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Is 22, 19-23

Rm 11, 33-36

Mt 16, 13-20

lucevera«Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?”. 14Risposero: “Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. 15Disse loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. 16Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. 17E Gesù gli disse: “Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. 20Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo».

 

Il Vangelo è racconto di una persona, non esposizione di un’idea, per cui essere cristiani non significa essere ortodossi (credere rettamente ad una dottrina) ma vivere l’ortoprassi (ciò che Gesù ha detto e fatto).

Dio non è da definire o da credere, è da vivere.

Gesù domanda ai suoi: Chi sono io per te? (cfr. v. 15). Ossia, cosa c’entro con la tua vita?

I religiosi risponderanno, come sempre, con sentenze dogmatiche e verità assolute: accettare tutte le verità di fede, il Catechismo della Chiesa Cattolica, professare la fede nel Credo domenicale, ma in fondo questo è il modo migliore per non lasciarsi toccare la vita, non essere disturbati, non sporcarsi le mani. I religiosi son coloro che pensano di conoscere Dio nella misura in cui lo ‘pensano’, come presumere di dissetarsi limitandosi a pensare la formula dell’acqua.

Aver fede, seguire Gesù, insomma essere cristiani significa giocarsi la vita in ciò che lui ha indicato come il segreto della felicità, o se vogliamo come salvezza: impegnarsi per la giustizia, la pace, la tolleranza e la libertà degli umani.

D’altra parte Gesù non s’è limitato a fare catechesi su Dio, ma l’ha reso presente, l’ha incarnato nella sua persona solidarizzando con gli ultimi. A Giovanni Battista che chiedeva ragione a Gesù del suo essere l’inviato di Dio, Gesù risponde: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia» (Lc 17, 22).

La risposta di Pietro potrebbe essere tradotta così: Tu sei l’atteso del mio cuore. Sei acqua per la mia sete inestinguibile, e io mi son dissetato perché ti ho bevuto. Sei la luce che fa sbocciare vita dalla povera zolla di terra che sono. Perché «un Dio che non faccia fiorire l’umano non merita che ad esso ci dedichiamo» (D. Bonhoeffer).

Ma occorre non dire a nessuno che egli è il Cristo (v. 20), almeno sino a quando Gesù non sarà elevato da terra. Detto in altre parole, è del tutto inutile ’dire’ le grandi verità di fede se non lo s’incarna nel mondo attraverso la modalità dell’amore che va fino alla fine (la croce). Ogni conoscenza di Dio che non passa dal crogiuolo della croce, dall’amore verso i fratelli è falsa e demoniaca. Se si fa esperienza dell’amore, impareremo ad abbandonare tutte le nostre immagini distorte di Dio che ci portiamo dentro, e finalmente impareremo a riconoscerlo in tutti i crocifissi che chiedono di essere accolti. Smetteremo così di fare domande su Dio - e ancor più a dare risposte - imparando a stare con lui rispondendo alle invocazioni dei poveri che domandano un di più di vita.