle nozze di Cana, per finire con la morte. Non ha sostituito la morte, l’ha attraversata, e attraversandola l’ma trasfigurata in vita.

Le sue pecore, per le quali darà la vita, sono quelle di sempre: testarde, fragili, paurose; infatti queste lo tradiranno, lo rinnegheranno e l’abbandoneranno. Ma lui insiste, sta ancora con loro, un altro giorno, e un’altra notte ancora. L’amore non abbandona, sta.

Ecco cosa fa l’amore, rende eterno ciò che è amato.

Ma che significa ‘rendere eterno’ qualcosa? Dargli compimento, condurlo a fiorire.

L’amore sottrae a quella data realtà il tarlo della morte; lo salva dal disfacimento, dalla dimenticanza.

“Dire ti amo significa dire: tu non morirai” ci ricorda Gabriel Marcel.

Per questo che coloro che amiamo non li perderemo mai. È il nostro amore a renderli ‘per sempre’.

Gesù sta con i suoi, e ci starà anche quando questi non staranno più con lui. Ci starà anche quando la sua amicizia verrà tradita e quando i suoi coltiveranno pensieri di morte contro di lui. E qui l’insegnamento è grande: avere fede non significa tanto credere in Dio, quanto credere che Dio si fiderà ancora di me, senza se e senza ma.

L’amore è cosa strana, più lo si dona, più diventa grande, fecondo. Non s’impoveriranno mai d’amore coloro che amano. Anzi, ne acquisiranno sempre di più.

Aveva ragione il grande Shakespeare quando in ‘Romeo e Giulietta’ quest’ultima rivolgendosi all’amato dice: «Più ti do più ho».

III domenica del Tempo di Pasqua. Anno C

At 5, 27b-32.40b-41

Ap 5, 11-14

Gv 21, 1-19

«1Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. 4Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. 5Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No».6Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. 7Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare.8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. 9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». 11Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. 12Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. 13Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. 14Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. 15Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

All’inizio c’è il fallimento. I discepoli pescatori hanno faticato una notte intera sulla barca, ma non hanno preso nulla.

Quando comincia ad albeggiare, un uomo sconosciuto li invita ad insistere: ‘Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete’. Gesù invita a credere, che dopo la notte sorgerà ancora una volta l’alba.

E la barca si riempie di pesci.

Il discepolo amato a quel punto riconosce Gesù il Signore. Pietro udito questo si veste e si getta in mare per raggiungerlo. Si veste… Strano no? Non avrebbe dovuto fare il contrario? Pietro, solo poche ore prima, in una notte drammatica rinnegò l’amico per tre volte. Alla fine pianse, nudo davanti all’Amore. Ora ha intuito che dopo ogni notte non può che giungere l’alba, e si riveste di dignità dinanzi alla misericordia che ricrea.

L’Amore rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso (cfr. 2Tm 2, 13).

L’importante nella vita spirituale (nella pratica meditativa ad esempio) non è la fecondità, ma non smettere di pescare. La ‘notte oscura’ è inevitabile, anzi necessaria, come il fallimento e la fatica. Un recipiente può essere colmato solo perché è vuoto. Non siamo in cerca di risultati, perché l’unico successo sarà non gettare la spugna quando tutto parrà inutile e il vero miracolo consisterà nell'insistere ancora e ancora. E se un risultato dovesse giungere, allora sarà un regalo, non il prodotto di uno sforzo.

«Trovano coloro che cercano, pescano coloro che perseverano, si scoprono coloro che gettano le reti della propria attenzione dentro di sé. Se la coscienza non si restringe (la rete vuota), non si potrà espandere più tardi (la rete colma). Ma, vuoti o pieni, la rete, la barca, il lago… sono sempre gli stessi!». (Pablo d’Ors).

Quel che si pesca è dentro di noi, e sarà sempre splendido perché vivo. E sovrabbondante, che è il linguaggio dell’Amore. E soprattutto questo ci nutrirà. Sì, la Vita che ci sfama ci attende dentro di noi. Dobbiamo solo scendere a pescare, nelle notti e nel silenzio.

E attendere il sorgere di una nuova alba.

II domenica del Tempo di Pasqua. Anno C
At 5, 12-16
Ap 1, 9-11a.12-13.17-19
Gv 20, 19-31
«19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!».29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome».
La sera del giorno di Pasqua, l’Amore infrangendo e vincendo la paura, raggiunge coloro che lui stesso ha scelto. Un ‘materiale umano’ questo non ineccepibile dato che di questi uno l’ha rinnegato, gli altri sono fuggiti. Ma questi lui «non si vergogna di chiamarli fratelli» (cfr. Eb 2, 11), e ancora una volta si fa loro incontro, li raggiunge nella loro debolezza, nella loro invincibile fragilità, nella loro incredulità e paura.
Il testo dice che il Risorto entrò e ‘stette nel mezzo’ (v. 19). Egli si pone al centro, ‘dentro’ la parte più buia di ciascuno di noi. L’amore risorto, ossia quello più forte della morte, non è più solo il Dio con noi ora, ma il Dio‘in noi’, e lì apporta pace! Al centro delle mie paure, delle mie debolezze, delle mie depressioni, delle mie disperazioni, egli entra ‘a porte chiuse’ e dona la pace da sempre invocata.
«E detto questo, insufflò e disse loro: Accogliete lo Spirito Santo» (v. 22). Gesù insufflò. Questo verbo, tradotto nel nostro brano con soffiò, è un termine rarissimo nella Bibbia. Ricorre qui, e nell’Antico Testamento due volte: quando Dio soffiò vita in Adamo fatto di terra (cfr. Gn 2, 7) e s’una distesa di ossa aride riportandole in vita (cfr. Ez 37).
Ora noi abbiamo questo medesimo Spirito santo, la stessa vita di Dio, per questo ha senso questo “amatevi” di Gesù. Un invito – non un comando - ad essere, a vivere secondo la nostra vera natura, per farci passare dall’essere solo ‘terra’, ammasso di ossa, a esseri finalmente dei viventi!
Amando vivremo ‘da Dio’, adatti a insufflare vita in coloro che ne saranno privi, a dare senso a storie frantumate, rimettere insieme cocci in coloro che si sentiranno a pezzi. Ma soprattutto, possedendo il medesimo ‘potere’ della divinità potremo perdonare. Ossia farci dono reciproco del perdono capace di riscattarci da tutte le tenebre che ci abitano; ed è nel perdono che ogni miseria diventa luogo di amore più profondo, ogni relazione viene rinsaldata.
Saremo così chiamati a testimoniare il perdono che è un miracolo più grande che risuscitare i morti, perché i morti moriranno di nuovo, mentre nel perdono dell’altro io rinascerò come figlio di Dio, non conoscendo mai più la morte.

Pasqua «Risurrezione del Signore»

At 10, 34a.37-43

Col 3, 1-4

Gv 20, 1-9

 

1Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!». 3Uscì allora Simon Pietro insieme all'altro discepolo, e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, 7e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

 

Immagini dall’inferno.

Bucha, Mariupol’, Kharkiv… Civili uccisi lasciati per strada senza sepoltura, donne abusate, bambini abbandonati.

Immagini dall’inferno di una guerra insensata, come insensata è ogni guerra. E tutto a pochi giorni dalla Pasqua, evento che ricorda la vittoria di Dio Amore e Onnipotente sul dolore, la sofferenza e la morte.

Ma come è possibile credere ancora a tutto ciò?

Dov’è il Dio Amore, la sua Provvidenza, la cura compassionevole per i suoi figli?

L’evento risurrezione possibile che riguardi solo il ‘dopo morte’?

E ora?

Sempre drammaticamente attuali le parole del Salmo: “Per te ogni giorno siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. 24Svègliati, perché dormi, Signore? Dèstati, non ci respingere per sempre. 25Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? 26Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; 27salvaci per la tua misericordia” (Sal 44)

Forse aveva ragione Italo Calvino, indimenticabile scrittore italiano: «"Ci sono due modi per salvarsi dall'inferno, uno è facile e riesce a molti: adeguarsi all'inferno fino a diventare inferno e non vederlo più; l'altro è più difficile: cercare in mezzo all'inferno ciò che non è inferno e farlo durare, e dargli spazio" (Le città invisibili).

Credo che l’unico atto sensato che è rimasto da compiere (a credenti e non) in questo non-senso, sia ‘cercare ciò che inferno non è’, e dedicarvisi; prendersi cura del bello, della vita, del bene e farlo durare, dargli spazio, espanderlo.

Per dirla con le parole di Etty Hillesum: “A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi’ (Diario, 23 settembre 1943), in questo modo aiuteremo l’impotenza di Dio a spargere semi di risurrezione in questo nostro povero mondo, nel qui ed ora, al centro della vita.

Credere alla risurrezione non è un atto mentale, ma azione concreta. Infatti crede alla risurrezione chi aiuta la vita ad andare avanti, a far fare un passo avanti all’umanità malata e agonizzante.

«La resurrezione di Gesù è l’annuncio, la proposta essenziale della fede cristiana. Essa si rende credibile non dalle parole di banditori evangelici, bensì dalla loro testimonianza di vita. Se Gesù è realmente risorto deve ridondare dalle operazioni di coloro che lo proclamano tale. La risurrezione non è una parola magica, ma un programma di vita nuova, spirituale, celeste che tende a farsi breccia nel tempo. Vi credono tutti coloro che fanno compiere un passo avanti alla storia avvicinandola all’eternità. Forse sono molti di più di quanti si pensi, indipendentemente dalle loro convinzioni e confessioni religiose» (Ortensio da Spinetoli).

Buona Pasqua di risurrezione a tutte a tutti. Ora.

 

Domenica delle palme. Anno C

Is 50, 4-7

Fil 2, 6-11

Lc 22, 14 – 23, 56

«33Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. 34Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte. 35Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». 36Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto 37e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». 38Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». 39Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». 40L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? 41Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». 42E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». 43Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».44Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, 45perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. 46Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò».

Sul legno della croce si compie il ‘giudizio dio Dio’: perdonare i nemici donando il regno ai malfattori; dare la vita a chi gliela toglie facendosi condannare e uccidere per poter stare con noi.

Sul legno della croce Dio riporta la sua vittoria: perdendosi ci ha ritrovati, facendosi maledetto ci ha benedetto, rendendosi impotente ci ha rivestiti di potenza e nel fallimento ci ha rigenerati.

L’Amore è crocifisso in mezzo a ciascuno di noi che abbiamo fatto il male, donando il perdono che è l’Amore più grande di ogni peccato e ogni male subìto.

«Tu sarai con me», dice Gesù al malfattore. Sì, tu sarai con me, perché “Io sono” l’Emmanuele: il Dio con te. Tu, come Adamo, sei fuggito da me, ma io sono sceso fin qui all’inferno per poterti ritrovare; ho abbracciato questo legno, per poterti riabbracciare. Sono venuto con te sulla croce, perché tu entrassi con me in paradiso. Per questo tu adesso puoi abbandonarti a me.

Paolo dirà: nulla potrà separarci da questo abbraccio (cfr. Rm 8 35), perché il suo amore è per sempre e sempre con noi.

Io sono solidale con il tuo dolore – dice Dio - affinché tu sia solidale con la mia gioia (Mt 25, 21.23).

V domenica di Quaresima. Anno C

Is 43, 16-21

Fil 3, 8-14

Gv 8, 1-11

«1Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. 2Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 3Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e 4gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». 6Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. 7Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». 8E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 9Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. 10Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». 11Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Siamo nel tempio di Gerusalemme, due schieramenti, da una parte gli scribi e i farisei, dall’altra ‘la misera e la misericordia’ (Agostino).

Da una parte i puri e duri, tutti dalla parte di Dio, dall’altra Gesù di Nazaret tutto dalla parte dell’uomo. Per i primi Dio è somma giustizia. Quello che è giusto è giusto dice il testo sacro: «Se uno commette adulterio con la moglie del suo prossimo, l'adultero e l'adultera dovranno esser messi a morte» (Lv 20, 10). Dall’altra Gesù, per il quale nulla può venire prima dell’uomo, tanto meno il dio professato dai religiosi, perché il suo è il Dio dei vivi e non dei morti (cfr. Mt 22, 32).

Una Legge, un testo sacro, una tradizione che in nome di Dio provoca anche solo minimamente sofferenza all’essere vivente (ogni essere vivente) può essere solo frutto di menti malate e quindi partorito da una volontà malvagia: «Invano essi mi rendono culto – dice Gesù – insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt 15, 9).

Gesù dinanzi a questa donna, «piccolo animale braccato, paralizzata da quegli uomini che l’hanno strappata dal letto dell’amante» (Françoise Dolto), sta in silenzio. Non giudica, perché l’Amore non giudica nessuno (cfr. Gv 5, 22). E, in questo quadro di morte e di rabbia, Gesù pare il solo ad essere interessato alla vita, alla storia, e al destino di questa povera donna.

Gesù invita a chiederci dinanzi a questo ‘animale braccato’ – simbolo di tutti i colpevoli della storia –: «Ma cosa ne sai di questa creatura? Cosa ne sai del suo mondo interiore, dei suoi sogni, dei suoi desideri profondi?». Merita la morte una donna costretta a sposarsi a dodici tredici anni non per amore ma solo per soddisfare gli interessi economici della famiglia di origine? Merita la morte una donna il cui unico desiderio è la felicità e il compimento del proprio cuore?

Merita di morire dentro, chi ha fallito una relazione, chi s’è sbagliato sul proprio partner, sulla vita, sull’amore?

Gesù è l’incarnazione dell’Amore. E l’amore non condanna appunto, senza per questo giustificare. Per Gesù l’essere umano è sempre più grande, ‘oltre’ ogni peccato, ogni legge, civile o ecclesiale che sia. L’alternativa è stare con la fazione dei puri e dalle mani piene di pietre, che come tutti gli integralisti di questo mondo odiano nell’altro ciò che non riescono ad accogliere di sé. Gesù è il Dio che si è messo dalla parte dell’umano sancendo la fine della Legge (cfr. Rm 10, 4), perché per lui una sola è legge che vale, quella della misericordia dato che: «Pieno compimento della Legge è l’amore» (Rm 13, 10).

IV domenica di Quaresima. Anno C

Gs 5, 9a. 10-12

2Cor 5, 17-21

Lc 15, 1-3. 11-32

 

«1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola: Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

L’Amore ama le storture, le storie sbagliate, gli uomini usciti di strada, gli imbrattati nel brago dei porci.

L’Amore ama far festa per coloro che si son sempre ritenuti inadeguati, fuori luogo, persi.

La gioia del Dio di Gesù di Nazareth, non dipende dal comportamento dei figli, ma che questi sperimentino qual è il comportamento del Padre nei loro confronti: «questa è la vita eterna [ossia la felicità piena] che conoscano te», ricorda Gesù rivolgendosi a suo Padre (Gv 17, 3).

Abbiamo identificato la santità con un ‘migliorismo’ morale, con il farcela a tutti i costi. Abbiamo creduto che lo scopo del cristianesimo fosse far felice Dio col proprio comportamento morale. Abbiamo ridotto la confessione ad un’accusa del dislivello tra ‘ciò che avrei dovuto essere e ciò che mi ritrovo a vivere’, quando il vangelo ricorda che la salvezza altro non è che perdersi nell’abbraccio di un Amore che versa su me il balsamo che guarisce le ferite del mio vagabondare aprendomi così ad un futuro di fecondità. Solo questo abbraccio produrrà vita, gioia, trasformazione interiore, mentre l’accusa continua (e frustrante) del dislivello tra il dovere e la realtà delle nostre miserie, genererà solo sensi di colpa e tristezza mortale.

Dio non nutre aspettative su di noi, perché l’amore non s’aspetta nulla dall’amato, come un buon genitore non dovrebbe attendersi nulla dai figli: «Il vero amore per i figli dev’essere a favore dei figli, svincolato da qualsiasi aspettativa nei loro confronti. Questa è una debolezza dei genitori: la si potrebbe definire il loro destino» (Etti Hillesum, Diario).

«Questo tuo fratello era morto» (v. 32) dice il Padre al fratello maggiore. Ma ora è tornato a vivere – è risorto - perché ha accettato di perdersi nell’abbraccio amoroso.

Non avendo mai veduto cadaveri tornati in vita, per me credere alla risurrezione significa credere alla potenza del perdono donato a chi ha sbagliato nei miei confronti.

Perdonare non significa né amnistia né amnesia, ma dono perché l’altro possa tornare a vivere, aprendolo così a un futuro che ha il sapore di rinascita.

Perdonare per me significa concedere all’altro il miracolo di ricominciare, di rialzarsi dalle proprie ceneri, per poi sperimentare che il primo a volare sono proprio io.

III domenica di Quaresima. Anno C

Es 3, 1-8.13-15

1Cor 10, 1-6. 10-12

Lc 13, 1-9

«1In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. 2Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? 3No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. 4O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? 5No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». 6Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. 7Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. 8Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. 9Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

“Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?”. L’idea di un Dio che premi i buoni e castighi i cattivi, circola ancora come un virus in una certa mentalità religiosa.

Gesù manda in frantumi la concezione d'un Dio onnipotente e quindi ‘troppo umano’. Distrugge l’equazione peccato = castigo, e quindi la tentazione di credere che l’umanità vada divisa in buoni e cattivi, santi e peccatori. Il mondo è costituito solo da ‘ladroni sulla croce’, ugualmente amati in quanto figli, e non per le loro prestazioni morali. Un Dio che amasse in base all'etica, cesserebbe d’essere l’Amore che si dà non per i meriti acquisiti (sarebbe un premio), ma perché non può non farlo. Come la luce non può non illuminare.

Paolo ha provato a balbettare qualcosa sull’essenza di Dio: egli è “magnanimo, buono; non invidioso. Non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13, 4-7). Questo è il Dio di Gesù.

Se la quaresima ha un senso, è quello di disintossicarci una falsa immagine di Dio. Occorre convertirci, trasformare la nostra mentalità, smetterla di sbagliarci su di lui, perché, come diceva Turoldo: «Sbagliarsi su Dio è un dramma, è la cosa peggiore che possa capitarci, perché poi ci sbagliamo sul mondo, sulla storia, sull'uomo, su noi stessi. Sbagliamo la vita».

II domenica di Quaresima. Anno C

Gn 15, 5-12.17-18

Fil 3, 17 – 4, 1

Lc 9, 28b-36

«28Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. 29Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. 30Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. 32Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 33Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. 35E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».36Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto».

Tutto è trasformazione e questa è la legge della vita: il seme diventa pianta, il bruco farfalla, l‘energia materia. E tutto è ‘impermanenza’, tutto muta.

Esiziale è rifugiarsi in sogni riguardo al passato o al futuro.

“Muori e divieni” dice Goethe. Muori al tuo piccolo io e sperimenterai il Dio che matura in te. E poi dagli credito, lascialo agire, lascia che si dilati in te e ti porti a compimento.

Il Vangelo di oggi ci riconcilia con i nostri fallimenti e i nostri naufragi esistenziali.

Vivere fino in fondo il dolore e il fallimento, le nostre morti quotidiane può essere premessa perché si riveli qualcosa di nuovo. Spesso è il medesimo veleno maligno che ci ha feriti a morte a rivelarsi l’antidoto migliore per la guarigione.

La cura del dolore sta sempre nel dolore.

Gesù molte volte invita a riconoscere nel naufragio della propria vita non tanto la fine e la sconfitta, ma un’opportunità di vita nuova. Gesù è l’uomo fallito che accogliendo sino in fondo la realtà in un abbandono totale, ha sperimentato il cominciamento di una vita nuova e per sempre.

Nessuno ama naufragare, si sa, ma spesso proprio ciò si rivela come possibilità di approdare in terre sconosciute e lì ricominciare una vita nuova. Sperimentare che la propria vita va in frantumi può rivelarsi una grazia, quando a sfasciarsi sono i sogni su cui abbiamo costruito la vita, oppure i desideri e le attese che gli altri hanno riversato su di noi.

Dopo essere andati a pezzi, non si tratta di ricomporre i cocci per tornare a come s’era prima; ma piuttosto approfittare della situazione in modo che rimettendo insieme i pezzi possa nascere qualcosa d’inedito, di altro, di inaudito, anche di bellissimo. E che non avremmo mai potuto immaginare.

La crisi, ciascuna crisi sarà sempre dunque un atto ‘grazioso’, trasfigurazione dell’esistente e manifestazione di una bellezza collaterale inimmaginabile. Basta un atto di fiducia.

La croce ha rappresentato la frantumazione nei discepoli dell’immagine che si erano creati su Cristo e su Dio. Tutto difronte a quel legno è crollato. Gesù stesso ha ‘mollato la presa’: i chiodi conficcati nei polsi gli hanno permesso di aprire la mano in un abbandono totale, per poi sentirsela afferrare finalmente da un amore fedele ed essere così riportato a casa e questa volta per sempre.

1a domenica di Quaresima. Anno C

Dt 26, 4-10

Rm 10, 8-13

Lc 4, 1-13

«1Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, 2per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. 3Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». 4Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo».
5Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra 6e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio.7Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo».8Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto».
9Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; 10sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
affinché essi ti custodiscano;
11e anche:
Essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
12Gesù gli rispose: «È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
13Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato»

A Gesù viene chiesto: ‘vuoi essere felice?’. E gli viene indicata la via: ‘fai questo e lo sarai’.

Ma la felicità è una cosa seria, e se non lo comprendiamo rischiamo di perseguirla schiantandoci nei suoi surrogati, o meglio nel suo contrario, l’inferno che altro non è che l’impossibilità di amare.

Dovremmo imparare che ‘La felicità è una direzione, non un luogo’ (Sydney Harris). È sempre un ‘effetto collaterale’ del processo molto lungo che chiamiamo amore. Potremmo definirla come il retrogusto della vita declinata al bene.

Ecco perché Gesù rifiuta la via direttissima sulla parete nord della felicità. È troppo rischiosa. La vita è questione complessa e va vissuta momento per momento, fino in fondo, accogliendo ciò che ci apparecchia. Non esistono vie di fuga, scorciatoie. Rischiamo di pensare che la felicità consista nell’assenza di problemi, quando piuttosto sta proprio nella capacità di affrontarli.

La felicità – insomma - ci verrà incontro quando smetteremo di cercarla, impegnandoci piuttosto a favorire quella degli altri. Sempre nella consapevolezza che il bene dell’altro, il vivere relazioni sane, la pace è affermabile solo a caro prezzo, e con tempi molto lunghi, quelli propri dell’amore appunto.

Il bene è qualcosa di prezioso, e per questo non può che essere il distillato di un amore che ha conosciuto tutta la fatica del dono di sé, la scarnificazione per la rinuncia del proprio egoismo, che ha saputo versare lacrime e sangue perché il bene potesse essere affermato e divenire più forte anche della morte. Proprio come Cristo che trasforma il mondo del male in luogo di incontro e di salvezza, avendo vissuto prima, fino in fondo, la compassione, la pazienza, la compagnia buona con gli uomini che gli passavano accanto, sino a pagare completamente il prezzo di questo amore, salendo – e splendendo (Mt 5, 15) - su una croce.

VIII domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Sir 27, 5-87

1Cor 15, 54-58

Lc 6, 39-45

«Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 40Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. 41Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello. 43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. 45L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

«Ogni albero si riconosce dal suo frutto» (v. 44).

«Lo chiederemo agli alberi / Come restare immobili / Fra temporali e fulmini / Invincibili.

Risponderanno gli alberi / Che le radici sono qui. / E i loro rami danzano / All'unisono verso un cielo blu» (Simone Cristicchi).

Occorre vivere come le radici degli alberi, avendo l’ardire di riposare nella solitudine, nel silenzio e nel buio della propria terra interiore. E lì stare. Radicati.

Ma noi facilmente viviamo s-radicati; ci manca questo contatto silenzioso con noi stessi, con la nostra interiorità, la vita insomma: “dov’è la vita che abbiamo perduta vivendo?” domanda T.S. Eliot.

Ed è bellissimo che il vangelo di oggi elogi la fecondità indipendentemente dal tipo di albero di cui è espressione. Non è esclusiva dell’essere religioso, credente, cristiano di dare ‘frutti buoni’. Ciò che conta è il frutto, è il bene, l’amore seminato, la vita condivisa. La cura. E questo basta per asserire che quell’albero è buono!

Una coppia irregolare, un amore ‘diverso’, un senza Dio o un fedele di un altro Credo, cesseranno così di essere ‘alberi cattivi’ alla prova dei fatti, per quell’amore che sapranno donare e donarsi, e se questo amore sarà capace di trasformare, rendere più bella e far sbocciare una vita, significherà che quell’albero da cui l’amore è scaturito è senz’altro buono, con radici profonde che attingo al cuore stesso di Dio.

Ma occorre stare attenti, perché può accadere il contrario, ossia ritenersi alberi buoni solo perché appartenenti alla foresta della consuetudine religiosa, cresciuti al sole delle pie pratiche di pietà, per poi scoprirsi elargitori di frutti acerbi, cattivi e velenosi. Allora si aprirà gli occhi sulla propria verità, ritrovandosi magari a sera fatti solo di spine e rovi.

Ma questo potrebbe ancora rivelarsi una benedizione: se prendiamo coscienza d’essere fatti di spine, possiamo ancora essere posti come corona in testa al Cristo crocifisso (cfr. Mt 15, 17), realizzando così il detto di Isaia: «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio» (Is 62, 3). Ed essere così guariti dalla nostra presunzione, ritrovandoci nell’abbraccio di un amore che tutto copre (1Cor 13, 7) e lasciandoci accarezzare da una misericordia che rigenera e manda avanti la vita.

VII domenica del Tempo Ordinario. Anno C

1Sam 26, 2.7-9.13.22-23

1Cor 15, 45-49

Lc 6, 27-38

«Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l'altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da' a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell'Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio»

Il vangelo di oggi è una pagina di ‘ordinaria follia’. Come poter vivere così? Solo un Dio potrebbe farlo… Ebbe, Gesù invita a vivere ‘da Dio’!

Sii luce nella tenebra, amore nell’odio; dove c’è ingiustizia apporta misericordia, rialza chi è caduto, credi sempre che la sconfitta non è l’ultima parola; da’ e non pretendere in cambio; ama gli altri come ‘vuoti a perdere’. Non giudicare, e fai dono del più grande dono: il perdono. E se ti scoprirai ad agire così, ossia ‘da Dio’, sappi che sei della sua medesima sostanza: ‘sarai infatti figlio dell’Altissimo’ (cfr. v. 35).

Agisci da Dio, ossia ‘Porta avanti la vita’, spezza le catene di chi si sente sbagliato, inadatto, sempre fuori luogo, soprattutto quando la Chiesa-istituzione triste e soffocante a vivere così non ce la fa. E se “la Chiesa scomunica, il cristiano continua ad andare a braccetto con chi è scomunicato. La Chiesa può condannare, dichiarare peccatore uno, metterlo sul rogo, e il vero cristiano brucia sul rogo con colui che è condannato. Perché il cristiano deve unicamente e solamente portare la vita” (Giovanni Vannucci).

Questa è dunque la nostra vocazione: ‘incarnare Dio’ nelle comuni circostanze dell’esistenza. Portare ed effondere Vita, fecondità, luce, essere antidoto alla morte. Perché ciò che poté affermare Gesù: ‘chi vede me vede il Padre’ (Gv 14, 12), ora possiamo dirlo da figli nella misura in cui amiamo i fratelli.

«La divinità si incontra laddove l’umanità diventa integra e profonda, quando si vede una persona senza difese e senza potere che è capace di darsi totalmente. Questo è il momento in cui il Gesù umano ci apre gli occhi a tutto ciò che significa Dio e ci permette di vedere tutto ciò che Dio è» (John Spong).

V domenica Tempo Ordinario, anno C

Is 6, 1-2a.3-8

1Cor 15, 1-11

Lc 5, 1-11

«1Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». 11E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono».

«Quest’è l'ora in cui nulla / può accadere. / Non c'è cosa più amara che l'alba di un giorno

in cui nulla accadrà.  Non c'è cosa più amara / che l'inutilità» (Cesare Pavese).

Un giorno all’alba, ti accorgi di aver sbagliato tutto, di aver fallito, di esserti ingannato su te stesso, sull’amore, sulle tue scelte, su Dio… E tutto diventa non senso, inutile.

Il vangelo che abbiamo ascoltato dice proprio questa esperienza del fallimento: una notte trascorsa in mare in cerca di vita per scoprirsi poi all’alba con le mani vuote, e non potendo più far nulla riassettare le reti e tornarsene a casa.

Gesù ‘vede’ la condizione dell’umano soffrire, e vi entra dentro: «salì su una barca» (v. 3). Dio dinanzi al mio fallimento, la mia aridità, al mio nulla non rimprovera, non giudica, non impone nulla, ma vi entra dentro, com-patisce, partecipa. E poi invita a salpare nuovamente, a ritentare ‘il folle volo’, il rischio dell’amore dicendomi: “prendi il largo!”.

Dio sposa le conseguenze del mio male, mi apre continuamente alla possibilità di una vita ‘altra’, feconda. Il fallimento passato non deve inficiare il futuro; per questo mi invita a non stare ai bordi dell’esistenza a contemplare la vastità del mare struggendomi in sensi di colpa e recriminando sulle cose fallite.

‘Prendi il largo!’. Tu sei fatto per altezze vertiginose, vai! La vita sta dinanzi, non alle spalle.

Dio è il verbo della vita declinato al futuro.

Ma Pietro a tutto ciò pare non credere: «Signore allontanati da me, perché sono un peccatore» (v. 8). Ci portiamo dentro l’idea tremenda che il nostro essere segnati dal male, dal fallimento, dal limite e dalla fragilità, ci ponga di fatto lontani da Dio. Come Pietro pensiamo che solo qualora ci presentassimo puri e adeguati, Dio potrebbe farsi accanto. E invece no. Il Vangelo afferma proprio il contrario. Gesù dice a Pietro e a me: «Non temere» (v. 10), la tua barca – la tua storia – va bene così com’è, per questo posso salirci sopra (cfr. v. 3). La tua miseria è luogo della mia misericordia, le tue mani vuote condizione perché io le possa riempire. Il tuo nulla condizione perché qualcosa possa accadere.

«D’ora in poi…» dice Gesù (v. 10). L’amore “mi fa ripartire da dove mi ero fermato” (Ronchi).

In quest’ottica la vita conoscerà un’altra fecondità: occasione di relazioni nuove, amori capaci di riscattare una vita, possibilità di recuperare fratelli e sorelle dall’abisso del male riportandoli a riva facendoli tornare a respirare. Questo vuol dire: ‘diventare pescatori di uomini’ (v. 10).

VI domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Ger 17,5-8

Cor 15,12.16-20

Lc 6,17.20-26

 

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. 

C'era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidone. 

Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva:

«Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio.

Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati.

Beati voi che ora piangete, perché riderete. 

Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti.  

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione.

Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame.

Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete.

Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.

Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti». 

Ogni grande tradizione spirituale ha una sorta di ‘manifesto programmatico’ che racchiude in nuce l’essenza del proprio messaggio.

L’ebraismo attraverso il Decalogo dice ‘osserva e sarai salvo’. Nel discorso di Benares il Buddha dice: ‘fuggi dal mondo dell’impermanenza e sarai salvo’. Nel discorso delle Beatitudini Gesù dice ai suoi: ‘trasformati e sarai salvo’. Ossia, lavora sull’essere, trasforma il tuo modo di pensare – vero significato di ‘conversione’-, non allinearti alla mentalità comune: non credere che l’avere, il potere e il successo ti compiano come essere umano, ma diventa umano; fai della tua vita una questione di ‘qualità’ e non di ‘quantità’.

Piangi con chi piange, perché solo gli occhi che hanno pianto potranno vedere Dio in ogni creatura. Condividi il pane con gli affamati della storia, e saprai che solo facendosi pane per la fame degli altri si potrà estinguere la propria.

E sii povero, ossia spogliati del tuo falso sé, dei tuoi pregiudizi, pre-comprensioni, attese, desideri egoici. Liberati dal giudizio degli altri, dal bisogno di avere sempre ragione, dal volere rimanere a galla affondando gli altri per vincere ad ogni costo, non fosse altro perché ‘i vincitori non sanno ciò che si perdono’ (Gesualdo Bufalino).

Guarda il tuo mondo interiore, e dai un nome alle tue ombre, ai tuoi mostri e sappi che tutto ha origine dalla medesima fonte che ti abita. Alla fine guardare significa essere d’accordo con ciò che vedi, e la verità non ha nulla a che fare con i fatti, ma solo con la luce.

Vincerai così la paura, perché ‘quando non si ha più nulla, non si ha più paura’ (Patriarca Atenagora).

IV domenica Tempo Ordinario, anno C

Ger 1, 4-5.17-19

1Cor 12, 31-13, 13

Lc 4, 21-30

«[Gesù in quel tempo cominciò a dire loro] “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.22Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. 23Ma egli rispose loro: “Certamente voi mi citerete questo proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. 24Poi aggiunse: “In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. 25Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; 26ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. 27C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”.28All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. 29Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. 30Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino».

Occorre giungere a riconoscersi pagani e lebbrosi - per la religione ebraica del tempo la situazione peggiore in cui potesse trovarsi un essere umano - per fare esperienza della divinità.

Due non israeliti, non appartenenti alla religione ufficiale, ritenuti maledetti e ‘fuori dalla grazia di Dio’, conoscono alla fine guarigione e salvezza. Due immeritevoli miserabili fanno esperienza della misericordia immeritata, perché l’Amore non è premio per i buoni, ma dono gratuito per tutti.

È proprio vero, “pubblicani e prostitute” passeranno avanti ai devoti e pii religiosi di ogni tempo (cfr. Mt 21, 28) ci ricorda Gesù, certi quest’ultimi d’essere sempre dalla parte del giusto, e quindi di Dio. Ma il vangelo è chiaro: non sarà un atto religioso a salvarci, e tantomeno l’appartenenza ad una tradizione religiosa, lo schierarsi dalla parte di Dio. Ciò che salva, ossia ciò che è in grado di dilatare l’umano, sino a farlo fiorire è piuttosto fare esperienza della fonte della Vita che abita ognuno, partecipare del dono presente indistintamente in tutti, vivere della luce che illumina ciascuno.

Si potranno confessare grandi verità di fede, frequentare riti e assolvere precetti, e vivere nell’ignoranza di sé, del Sé, inconsapevoli d’essere fatti della medesima stoffa di Dio. Ma è questa conoscenza che salva, quella che conduce alla certezza d’essere uno nell’Uno, e di poter così vivere ‘da Dio’, capaci di compiere gesti così umani da essere divini.

III domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Ne 8, 2-4a.5-6.8-10

1Cor 12, 12-30

Lc 1, 1-4; 4, 14-21

 

«1Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, 2come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, 3così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, 4in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. 14Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. 15Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. 16Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: 18Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19a proclamare l’anno di grazia del Signore. 20Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

 

Dio ha un sogno, che ‘i poveri siano fatti oggetto di attenzione; i prigionieri siano messi in libertà; i ciechi riacquistino la vista; gli oppressi conoscano la libertà, e la storia conosca la possibilità di una ri-creazione’. Gesù è l’uomo che può dire: “in me – oggi – il sogno di Dio s’è fatto realtà” (cfr. v. 21). Gesù è stato l’uomo che ha fatto della sua vita una pro-esistenza, un vivere perché l’altro tornasse a vivere. Ha gettato luce nelle tenebre, ha abitato il male cospargendovi il bene, ha compiuto gesti divini perché la vita potesse fiorire. Egli non è solo il sogno di Dio che si compie, ma in questa sua piena umanità si è rivelata la piena divinità.

Amando ci si accresce in umanità manifestando in noi ciò che chiamiamo divinità in quanto Dio è solo Amore. È come se Dio emergesse laddove si ama e in colui che ama. Siamo gravidi di Dio e lo partoriremo nella misura in cui ci prenderemo cura degli altri, dell’uomo, dell’animale e del creato.

«La divinità si incontra quando l’umanità diventa così integra e profonda, quando si vede una persona senza difese e senza potere che è capace di darsi totalmente. Questo è il momento in cui il Gesù umano ci apre gli occhi a tutto ciò che significa Dio e ci permette di vedere tutto ciò che Dio è. Non è attraverso il divino che noi sperimentiamo l’umano; piuttosto il contrario, è dall’interno dell’umanità che sperimentiamo il divino» (John Spong).

Dio nei riguardi di questo mondo non può farci nulla. O meglio, ha già fatto tutto all’inizio, ponendo nella creazione stessa – e in noi - sé stesso, il principio del bene e di vita che ora deve essere portato a compimento grazia alla nostra azione.

Il fatto per noi umani è diventare responsabili, introducendo nel vasto terreno della storia il seme del bene, una sorte di antidoto all’oscurità, che per quanto piccolo, sarà sempre in grado di sprigionare quell’energia infinita, creatrice e vivificante. E allora tutta la pasta sarà lievitata.

«A ogni nuovo crimine o or­rore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi» (Etty Hillesum).

II domenica del Tempo Ordinario. Anno C

Is 62, 1-5

1Cor 12, 4-11

Gv 2, 1-11

«Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. 2Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. 4E Gesù le rispose: “Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. 5Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. 6Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. 7E Gesù disse loro: “Riempite d'acqua le anfore”; e le riempirono fino all'orlo. 8Disse loro di nuovo: “Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto”. Ed essi gliene portarono. 9Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto - il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua - chiamò lo sposo 10e gli disse: “Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”. 11Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui».

La vita è un continuo partorirsi. E questo è il momento giusto per venire al mondo la seconda volta.

Una vita annacquata non dice più nulla a sé e agli altri; la festa della vita langue, tutto è noia e ripetizione. Ciò che manca è il vino, il ‘superfluo necessario’, lo spirito creatore, l’Amore ‘che move il sole e l’altre stelle’.

Non attingendo all’energia che ci abita, siamo ‘anfore di pietra vuote’, illudendoci magari che tramite il gioco – e giogo - della religione, fatta di riti e osservanze - le anfore erano lì per la ‘purificazione rituale’ (v. 6) - si possa vivere un po’ meglio sino alla prossima illusione.

Occorre “rinascere dall’alto” dice Gesù in un altro passaggio di Giovanni, e questo lo si fa attingendo all’altro mondo che risiede nel profondo del nostro mondo interiore. Gesù non ordina di distruggere le vuote anfore di fredda pietra, o di sostituirle, ma di riempirle. Attingi alla vita, la tua per quanto sgangherata possa era, e fallo ora, prendi consapevolezza che dentro di te abita comunque tutto ciò di cui hai bisogno, e diventa creativo, generativo.

Quanto più riusciamo a stare in contatto col nostro spirito, più siamo in contatto con la forza creativa e trasformatrice che attraversa l’intero Universo.

La forza creativa ci abita, ma spesso è sopita e nascosta. Ri-creare la nostra vita significa onorare lealmente la nostra esperienza, tutta, senza rifiutare nulla, considerando tutto come valido e degno. Il che equivale ad accogliere la nostra vita come quella giusta per noi, il nostro corpo e la nostra mente come quelli giusti per noi, e persino le nostre patologie e i nostri vizi: sarà il processo del confronto con queste ombre e del loro superamento a insegnarci l’esatta lezione di cui abbiamo bisogno.

Si rinasce sempre dalle proprie ceneri. Una cara amica mi ha insegnato che se siamo andati in pezzi, possiamo ricomporci proprio grazie a quei cocci, ma non ricostruendo il vaso com’era prima – altrimenti non si è imparato nulla – ma qualcosa di nuovo. L’evento distruttore può generare in noi qualcosa d’inedito, prima impensabile, assurdo, ma altrettanto bello. Dobbiamo solo aprirci all’inaudito.

L’arte moderna potrebbe suggerirci qualcosa a proposito.

Creare la propria vita, o meglio accettare di trasformarla, non vorrà dire alla fine creare un prodotto ex-novo, ma assaporare il piacere di un processo: trasformazione e non cambiamento dell’acqua in vino. Non è stato portato del vino, ma è l’acqua a diventare vino.

Non occorre arrivare neanche alla fine del processo, aver creato ad esempio una bella vita per provare una grande gioia, in quanto la gioia emerge dal processo in sé, non dal conseguimento d’una meta.

Battesimo del Signore

Is 40, 1-5.9-11

Tt 2, 11-14; 3, 4-7;

Lc 3, 15-16.21-22

«Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento”».

Natale del Signore

Nel bellissimo libro di Cormac McCarthy, ‘The Road’, un uomo e un bambino senza nome si ritrovano in un mondo sconvolto a seguito di un non ben definito evento catastrofico. Padre e figlio si muovono in mezzo alla polvere e al nulla, incappando raramente in uomini e donne trasformati in bestie, violenti e ridotti a nutrirsi di carne umana.

IV domenica di Avvento. Anno C

Mi 5, 1-4a

Eb 10, 5-10

Lc 1, 39-45

 

39In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. 40Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. 41Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo 42ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! 43A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? 44Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. 45E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Dinanzi all’annuncio dell’angelo, Maria s’è fatta ‘accoglienza’ dell’improbabile, ha detto sì al non previsto, all’impossibile, perché la vita altro non è che apertura all’imprevedibile.

Infatti il possibile – ricorda Jacques Derrida – non porta con sé mai alcun mistero.

Affinché vi possa essere ‘evento’, perché l’altro – il sorprendente - possa rivelarsi per ciò che è, è necessario fare esperienza dell’impossibile: non attendersi nulla se non l’inatteso. Altrimenti avremo solo ripetizione, ‘déjà vu’.

Dunque Maria appena fatta esperienza dell’impossibile, «si alzò e andò in fretta» a far visita ad una donna bisognosa di aiuto (v. 39).

A muoverci sarà sempre una forza, un’energia che ci portiamo dentro ma che rischia di rimanere sopita se non si rimane aperti all’azione di un Altro riconosciuto nella sua totale oggettività.

È importante fare esperienza del divino in noi, aprirci alla sua azione, silenziosamente lasciare che ci imbeva di lui: solo allora la nostra carne sarà manifestazione di Dio – questo è mistero dell’incarnazione – e potremo finalmente rialzarci dalle nostre paralisi e cominciare a camminare e prenderci cura di qualcuno.

Altrimenti sarà tutto e solo moralismo: dovere di fare il bene.

Il brano di oggi, potrebbe inoltre guarirci da una grande malattia del nostro tempo: l’incapacità dello stupore. Rischiamo di non stupirci più di nulla. Tutto è già noto, già dato, scontato, prevedibile, immaginabile. Non c’è più spazio per il Mistero, ossia la ferma certezza che la realtà non è tutta come appare, ma infinitamente altra.

Per questo anche la religione sa di stantio, di vecchio. S’è limitata a fare archeologia del sacro, e i preti ridotti alla stregua di bravi antiquari, cultori della cenere piuttosto che custodi del fuoco.

Che il Natale sia esperienza dell’acqua che fa fecondare, del fuoco che accende le potenze assopite, dell’aria che torna a far respirare e della terra che fa germogliare vita nuova.

Auguri!

III domenica di Avvento. Anno C

Sof 3, 14-17

Fil 4, 4-7

Lc 3, 10-18

 

«10Le folle interrogavano [Giovanni il Battista]: «Che cosa dobbiamo fare?». 11Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto». 12Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». 13Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 14Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».15Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 17Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».18Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

 

“Che cosa dobbiamo fare?” domandano a Giovanni Battista.

“Che cosa dobbiamo fare?” è la domanda che ciascuno, alla fine, si porta dentro quando comincia a presentire la necessità di un senso nella vita.

A quel punto comincia a declinarsi la voce del verbo amare: date, non esigete, non trattenete, non maltrattate, non estorcete.

In qualunque stato di vita ti trovi, qualsiasi lavoro tu faccia, in qualunque situazione e momento della vita in cui ti trovi, tu ama: trasforma il piccolo ‘pezzo di terra’ che ti è stato affidato, in ambiente di giustizia.

L’unica cosa da farsi, per vivere da uomini e donne compiuti in umanità, è diventare più umani.

Accorgersi che l’altro viene prima di sé stessi, che la sua povertà è il prezzo che sta pagando per la nostra ricchezza e che la sua fame è necessaria per la nostra di sazietà.

Dobbiamo solo ad intessere il nostro piccolo mondo di relazioni di pace, di luce, di accoglienza, di giustizia. Sarà questo l’unico modo per vincere il male fatto e quello subìto.

Testimonieremo così Dio nel mondo, ovvero saremo Dio in mezzo agli uomini, lo incarneremo, in ogni dove, gli daremo volto, permettendo che si compia nuovamente il Natale di Cristo, che non sarà a quel punto, mera memoria di un fatto passato, ma gioia e festa di un mondo rinnovato.

Ma a Giovanni forse manca ancora un pezzo. Egli promette qui che ‘verrà uno che battezzerà in spirito santo. E pulirà la sua aia per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile’. A parlare è il profeta che richiama sì alla giustizia, ma non è ancora giunto a fare esperienza del fuoco dell’amore. E la giustizia senza la carità può rivelarsi il peggiore dei mali.

Gesù a suo tempo non avrebbe compiuto nessuna pulizia, o diviso tra grano e paglia, buoni e cattivi, santi e peccatori. Perché il suo Dio non brucia nessuno, e non premia alcuno.

Il fuoco dell’amore non distrugge se non il male commesso, conservando in un abbraccio per l’eternità chi l’ha compiuto.

I domenica di Avvento. Anno C

Ger 33, 14-16

1Ts 3, 12-4, 2

Lc 21, 25-28.34-36

«25Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

CRISTO RE. Anno B

Dn 7, 13-14

Ap 1, 5-8

Gv 18, 33b-37

 

«Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: “Sei tu il re dei Giudei?”. 34Gesù rispose: “Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?”. 35Pilato disse: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?”. 36Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”. 37Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”.

In un tempo in cui i leader di questo mondo rivendicano a sé pieni poteri sentendosi autorizzati ad intervenire con forza per debellare i presunti ‘nemici’, dichiarando guerra al grido: ‘nessuna pietà’, oggi ci viene presentata la figura di Cristo Re.

Pilato, plenipotenziario per conto di Roma in Palestina, domanda a Gesù, tra l’ironico e il sorpreso: «Tu sei re?» (v. 33b).

Tu, che hai le mani legate? Tu che non metti nelle tue mani nessuno ma ti sei messo nelle mani di tutti? Tu che sei l’innocente, che non hai mai fatto male a nessuno, che non dichiari guerra ad alcuno, che non gridi ‘vendetta’, tu sei re? Tu che non togli la vita, ma la doni a chi fa fuori la tua, insegnando che l’unico modo di vincere è perdonare, tu saresti re?

Tu che hai avuto solo un desiderio, quello di prenderti cura di chi non ce l’ha mai fatta, dei poveri, i miseri, gli esclusi, gl’irregolari, le vittime dell’ingiustizia sociale e religiosa, tu sei re?

Tu che lavi i piedi a dei poco di buono, che entri in Gerusalemme a dorso d’un asino disdegnando i carri e cavalli dei potenti, tu sei re?

Tu che non dai la morte per poterti salvare la vita, ma accetti di morire perché l’altro possa continuare a vivere; Tu che non usi armi, ma inviti Pietro a riporre la propria nel fodero; Tu che non condanni a morte nessuno, ma liberi dal male chi è già condannato dall’ideologia del bene, tu saresti un re?

Sì, caro Pilato, io sono re (cfr. v. 37). Perché il solo modo per vivere in maniera regale è servire e il solo modo per essere potenti è fare del bene; perché l’unico modo di possedere è donare ed è solo immettendo luce nella tenebra che la si può dissolvere.

Sì, sono re perché ho compreso che l’unico trono su cui merita salire è la croce, vivendo un amore che va fino alla fine. E l’unico nemico, cui è doveroso dichiarare guerra è il proprio io, perché la lotta contro il ‘nemico’, deve passare anzitutto dal cuore di ciascuno di noi, vincendo ignoranza, cattiveria, egoismo, menzogna e odio. Solo quando ciascuno avrà frantumato dentro di sé la prepotenza dell’ego potrà permettersi di parlare di pace e con il lusso di esportarla attorno a sé.

Sì, solo l’Amore incarnato è regale.

Se guardiamo a Gesù come questo re, allora ci sarà salvezza per noi tutti, e la storia sarà finalmente giudicata e salvata; se continuiamo invece come Pilato ad andare ‘dentro e fuori’ dalla verità per poi lavarcene le mani e strizzare l’occhio ai regni e ai potenti di questo mondo, alla fine uccideremo l’Innocente e con lui tutti gli innocenti della storia.

XXXIII domenica del Tempo Ordinario. Anno B

Dn 12, 1-3

Eb 10, 11-14.18

Mc 13, 24-32

 

«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,25le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. 26Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. 28Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. 29Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 30In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. 31Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 32Quanto però a quel giorno o a quell'ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

 

La cronaca quotidiana ci fa memoria di violenze, distruzioni continue e di un male che pare non avere fine.

Anche la primitiva comunità cristiana s’è trovata avvolta in un male indicibile. Roma, la comunità di cristiani cui Marco si rivolge col suo vangelo, è stata messa a ferro e fuoco da Nerone. Gerusalemme pochi anni più tardi verrà rasa al suolo. E Marco riprende le parole del Maestro per infondere pace e serenità ai suoi. Non abbiate timore, perché questo dolore è paragonabile a quello che precede il parto (cfr. Gv 16. 21): qualcosa di nuovo sta per nascere.

Il Vangelo ci ricorda che la storia non è un disastro, che non stiamo andando verso la fine, ma verso un fine. Ciò che ci sta dinanzi è il nostro compimento, la nostra realizzazione come donne e uomini. Non stiamo per ‘disfarci’, ma per ‘trasfigurarci’. A patto che ci giochiamo la vita non dietro il fascino delle star del momento (nel nostro brano i potenti della storia del Medioriente identificati con il Sole, la Luna e le stelle, considerati in quel tempo dèi), tutte destinate ad ecclissarsi (vv. 24-25), ma nei valori proclamati nel vangelo. Se s’investe sul potere, l’avere, il successo del proprio ego, ci si ecclisserà, mentre se si esce dall’io a favore di qualcuno, per il bene, la giustizia, la pace, si vivrà in pienezza.

Ci s’illumina illuminando gli altri.

Non solo, il Vangelo di oggi ci ricorda che quando il male parrà avere trionfato, quando si assisterà alla manifestazione massima del male, allora contempleremo appieno la gloria di Dio: «Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria» (v. 26). Perché? Semplicemente perché in quel venerdì, l’unico santo della storia, è accaduto proprio questo: dinanzi al male assoluto, alla croce di Cristo, alla morte di Dio, un uomo ha gridato: «davvero quest’uomo era figlio di Dio» (Mc 15, 39): riconoscimento di un amore. Memoria che l’amore riporta la vittoria quando viene ferito, e che la tenebra, alla fine rivelerà sempre la luce.