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Dt 8, 2-3.14b-16a

1Cor 10, 16-17

Gv 6, 51-58 Corpus Domini

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

 

52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

L’ultima cena di Gesù con i suoi, ha avuto come significato fondamentale quello di ‘ultimo saluto’, prima del precipitare degli eventi. Intorno a un tavolo con quelli che ha scelto, Gesù parla e compie gesti perché i suoi non dimentichino il loro impegno per il bene degli uomini. In pochissime parole e in un gesto fondamentale,

Gesù concentra anni di predicazione e segni straordinari: ciò che salva è il dono di sé per il bene dell’altro, sino alle sue estreme conseguenze.

La cena di Gesù è quindi, essenzialmente, un rito commemorativo: facendo memoria del nucleo incandescente del Vangelo, lo si rivive incarnandolo nell’oggi. Gesù infatti in quella cena parlò di memoria: “fate questo in memoria di me”, il ché non vuol dire ‘moltiplicate le messe in memoria di me’, perché l’eucaristia non potrà mai essere semplice rito celebrativo-consolatorio. La cosiddetta ‘messa’ non è atto autoreferenziale, né auto celebrativa. Il suo significato essenziale si compie solo se realizza un’uscita di sé verso l’esterno, un dono di vita. Altrimenti la si riduce a puro atto magico.

Fate questo in memoria di me’, significherà dunque, “se siete miei discepoli vi metterete a servizio degli uomini donando voi stessi come ho fatto io, versando il ‘sangue’ (ossia la vita) e spezzando il corpo come pane.

La festa del ‘Corpus Domini’, non è semplice ricordo del ‘mistero eucaristico’, e neanche atto cultuale per rendere gloria a Dio, il quale non ha bisogno certo della nostra gloria, ma memoria, ricordo del ’dono di sé’ che Gesù visse, e al contempo memoria dell’essenza del nostro essere discepoli: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13, 35).

Celebrare l’eucaristia, nutrirsi del pane e del vino, vorrà dunque dire impegnarsi ad uscire in missione (- messa) verso i fratelli e accettare fino in fondo ‘le conseguenze dell’amore’, unica possibilità di vivere in pienezza, ossia con quella qualità di vita in grado di vincere anche la morte.

Mangiare il corpo e bere il sangue di Gesù è atto simbolico, rimando al suo essere pro-esistenza a favore degli uomini e al nostro essere cristiani, che ci compiamo nell’amore verso i fratelli.