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Gb 7, 1-4.6-7

1Cor 9, 16-19.22-23

Mc 1, 29-39

«E subito usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.32

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: “Tutti ti cercano!”. 38Egli disse loro: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni».

Gesù esce dalla sinagoga – luogo immaginato preposto all’incontro con Dio – ed entra nella casa di Pietro. Dio non è meta da raggiungere con la propria religione ma solo Amore da accogliere nella propria vita concreta. È infatti nella casa che si vivono le relazioni fondamentali che formano l’esistenza. Vi si trovano due coppie di fratelli: Simone e Andrea, e Giacomo e Giovanni. Ecco cos’è la Chiesa (la casa di Pietro): luogo dove si vivono relazioni fraterne, nelle quali è possibile sperimentare la presenza di Dio.

Gesù entra nella casa e gli presentano subito una donna malata. La donna viene presentata come centro di attrazione; tutto e tutti ruotano attorno a lei, come sole intorno cui gravitano – come astri – i legami familiari. Questa donna è malata di autocentramento, di un ego che attrae e tiene in balìa tutti gli appartenenti di quella casa. La suocera di Pietro è simbolo della Chiesa, e in fondo di ciascuno di noi, malati nel costante bisogno di conferme, di considerazione, di sentirci affermati. Siamo noi questa donna malata, quando ci serviamo della libertà degli altri per soddisfare il nostro piccolo io, quando ci circondiamo di persone facendole dipendere dal nostro io.

Gesù le si avvicina e le guarisce la mano (v. 31), simbolo del servizio, della cura alla vita. Quella mano che Eva all’origine usò per catturare, strappare e fagocitare vita, ora Gesù la guarisce, rendendola mano aperta, in grado di accogliere e di ridare in dono. Guarendole la mano, le guarisce la vita. Risanata la donna “si alzò” (in greco verbo della risurrezione) e si mise a servizio (v. 31b). L’amore fa risorgere.

Questa è la guarigione che Gesù è venuto a portare all’uomo di sempre: capacità di mettersi a servizio degli altri, ossia di vivere da risorto: «Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita [e dunque risorti] perché amiamo i fratelli» (1Gv 3, 14). Guarisce la mia relazione con l’altro, facendomi passare dalla domanda: “Tu a cosa mi servi?” a “In cosa posso servirti?”.

Gesù, al mattino presto scompare’ alla vista dei suoi e si ritira. Venuto nel mondo per insegnarci che l’unico modo per poter vivere da risorti è l’amore e la cura verso l’altro, Gesù sarà per sempre il ‘presente’ indisponibile. Non un ‘distributore automatico’ utile ai nostri bisogni, ma solo dono da accogliere. «Tutti ti cercano» gli dicono (v. 37), e lui va altrove. L’amore che si dona non accetta poi che gli amanti dipendano da lui. Gesù sana e riporta in vita gli uomini, ma non li lega mai a sé. L’amore non crea dipendenza e mai costringe. L’amore lascia liberi. Anche di perdersi.