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Gn 9, 8-15

1Pt 3, 18-22

Mc 1, 12-15

«E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano .14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

All’inizio della sua attività, Gesù fa esperienza del deserto. Era necessario. Come è necessario per ciascuno fare esperienza di quello spazio d’ombra in cui, maledettamente soli, si è chiamati a decidere come giocarsi la vita. Uno spazio in cui tutto si riduce all’essenzialità, dove non è più dato fuggire, dove si è messi con le spalle al muro e, rimanendo piantati lì, affondare le radici a terra per cominciare a crescere: “Quando vi ritrovate con le spalle al muro, rimanete immobili e mettete radici come gli alberi, affinché da una fonte più profonda non arriva la chiarezza che vi permette di vedere oltre quel muro” (Carl Gustav Jung).

In altri termini Gesù nel deserto fa esperienza della crisi. E la crisi – quella che scortica e rende nuovi – fa sorgere dubbi, domande, rimette in questione tutto, facendo diventare adulti. E in ultima analisi fa scorgere il vero volto di Dio, abbandonato quello idolatrico proprio di un io bambino.

«Nella vita ho raggiunto la certezza che le catastrofi servono a evitarci il peggio. E il peggio è proprio aver trascorso la vita senza naufragi, è essere sempre rimasti alla superficie delle cose. Non essere mai stato scaraventato in un’altra dimensione. L’autunno, spogliando i rami, lascia vedere il cielo» (Christiane Singer)

Solo perché impariamo a stare con le nostre ‘bestie selvatiche’, quelle interiori, possiamo sperimentare angeli che ci servono. Solo dando un nome, abbracciando, addomesticando – senza il bisogno di uccidere – i nostri mostri interiori, possiamo fare esperienza di cielo.

«Essere in grado di sentire e vivere un amore tenero, esige un confronto col demoniaco. Le due cose sembrano essere opposte, ma se si nega una anche l’altra va perduta» (Rollo May).

«Se i miei demoni mi lasciano, temo che anche i miei angeli se ne andranno» (Rainer Maria Rilke).

Dentro un uragano esiste un punto di pace, di quiete, in cui niente si muove. Bisogna non  fuggire, avere il coraggio di restare lì, resistere e trovare quel punto. Perché se lo si trova la vita si rovescia,  e quella situazione nella quale sentivamo di perderci, in realtà ci permetterà di ritrovarci,  ma in un luogo diverso, con un punto di vista nuovo. Il deserto, la crisi, una vita interiore adulta, non contribuirà a cambiare il mondo in cui ci si trova, ma a trasformarci per viverlo in modo nuovo e fecondo.

Gesù di Nazareth, attraversato il deserto, entrato dentro la sua ombra interiore, può finalmente cominciare a mettersi a servizio dell’amore avendo rinunciato alla proposta diabolica, quella di giocarsi la vita attraverso il potere, il possesso e il successo. Gesù alla fine ha scelto, ha intuito che l’unico modo per vincere è perdere l’io, che l’unico modo per fare esperienza del divino è vivere da essere umano completo, e che l’unica via per il compimento dell’essere è compiere la felicità di tutti. Per questo dopo l’esperienza del deserto invita a convertirsi, che non vuol dire pensare rettamente il proprio Dio, e tantomeno credere in un Dio. Ma piuttosto cambiare stile di vita, giocarsi in modo diverso le relazioni, cambiare mentalità sulle cose. Vivere insomma il Vangelo.